Scaveccio – Sicomoro |
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| 20 Settembre 2009 |
Scaveccio è una pietanza, originaria di Grosseto, che consiste in tronconi di anguilla, fritti, bagnati con l’aceto ed accompagnati da peperoni e rosmarino.
Schnitzel, questa espressione indica, in genere, un taglio di vitello. Sono famosi i Wiener Schnitzel, impanati, presi dalla fesa o dalla coscia del vitello (mentre la costoletta di vitello alla milanese è presa dalla costola), i Paprikaschnitzel,che devono essere fatti rosolare prima nel burro per essere poi completati nella cottura in un soffritto di lardo e cipolle per poi essere cosparsi di farina e paprica, con l’aggiunta di conserva di pomodoro, affinché il piatto abbia una bella apparenza rosa, i gefüllte Schnitzel, ripieni, a fette d’un buono spessore, nei quali si pratica un taglio nel senso orizzontale, introducendovi prosciutto e formaggio e consolidando l’apertura con uno stecchino di legno odoroso, si fanno saltare nel burro e si utilizza il grasso di cottura, con l’aggiunta di acqua calda per farne un intingolo, ed infine lo Holbein Schnitzel, che è uno Schnitzel al naturale, sul quale si colloca, al momento del servizio, un uovo fritto. In questo caso il grasso di cottura va allungato con estratto di carne, acqua e vino.
Schöps è la parola tedesca per castrato. Lo Schöpsenbraten, l’arrosto di castrato, è un piatto molto popolare anche in Alto Adige.
Sciolet (ted. Scholet)è un tipico piatto della cucina ebraica. Poiché la legge di Mosè proibisce di lavorare il sabato – anzi il sabato inizia già col crepuscolo del venerdì – gli ortodossi preparano lo sciolet, che consiste principalmente di fagioli, pezzetti di carne e cipolle, unitamente al grasso d’oca. Questo piatto, una volta, prima che cadesse la sera veniva consegnato al forno di una panetteria dove rimaneva tutta la notte (in un angolo del forno abbastanza caldo) affinché si cuocesse lentamente. L’indomani, di sabato, dopo la cerimonia religiosa alla sinagoga, si ritirava dal panettiere la pentola caldissima che serviva per la colazione.
Sclopitt è il nome friulano dei germogli di silene, che si consumano nella provincia di Udine in insalata.
Sgombro (fr. maquereau, ingl. mackere, ted. Makrele), pesce marino degli Acantotteri, dalla forma allungata e fusiforme, bruno ondato d’azzurro di sopra, bianco argenteo di sotto, con cinque false natatoie sul dorso e la coda che porta da ciascun lato una resta sporgente. Vive a branchi e compie migrazioni regolari. Il nome scientifico della varietà comune nel Mediterraneo e nell’Adriatico è Scomber scomber. In Toscana si chiama ciortone. Ha una carne prelibata, ma di digestione non facile, specie in tempo di fregola. Conviene scegliere esemplari giovani, e, comunque consumare il pesce di primavera, mai dopo il mese di maggio. È comunemente usato per essere messo in scatola, sott’olio o confezionato con altre salse. I francesi chiamano i ribes (uva spina) groseille à maquereaux, perché con questo frutto si prepara una salsa agro dolce, che, in Francia, accompagna tradizionalmente lo scombro. Se il pesce arriva in tavola intero, tagliatelo anzitutto lungo la spina, sul dorso, poi introducete una lama nella fessura in modo da dividere il pesce in due parti, sezionando la parte superiore in due o più parti, secondo la grandezza, con tagli trasversali, poi eliminate la spina, la testa e la coda e dividete nella stessa maniera anche la parte inferiore. Bollito. Eliminate le uova, lavate il pesce, collocatelo in un recipiente con acqua calda, tanto basta a coprirlo. Salate. Fatelo bollire per un istante quindi continuate la cottura a fuoco dolcissimo. Occorrono circa dieci minuti. Un fuoco eccessivo farebbe screpolare la pelle, rovinandolo. Potete valutare se la cottura è terminata, se al contatto del dito o di un cucchiaio di legno la pelle si stacca facilmente. Servitelo su piatto caldo, leggermente mascherato con una salsa di acciughe, di prezzemolo o di finocchio. Il resto della salsa può essere servita a parte. Alcuni chef, in Inghilterra specialmente, aggiungono del finocchio all’acqua di bollitura, per insaporire il pesce. Fate sempre uso della griglia di sollevamento. Con ribes. Cucinatelo come visto, servendo a parte una purea di ribes. Fritti. Scegliete i piccoli pesci, passateli nel latte, infarinateli leggermente e poi friggeteli a frittura caldissima. Serviteli su una salvietta, con prezzemolo fritto e fettine di limone. Alla graticola. Prendete uno scombro di media grandezza. Asciugatelo in modo che sia perfettamente asciutto. Apritelo lungo la spina, che taglierete a metà, senza separarla. Spalmate il pesce d’olio o di burro, girandolo spesso. Il fuoco deve essere dolce. Al momento di servire, bagnatelo con del burro fuso alla maitre d’hotel. Impanato all’inglese, seguite la stessa ricetta degli scombri fritti. Togliete la spina. Uovo sbattuto e pangrattato. Cospargetelo al momento del servizio con sale finissimo. Al court bouillon. Come dalla ricetta del pesce bollito, aggiungendo all’acqua di cottura aceto (o succo di limone), timo e lauro. Marinati. Pulitelo e fatelo marinare una notte nell’olio, con cipolle affettate, sale e piante odorose. Al momento della cottura fatelo bollire per tre o quattro minuti, poi, coprite il pesce di panna (od in mancanza di questa di latte), aggiungeteci qualche fiocco di burro, sale e pepe, e terminate la cottura al forno. Filetti di scombri. Si preparano come i pesci interi. In cartoccio. Dopo averli cotti alla gratella, sistemate ciascun filetto singolarmente nel cartoccio, con una salsa ai funghi e passateli al forno.
Scorzobianca (Tragopogon pratense, fr. salsifis (blanc),ingl, salsify, ted. Harferwurzel, fiamm. Haverwotel, dan. Havrerad, spagn. escorzoblanca o salsifi, port. cercifi), chiamata anche Barba di becco, pianta erbacea della famiglia delle Composite, dalle foglie alterne, intere, lanceolate oppure lineari; i frutti sono acheni ed i fiori raggruppati in fioriture terminali. Pianta biannuale, ha una radice lunga e fusiforme d’un bianco giallastro. Le foglie sono d’un verde glauco ed i fiori violetti. Da molto tempo coltivata negli orti europei, è stata sostituita oggi in gran parte dalla scorzonera. Le foglie servono a preparare un’insalata deliziosa.
Scorzonera (Scorzonera hyspanica, fr. scorsonère, comunemente salsifis, ingl. scorsonera, ted. Schwarzwurzel, fiamm. e ol. Schorsencel, dan. Scorsenerrod, spagn. Scorzonera, port. escorcioneira), pianta erbacea delle Composite cicoracee, caratterizzata dalla fioritura gialla o porporina, circondata da brattee, disposte su vari ordini, inoltre da fiori voluminosi terminanti in ciuffetto. Delle varietà della scorzonera quella di Spagna è la più stimata. Si riteneva un tempo che la scorzonera guarisse il morso delle vipere. Il nome non le deriva da scorza, corteccia, ma dal catalano, escorzo, che significa appunto vipera. Di qualsiasi genere sia il modo di preparazione, le radici vanno prima raschiate, lavate, ritagliate in pezzi di circa otto centimetri di lunghezza ed a misura della loro preparazione, messe a bagno in acqua fredda, contenente aceto o succo di limone, per evitare che anneriscano. Poi potete cuocerle, immergendole nell’acqua bollente, od in una zuppa di legumi, a fuoco moderato per un due ore circa. Se non le utilizzate subito, potete lasciarle nel loro liquido di cottura, in un posto fresco. Alla panna. Terminate la cottura in una besciamella. Se questa si esaurisce prima della fine della cottura, aggiungeteci della panna liquida fresca. Sale e pepe quanto basta. Fritte. Fatele marinare nell’olio, con sale, pepe, prezzemolo e succo di limone, per una mezz’ora. Avvolgetele in una pastella, dopo averle asciugate. Friggetele nell’olio caldissimo e servitele su salvietta con del prezzemolo fritto. Gratinate. Cotte alla panna, ma tenendole un po’ ferme, poi sistematele in un tegame refrattario, cospargetele di pane e parmigiano grattugiato, bagnatele con un po’ di burro fuso e fatele gratinare a fuoco vivo. Sale e pepe quanto basta. Rosolate. Cotte ed asciugate, fatele saltare nel burro e servitele calde, cosparse di sale, con una salsa piccante a parte.
Scotch haggis, piatto nazionale scozzese, servito spesso negli Highlands al suono delle cornamuse. I dizionari ne danno le seguenti definizioni: haggis, cuore. Una pietanza scozzese, fatta di cuore, polmoni e fegato di pecora o vitello, tagliati a fette e bolliti con cipolle ed aromi. Per uno stomaco
e le frattaglie d’una pecora, mezzo chilo di grasso di manzo sminuzzato, mezza cipolla affettata, una presa di sale, una presina di pepe, mezza noce moscata grattata, il succo d’un limone, mezzo litro di sugo di carne, un quarto di litro di farina d’avena. Lasciate lo stomaco per almeno sei ore nell’acqua salata. Capovolgetelo, in modo che la parete interna risulti all’esterno. Lavatelo ancora molte volte. Lavate anche le frattaglie, separatene il fegato, che coprirete di acqua fredda, facendolo bollire per un’ora e mezza. A metà cottura aggiungeteci il cuore ed i polmoni. Poi dividete il fegato in due metà, affettandone una ed aggiungendo l’altra ai polmoni ed al cuore, tritando il tutto molto finemente. A questo punto aggiungete avena, grasso, cipolle, sale, pepe, noce moscata, succo di limone e un po’ di fondo scuro. Mescolate e riempiteci lo stomaco, lasciando tuttavia un po’ di vuoto per permettere alla farina d’avena di gonfiarsi, altrimenti scoppierebbe l’involucro. Cucite le aperture. Collocate lo haggis nell’acqua bollente e fatelo bollire per tre ore. Durante la prima ora pungete lo haggis con un ago per permettere all’aria di uscire. Per precauzione si usa avvolgerlo in una salvietta. Lo haggis va servito tale quale, senza accompagnamento di salse od intingoli. Se il numero dei convitati è ristretto, sostituite la pecora con un agnello. Un tempo si credeva, con grande divertimento, degli scozzesi che fosse una selvaggina, non era raro che si allestissero anche delle cacce per burla.
Scottare Il termine scottare si usa soprattutto per indicare il passaggio del pollame sulla fiamma, tolte le penne, per sopprimere la peluria, senza annerire la pelle. Si dice anche avvampare e fiammeggiare (da flamber), ma il vero termine italiano, è strinare.
Scottiglia, è così chiamato in Maremma l’agnello ed il pollo alla cacciatora a cui è aggiunto un uovo sbattuto.
Scua-brodo è chiamato a Genova il colatoio.
Sécole sono chiamate a Venezia le listarelle di carne aderenti alle vertebre dei buoi e dei vitelli, che servono per la preparazione d’una specialità veneziana, il risotto alla bechèra.
Sedano (Apium graveolens, varietas dulce, fr. céleri, ingl. celery, ted. Sellerie, fiamm. Selderji, dan. Selleri spagn. Apio, port. aipo), erbacea della famiglia delle Ombrellifere, biannuale, dai fiori piccoli, d’un bianco giallastro, raggruppati in ombrelle, (vedi sedano-rapa). Tra le numerose varietà, le più diffuse sono: il tipo pieno (bianco, verde, rosa, violetto oppure dorato, quest’ultimo particolarmente pregiato), tutti a coste piene. Esiste poi il tipo a coste cave, meno stimato, le cui foglie servono per preparare le zuppe. Tutti i tipi emanano un buon odore. I semi, minutissimi, sono eccitanti, carminativi, usati nella fabbricazione di molti liquori. Le foglie e le radici sono, per di più, diuretiche ed emmenagoghe. Il sedano crudo, in genere, non è di facile digestione.
Se volete brasarlo il sedano deve essere bianco, tenero e senza filamenti. Eliminate i rami verdi, tagliatelo in modo da lasciare una lunghezza non superiore ad una ventina di centimetri dalla base, allestite la radice, lavatelo, imbianchitelo e rinfrescatelo. Una volta cotto, tagliate ciascun piede in due pezzi, ripiegandoli per poterli servire. Quanto ai ramoscelli di sedano, seguite le stesse ricette indicate per i cardi. Insalata. Come da preliminari, scegliendo i pezzi particolarmente teneri e bianchi. Serviteli con una vinaigrette a parte. Alle varie salse. Terminatene la cottura in un brodo o in un sugo e servitelo con una salsa a parte. Al burro. Adagiateli in un tegame abbondantemente imburrato, copriteli d’acqua salata o di un fondo chiaro e continuate la cottura per tre quarti d’ora. Selleriecremesuppe (zuppa di sedano, cucina tedesca). Dopo i preliminari, continuate la cottura nell’acqua salata, acidulata con il succo di limone. Stacciate il sedano. Preparate un roux biondo, aggiungeteci un brodo vegetale, poi la vostra purea di sedani, condite a volontà e terminate la cottura mescolando. Da ultimo legate il tutto con un tuorlo d’uovo o con la panna. Alla Greca (per antipasto, cucina inglese). Affettate il sedano imbianchito, innaffiatelo con una vinaigrette e cospargetelo di foglie di finocchio strappate. Lasciatelo riposare un paio d’ore e servite. Frittelle di sedano (ricetta indicata per utilizzare gli avanzi). Sbarazzateli della salsa o del liquido in cui furono immersi i sedani, riduceteli a dimensioni convenienti, avvolgeteli con una pastella e friggeteli in una frittura caldissima, cospargete di sale fine e serviteli caldi.
Sedano-rapa (fr. céléri-rave, ingl. celenac, ted. Knoll-Sellerie, ol. Knollselderij, spagn. apis-nabo) è una varietà abbastanza curiosa di sedano, così chiamata, a causa della radice, rotonda e rigonfia, dalla polpa bianca e compatta, che raggiunge sino a dieci, dodici centimetri di diametro. Ne esistono due tipi, l’ordinario ed il riccio. Il sedano-rapa si coltiva esclusivamente per la radice, tuttavia ha una scarsa importanza nell’orticoltura italiana.
Seltz, acqua di Seltz, anche Selz, o Selts, o Sels, acqua carica di anidrite carbonica, prodotta artificialmente. Il nome deriva, secondo gli uni, dal Selterser Wasser, acqua minerale naturale proveniente da Selters, cittadina tedesca, o, secondo gli altri, da Selzer Wasser, pure naturale, che scaturisce a Selzerbrunnen (Grosskarben). In inglese si chiama soda-water, è usata soprattutto per la preparazione di cocktail.
Semenze. Gli erboristi, nel passato, avevano stabilito la seguente classifica. Quattro semenze calde maggiori, anice, cumino, finocchi, cardi. Quattro calde minori, apio, amminea, carota, prezzemolo. Quattro fredde maggiori, cocomero, melone, calabasso, pistacchio. Quattro fredde minori, cicoria, indivia, lattuga, porcellana.
Semolino è la farina di grossa macinazione, soprattutto di frumento. Kasc di semolino (budino, cucina russa). Fate essiccare duecentocinquanta grammi di semolino, che avrete preventivamente inzuppato a lungo con un uovo sbattuto. Passatelo attraverso un colino a larghe maglie. Fate bollire un litro di latte, con un etto di burro, travasatevi il semolino, continuando la cottura a fuoco dolce, sempre mescolando. Condite a piacere. Terminare la cottura al forno, servite con del burro fuso a parte. Dolce (cucina italiana). Nel latte bollente, zuccherato e vanigliato, fatelo cadere a pioggia. Per un litro di latte, 250 grammi di semolino, con l’aggiunta di una presina di sale e due noci di burro. Mescolate con cura e mettete al forno per mezz’ora. Terminata la cottura, aggiungeteci quattro uova sbattute. Pudding all’inglese. Al dolce preparato, come da precedente ricetta, aggiungeteci un decilitro di panna fresca leggermente addensata, mescolando. Collocate questo composto in un recipiente da pudding (pie-dish)bene imburrato. Terminate la cottura al forno, a bagnomaria. Brodo ristretto di semolino. In un ristretto bollente fate cadere del semolino a pioggia, continuando la cottura a fuoco sostenuto per un quarto d’ora. Aggiungete del parmigiano grattugiato e servitelo con dei crostini di pane.
Senape. (Brassica nigra nonché sica alba, fr. moutarde, ingl. mustard, ted. Senf, fiamm. Mostaard, ol. Mosterd, spagn. mostaza)è il nome, dato a varie Crocifere, tra le quali degne di nota sono la nera e la bianca. La prima ha un gambo, lungo spesso più d’un metro, vellutato e ramoso, con foglie alterne e fiori gialli e regolari, riuniti in grappoli semplici. I grani sono piccoli, d’un colore rossastro, che alla lunga diventano neri. Invece la varietà detta bianca ha un gambo nero lungo, foglie più intagliate e fiori d’un giallo pallido. I grani sono d’un bianco giallastro. Gli antichi già conoscevano la senape. Saepius ergo decet mordax haurire senape. Più saporita e più tipica è la varietà nera. La farina di senape serve per preparare i sinoplasmi e i pediluvi. In ambedue i casi l’uso di acqua molto calda e di aceto ritarderebbe l’azione revulsiva. Le foglie si utilizzano come foraggio ed anche come concime. Con i germogli giovani si possono fare delle insalate. Soprattutto i semi sono utilizzati per la fabbricazione della senape, ottenuta con la macerazione dei medesimi, polverizzati, nel sale, nell’aceto, con il concorso di piante aromatiche. In commercio se ne trovano due qualità, una, di colore scuro, tendente al bruno, l’altra, più piccante e più chiara, d’un giallo caratteristico. Mostarda. È una specialità cremonese, che si ottiene, facendo cuocere, separatamente, nell’acqua zuccherata, diverse frutta, come ciliege, pere, mele, zucche eccetera, senza far spappolare le frutta, che devono conservare un certo grado di durezza. Si riuniscono gli sciroppi, si aggiunge altro zucchero e della senape, sciolta in un po’ d’acqua. Si rimette sul fuoco per rendere lo sciroppo riunito più denso, si riunisce poi la frutta in un recipiente, vi si versa lo sciroppo, si copre e si lascia riposare qualche giorno. La cottura separata delle diverse frutta è necessaria per il diverso comportamento nella bollitura. Se ne produce anche altrove, per esempio a Padova, in Sicilia col frutto del cedro, ed anche in Toscana, con fette di mele renette, di pere e di cedro.
Seppie (fr. seiche, ingl. cuttle-fish, ted. Sepia), molluschi cefalopodi, comprendono una trentina di varietà. La più comune è la Sepia officinalis, diffusa nei nostri mari. Ha il corpo formato a guisa d’un sacco carnoso, con occhi grandi ed ovali, la bocca simile ad un rostro, e dieci tentacoli, muniti di ventose, che tagliati si riproducono. Nella parte inferiore si trova una specie di borsa interna, nella quale è contenuto un liquido bruno nerastro, con il quale l’animale intorbida l’acqua. Con questo liquido, un tempo, i cinesi preparano l’inchiostro detto appunto di Cina. All’interno si trova una specie di guscio calcare, ovale, spugnoso e leggero, chiamato osso di seppia, detto anche biscotto di mare, usato per levigare legni e metalli, usato anche nelle voliere per permettere agli uccelli in cattività di affilare i becchi. I depositi di uova di quest’animale si chiamano uve marine.
La carne della seppia, abbastanza coriacea, esige una preparazione preliminare di percussione, come quella del polipo. In gratella. Usate il solo sacco, dopo aver eliminato l’osso, occhi, bocca e vescichetta e lavate a lungo con acqua corrente. Tagliate il sacco in parti regolari e fateli marinare per due ore nell’olio, sale e pepe, unitamente a qualche aroma. Scaldate la gratella ed arrostite la seppia. Non dimenticate di ungerla di tanto in tanto. In umido con funghi. Usate solo seppioline piccole, che preparerete come indicato per la ricetta delle seppie in gratella. Nell’olio aggiungeteci delle acciughe spinate, prezzemolo ed aglio, il tutto tritato, poi del vino bianco, e, dopo qualche minuto, una salsa di pomodoro fresco, infine, i pezzi di seppie, con sale e pepe ed uno o due bicchieri di acqua bollente. Coprite il recipiente e continuate la cottura a fuoco dolce. Mezz’ora prima della fine della cottura, aggiungeteci i funghi secchi, che avrete puliti e rinvenuti nella Marsala. La cottura dei funghi e delle seppie dovrà ultimarsi congiuntamente. Servite il tutto caldissimo, con un contorno di prezzemolo fritto e di crostini, facendo uso del liquido di cottura, che addenserete, se occorre, come salsa d’accompagnamento.
Sesamo, (lat. Sesamum, fr. huile de sesame, ingl. sesam-oil, ted. Sesamöl. A seconda dei paesi di produzione cambia nome. Così gli Indiani lo chiamano gingil, i Malesi windjin, e mo-a i Cinesi), pianta erbacea delle Pedaliacee, dai fiori ascellari varianti dal bianco al rosso porpora. Originaria dalle isole della Sonda, fu poi trapiantata nelle Indie, in Egitto ed in Mesopotamia. Dai semi si estrae un olio, dolce, quasi inodore, che difficilmente s’irrancidisce e serve per la fabbricazione di saponi e l’adulterazione dell’olio d’oliva. L’olio di sesamo era noto fin dai tempi più remoti. Nei paesi arabi se ne fa un grande uso. Anche la Halva, un dolciume orientale, è fabbricato con l’olio di sesamo. Buono, ma contribuisce all’obesità.
Sgrassare, eliminare il grasso. Evitate di dire digrassare, inutile francesismo (dégraisser). Il grasso ritirato prima della cottura può essere utilizzato come elemento di successive fritture, purché chiarificato. L’eliminazione delle sostanze grasse, flottanti alla superficie d’un liquido in corso di cottura, si chiama, invece, schiumare.
Shikaree sauce. Nel gergo anglo-indiano shikar significa caccia e shikaree (oppure shikarry) è il cacciatore. È una salsa utile per l’anitra e il pollame selvatico. Mescolate una cucchiaino da tè di pepe di Caienna con una da tavola di zucchero bianco in polvere, sistemate la miscela in un tegamino e travasateci due bicchieri di ketschup di funghi, altrettanto di vino di Bordeaux (claret)ed il succo filtrato di un limone. Ponete il tegamino sul fuoco, mescolando sino allo scioglimento dello zucchero. Servite subito.
Shrub, voce inglese, per indicare una bibita alcolica, senza distillazione, col concorso di zucchero, limone od altre frutta.
Sicomoro (Ficus Aegyptia), albero che ha del fico e del moro (gelso) dicono i dizionari, ingarbugliando l’etimologia. Infatti, in greco moròs significa fico e sukè fatuo, quindi fico fatuo. È anche chiamato albero della pazienza. Ha una cima molto ampia da poter ombreggiare anche a grande distanza. Gli egiziani si servivano del legno di sicomoro, molto resistente, per rinchiudervi le mummie. I frutti, di sapore dolciastro, che pure si chiamano sicomori, costituivano un tempo il cibo principale dei pastori d’Arabia. Secondo il libro di Amos, capitolo VII, verso 12 e seguenti, al re Amasia che aveva invitato il profeta Amos ad andarsene a profetare nella terra di Giuda, in altre parole, lo aveva cacciato, il profeta rispose umilmente: Non sum propheta et non sum filius prophetae, sed armentarius ego sum velicans sycomoros. Né profeta, né figlio di profeta, ma pastore, che pizzica i sicomori. Cioè, Amos incideva i sicomori con le unghie, per farne uscire l’umore acre e mangiarli dopo due o tre giorni. Ma neppure questa ricetta biblica rende i sicomori accettabili al nostro palato. Un altro autore così descrive l’albero: Praecurrens igitur ramos conscendit in altae Arboris a ficu et moro cognomen habentis. Si chiama acero sicomoro anche l’acero montano.


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