Food-Design

La Maddalena e le maddalene

19 Marzo 2006

Par ma bouche, le monde entrait en moi
plus intimement que par mes yeux et mes mains.
Simone de Beauvoir

Se si anagramma la parola singe si scopre ciò
che fa l’ominizzazione.
Anonimo

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Alcuni orifizi portano alla perdizione, altri inducono alla regressione. Da qui il successo della bocca che, come il sesso della donna non esiste, ma consente la creazione del fantasma della gourmandise, attraverso il quale passa il desiderio narcisistico di mangiare il senso del mondo. ( Manger, scrive Simone de Beauvoir, n’était pas seulement une exploration et une conquête mais le plus sérieux de mes devoirs. ) Se la bocca non esiste, ciò non esclude che esistano i denti, le labbra, la lingua e le mucose, in breve, una cavità dove desiderio e piacere a volte si coniugano, dove la sostanza delle cose diventa orale ed apre le porte ad una psicopatologia del gusto. In questo senso, la funzione di soglia della bocca è evidente, attraverso essa la libido si storicizza, articola i suoi tre stadi evolutivi e gestisce gli aspetti regressivi dell’oralità. Non solo, struttura nel neonato la relazione tra godimento, inghiottimento e manualità, compensando con la suzione i fantasmi che divorano i desideri, rigettandoli, come nell’anoressia, o portando alla luce la loro insaziabilità. In ogni caso, la loro azione di sovversione all’ordine familiare, si direbbe spinti da una furia archetipica che nelle favole appare come una chimica dell’ostilità. Nei boschi e nella notte, infatti, il pericolo più che sbranarci ci vuole digerire, costringendoci a quella che l’alchimia chiama le “nozze chimiche”. L’uomo, del resto, non teme dei suoi fantasmi la bocca, che succhia e inghiotte, ma i denti, le fauci armate che soffocano e stritolano, teme il contenuto velenoso di quella metafora che i poeti chiamano il morso del tempo, l’altra faccia di Edipo.
Sigmund Freud ha sottolineato la confusione, troppe volte deliberatamente sminuita, tra il sessuale e il digestivo con la quale affiora l’equivalenza, tra la bocca e la vagina, nei fatti, l’identità di quel percorso che porta dentro il ventre, dove ogni cosa ha origine, incubando nella femminilità dei liquidi. In questa confusione, che si teme perché minaccia ciò che separa la tavola dal divano, la bocca diventa una matrice che tutto trasforma e con la quale si esplora tutto, capace di avvolgere il corpo dell’Altro nella lanugine del desiderio, d’infliggere l’ebbrezza della “grande arte”, come una stazione di quella via del desiderio che va sotto il nome di fellatio e cunnilingus . A volte, davanti a questa stazione insorgono prepotenti i sintomi del complesso di castrazione e, su un altro versante, l’originalità di certe sintesi orali che attraverso l’attività creatrice della cucina costituiscono le ragioni della gourmandise .
La bocca a tavola si apre agli alimenti e alla parola. Qui fonda, con la socialità, quel circuito libidinale che spezza il pane e alimenta la passione, in una “il detto e/è il cotto”, peccato che tra la mano felice e la bocca ci sia la posata, vale a dire l’educazione e, con l’educazione, la rimozione! All’ombra della bocca, del resto, niente è più malleabile della materia immaginaria, soprattutto se è rivelata dal gesto che unisce il cuocere al godere. Nelle culture primitive, scrive Gilbert Durand, il fuoco è spesso isomorfo dell’uccello, sia esso la colomba della pentecoste, il pennuto pirogeno degli aborigeni africani o il corvo ignifero dei Celti. Uccelli cotti due volte, dal fuoco dei fornelli e da quello delle passioni, che muta la parola in cibo e la fa diventare succulenta dentro lo stesso movimento che trasforma un festino in sacramento. Non per caso François-Marie Arouet, devoto empirista, offriva ai suoi ospiti di Fernet, pâtes de perdrix de Cahors et Périgueux, des vins fins e de bons mots. (L’interazione, il tempo, gli utensili, la lingua sono i con-vitati sociali della nostra evoluzione.)
La bocca femminile, che ammalia con il suo vischioso candore l’Altro, è spesso allontanata dai banchetti che rivelano la verità. Il motivo è tortuoso, perché inizia con un dio geloso di un peccato da buongustai, un peccato di portata universale che ha per protagonista una Eva avida di una mela croccante e capace di coniugare nello stesso appassionato abbraccio eros e agape . Questa avidità, che farà entrare le “primizie” nel mistero sacrificale, consentirà al dio un’ulteriore vendetta. I due figli di Eva, concepiti dopo la scoperta dell’impudicizia, uno, Caino, agricoltore, l’altro Abele, il pastore, saranno giudicati diversamente. Il primo offre al dio li primi frutti dei campi, l’altro il primo nato del suo gregge. Nel racconto è l’offerta vegetariana che farà condannare Caino come se fosse un criminale, perché gli dei amano il sangue e la truculenza, odiano gli uomini e godono nel nascondersi tra i fumi degli arrosti. Amano cuocere gli uomini nella parola: Mangia, questa è la mia carne! Bevi, questo è il mio sangue! Poi, per la piccola storia, colei che ha tradito con la bocca sarà tradita dalla bocca, condannata alla cucina terrestre, ai ceppi del focolare, a confondere le prémices con le prémisses, a convivere con i sillogismi, ingarbugliando gli inizi con le conseguenze, il compimento con la regressione, i cui tre volti freudiani riflettono il lavoro della pulsione di morte. (L’inappetenza è uno dei frutti del pensare!) Su questa strada la lievitazione del ventre ha un andamento ambivalente, da una parte, un origine divina, dall’altra, dice Victor Hugo, si rivela come l’otre dei vizi, essendo esso sull’asse di sviluppo del principio di piacere, la scivolosa trincea di tutte le passioni terrene. Passioni che il gusto struttura, perché nella bocca dimora il godimento originario della cosa, sia essa la celebre madaleine proustiana (che meglio sarebbe definire, un pasticcio bergsoniano) come l’arrosto di Immanuel Kant. Sia essa la festa di primavera sotto i ciliegi in Giappone, che la cibation con la quale l’alchimista nutre di pane e di latte la storta che produrrà il metallo. La natura di questa cosa è nella forma di un eros alimentare, dunque, di un narcisismo che ha un valore formativo solo se si consuma nel convivio, diventando il principio di una circolazione libidinale delle passioni, un “vivere con”, una confusione della succulenza con il godimento, un’arte in cui la collusione della parola con il cibo materializza l’una a spese dell’altro, perché questo, in ultima analisi vuol dire cuocere . Fu Claude Lévi-Strauss ad accorgersi dell’arcano: tutti gli esseri viventi mangiano, l’uomo cucina. Cucinando è arrivato alla semiologia, mangiando diviene.

Madeleines.
Pierre Lacam nel suo Mémorial de la pâtisserie afferma che la madaleine è un’invenzione di un tale Avice, un pasticcere al servizio di Talleyrand. Questi ebbe l’idea di mettere un appareil à tôt-fait in alcuni piccoli stampi per aspic, ricevendo, si dice, l’approvazione dello stesso Carême. Altri, sostengono che è un dolce popolare originario di Commercy, reso famoso dalla grazia di una giovane cuciniera e da Stanislas Leczinski, re e gastronomo, inventore dell’Ali Babà o babà, come si chiamò in seguito, che lo fece conoscere alla corte di Versailles e poi a Parigi. In ogni modo, dolci simili si trovano anche nell’arte pasticcera monacale italiana e portoghese, cambiano solo le proporzioni dei due ingredienti principi, il burro e le uova.
Lavorate in una terrina 600 grammi di zucchero fine, 600 grammi di farina setacciata, dieci uova intere e quattro tuorli, la scorza di un limone grattugiato, una presa di sale. Aggiungeteci 400 grammi di burro lavorato a pomata. Amalgamate bene il tutto con una spatola. Riempiteci, per due terzi, gli stampini appositi, imburrati e infarinati, e passate il tutto in forno, gia caldo, a temperatura media. Potete profumare l’appareil con della vaniglia ed anche aggiungervi qualche grammo di bicarbonato. Non usate altri aromi, piuttosto, servite con le madeleines un po’ di confiture de groseille blanche.

Il pudding: una forma di resto

11 Marzo 2006

Fair fà your honest, sonsy face,
Great chieftain ò the puddin’ race!
A boon them à ye tak your place,
Painch, tripe or thairm,
Weel are ye worthy of a grace
As lang’s my arm.

(Robert Burns , To a haggins)

Può essere freddo o caldo, è considerato una preparazione di pasticceria, ma può contenere della carne di montone, di maiale o di manzo, come il beefsteak-pudding, ed essere salato. Nel gergo cucinario è un apprêt, in psico-analisi, come metafora del bolo fecale, è un objet (petit) a.

Ci sono più di un centinaio di ricette per il pudding, ma il pudding è il pudding, tutti richiedono delle cake-hands, una lunga cottura e di una veste nel quale fasciarlo, oggi è di cotone, un tempo era di lino bianco. La sua architettura è decisamente democratica, non sono previsti, per allestirlo, né barocchismi né tecniche speciali, basta “on pound of every thing”, le nuances creative e le varianti sono un di più personale, fanno eccezione solo la quantità di grasso di rognone e di treacle, la melassa raffinata, se sono dolci. Molte volte si chiamano pudding anche degli orrori gastrologici, in ogni modo ciò che sono deriva sempre dal predicato che li accompagna. I più famosi sono il bakewell-pudding, il black-pudding (o puddings, considerato che costituiscono una famiglia imparentata con i sanguinacci), il lemon-pudding, il fruit-pudding, il marrow-pudding, il rolly-pudding, il bread and butter pudding, il chestnut-pudding, il Victoria pudding, il ginger-pudding, il Cobourg pudding, il tapioca-pudding, il rice-pudding, l’ hasty-pudding, lo steamed apple pudding, il suet-pudding (o puddings, i più antichi costituiti solo da grasso di rognone), e soprattutto, il celebre plum pudding . Lo Yorkshire pudding, altrettanto rinomato, di fatto non è un pudding, ma una sorta di spessa crêpe che accompagna gli arrosti. Fa parte dei batter puddings, cioè, di quelli a impasto da friggere. Quello di York è cotto al forno e in un recipiente quadrato. Da quando la cucina dei clubs si è secolarizzata, hanno fatto la loro comparsa anche degli strani pudding, come quello all’americana, alla brasiliana, al vino rosso, ai vermicelli. Anche gl’irlandesi hanno un pudding, al Cheddar. Infine c’è da segnalare il Christmas plum pudding in scatola, quasi tutto destinato all’esportazione, un capolavoro dello humour anglosassone.
L’origine dei pudding si può far risalire ai pasticci medioevali, ma la sua anima è vittoriana. A Natale se ne cocevano così tanti che invece dei tradizionali caldari di rame si usano i recipienti per il bucato e si farcivano con dei portafortuna. Quelli per dodici commensali con un ferro di cavallo, quelli più piccoli con una sovrana d’oro. Se in casa c’era una zitella ci finiva dentro il bottone di un gilet di scapolo, altrimenti un ditale d’argento. I raffinati lo servivano con una salsa alcolica al vino di Madeira, sempre circondato da petali di fiori o da ramoscelli di agrifoglio. La loro comodità sta nel fatto che si possono preparare, come suggerisce una grande cuoca, la signora Beeton, al secolo Isabelle Mayson, con settimane di anticipo.

L’espressione di pudding e le sue ricette sono rigorosamente inglesi, le varianti scozzesi e gallesi sono successive e sottolineano il potere polisemico di questa. Esso descrive un’identità e l’illusione di una comunità. Le forme cucinarie, afferma Claude Lévi-Strauss, sono un linguaggio nel quale una società inconsciamente traduce le sue strutture sociali, a meno che, senza rendersene conto, essa non si rassegni a svelare le sue contraddizioni. Definire che cos’è un pudding è impossibile, se vale un’approssimazione simbolica possiamo dire che esprime l’amore degl’inglesi per la frutta secca e per il bollito. Il suo archetipo è costruito su la “plum “, una parola che nella cucina inglese identifica non solo le prugne, ma anche con i frutti della vigna seccati, siano essi di Corinto o di Smirne. Il fatto che molti puddings si possano cucinare anche in forno accresce la confusione. In una sola parola, infatti, indica quello che in altre cucine sono i pasticci, le torte, i budini e gl’insaccati da cuocere. Passando dalla cucina ai menu il pudding, abbreviato in “pud”, ha finito per identificare i dessert. Anche la sua grafia è incerta. I raffinati lo scrivono poudding, facendolo derivare dal francese boudin . Esso diviene pudim in portoghese, ma è un azzardo filologico. In genere, nei ricettari, ingredienti diversi danno vita a piatti con nome simili, nel caso del pudding è il contrario. Il suo archetipo è sempre costituito da un impasto rotondo di farina, latte, uova, zucchero, grasso di rognone e frutta secca, cucinato per bollitura, ciò nonostante ha infinite versioni e tipologie, per questo è l’uso a cui si destina che è prevalso nel definirlo. Un tempo tra i suoi ingredienti vi compariva anche il midollo e, come suggerisce l’etimo, si esigeva per la cottura uno stampo, il più antico dei quali era costituito dallo stomaco o dall’intestino di un animale da stalla. I primi, di metallo, erano stampi conici, oppure, ovali se il pudding era destinato ad essere cotto in forno. La presenza dello zucchero lo colloca a fine pasto, quelli senza zucchero, invece, non sono altro che il complemento necessario ad un piatto, ciò che lo integra per definirlo.
La parola pudding si fa risalire al quattordicesimo secolo, per diverso tempo non è stato che una variante dei sanguinacci, come rivela il predicato “black”. Si componeva di sangue, grasso e farina d’avena, era variamente aromatizzato, bollito e poi arrostito. La penuria di erbe aromatiche e il costo degli aromi ha favorito, con il tempo, la farcitura con la frutta secca. Oltre a quello nero esisteva anche un white pudding, era riempito, oltre che di cereali dagli abats del maiale. È chiamato anche hog’s pudding, perché “hog” è il nome del maiale adulto. I poveri, che non potevano permettersi neanche gli scarti del maiale, preparavano dei white puddings con la sola farina d’avena, variamente speziata e mescolata al grasso. L’aggiunta di uvetta, di fichi e di prugne secche avrebbe poi dato vita al pudding come dessert. La sua antica forma aristocratica, invece, da il nome ad una particolare famiglia di pudding, gli haggis, oggi piatto nazionale scozzese, spacciato spesso per selvaggina ai visitatori creduloni. Si racconta che, nell’Ottocento, si organizzavano per essi delle ironiche battute di caccia agli haggis, la cui ricetta più antica risale ai cucinieri di Carlo I. Il trenta novembre, giorno di San Andrea, era servito su un vassoio di argento e accompagnato a tavola dal suono della ceol beg (piccola musica) delle cornamuse. Per l’occasione si tiravano fuori quelle con la bag in pelle di pecora e le canne costruite con i femori dei nemici uccisi in battaglia. Questa santificazione del bolo fecale (un buon haggis è preparato con il cuore, i reni, l’intestino, sommariamente lavato, ed altre interiora della pecora mescolate con un pugno di erbaggi) si trasforma così in una sublimazione, nella forma di un rito di difesa contro il ricordo intollerabile di un appagamento di cui si vuole temperare il ricordo. Sigmund Freud definisce la sublimazione come una capacità plastica della pulsione, una resistenza ai flutti dell’eccitamento puberale che si muta in un desiderio di sapere. Meglio mettere le mani e la bocca sulla materia fecale che fronteggiare la castrazione. Lo prova l’affetto per il kilt, che umilia l’amore narcisistico per il proprio pene in cambio dell’amore incestuoso per la propria madre.

Tra i pudding scomparsi c’è quello ai piselli secchi cotti in un sacchetto immerso nell’acqua bollente e poi strizzato. Il pease pudding, così confezionato, è molto simile ad una preparazione della cucina tedesca, popolare tra le truppe al fronte della prima guerra mondiale. Un cibo immancabile sulla tavola dei poveri, come lo steak and kidney pudding su quelle degli aristocratici.
Essenziale piatto di complemento, il pudding diviene dolce un po’ alla volta, a partire dalla fine del Settecento. Si arricchisce di mandorle, burro, uova e frutta fresca e diventa più complesso perché, ora, richiede una cottura in una camicia di pasta. Finisce così con il confondersi con le torte salate italiane e francesi e con il superare la dicotomia di salato e dolce. In questo senso il Kent pudding pies è più simile ad una crostata che ad un boudin e con esso si reintroduce il principio dello stampo che si mangia, come già avveniva nella mensa antica.

Come espressione dello spirito inglese il suo costo riflette la condizione di chi lo consuma, fino a diventare un’espressione ostensiva del lusso, in questo senso quella di “classe”, nell’Ottocento, si farcivano di odori costosi, come l’acqua di rose, l’ambra grigia, il muschio, diventando cibo festivo e allontanandosi dall’idea di pudding come nutrimento quotidiano dei poveri.
L’enorme popolarità di questa preparazione ha finito per associarla a dei luoghi, a dei personaggi famosi, a degli avvenimenti, ci sono più di cinquanta pudding il cui nome risponde a questa logica, così come sono numerosi i proverbi che lo utilizzano per caldeggiare le virtù civiche. Se lo ricorderà Friedrich Engels per promuovere la prassi, solo assaggiandolo si può capire se è buono. Di contro, se ci si mettono troppe uova, come tutti i progetti raffazzonati, il pudding affonda.
La sua forma rotonda, infine, nella satira inglese, sottolinea, per tutto il diciannovesimo secolo, la vocazione di questo popolo all’imperialismo, il là si deve ad un celebre disegno di James Gillray, datato 1805, ad un tavolo sono accomodati Napoleone Bonaparte e il primo ministro inglese William Pitt, in mezzo un budino a forma di globo terrestre. Mentre Napoleone si mangia un pezzo di Europa, Pitt si ritaglia le Antille. A questo proposito, l’India, che ha subito il dressage della cultura inglese, ha tra le sue ricette un Madras Club pudding a base di curry che si avvolge, per cuocerlo, nella seta.

È su questa strada che il pudding si è progressivamente trasformato in una reliquia del passato, in un ricordo della gloria perduta, nell’emblema di una imbarazzante vocazione espansionistica e, finanche, l’espressione di una mascolinità carnivora. Così, il suo oblio si ammanta con il pentimento, nei ristoranti inglesi da qualche tempo si serve un pudding vegetariano, algido, da quaresima, una vera mortificazione del gusto. Come diceva Freud? I prodotti terminali dell’inconscio sono i fantasmi. Proviamo a tradurre, sul piano etico, inconscio con desiderio. Che cosa diventa? Una pulsione di cui non abbiamo coscienza, la quale ha davanti a se una stella fissa, il piacere assoluto all’interno di un luogo incestuoso. Il desiderio è l’inconscio alla ricerca dell’incesto.

Il plum-pudding della signora Beeton.

Trita grossolanamente, dopo aver tolto loro i semi e gli eventuali piccioli, 200 grammi di uvetta di Smirne con 200 grammi di uvetta di Corinto, aggiungici 400 grammi di grasso di rognone battuto finissimo. In una terrina, con 400 grammi di pan grattato e 300 grammi di scorza di frutta candita affettata, aggiungete sei uova intere e tre tuorli, il tutto battuto con cura, mescolate a questo impasto il grasso di rognone con le uvette e bagnatelo con un bicchierino di vino di Madeira e uno di brandy precedentemente scaldati in un pentolino con mezzo tronchetto di cannella e un pizzico di noce moscata grattugiata al momento. Quando il tutto è ben miscelato versatelo su un panno di cotone imburrato e infarinato. Confezionateci una palla che legherete ben stretta, sistematela in uno stampo in modo che non si deformi, immergetela in acqua bollente e cocetela per almeno sei ore a fuoco medio e a recipiente chiuso. Appena è pronto, appendete il budino in modo che sgoccioli per bene. Servitelo appena e tiepido con una salsa al brandy che preparerete così: Mettete in un pentolino due cucchiai di zucchero fine, aggiungeteci 60 grammi di burro ammorbidito e mezzo bicchiere di brandy. Amalgamate il tutto a bagnomaria con una frusta, aggiungeteci un sospetto di anice stellata tritata fine, lontano dal fuoco finite la salsa con un altro mezzo bicchiere di brandi e un bicchiere di vino di Madeira. Versa metà della salsa sul pudding, liberato dal panno, e metà portala a tavola con una salsiera. Infilaci un rametto di agrifoglio, incendia il tutto e servi. La signora Beeton aggiunge, se prepari il pudding con qualche giorno di anticipo lascialo nel panno e, al momento di servirlo, riscaldalo in acqua bollente per almeno un’ora. Puoi prepararne cinque o sei alla volta, perché si mantengono per diverse settimane. Lo stampo da un quart è sufficiente per sei, otto persone. La stagione adatta per preparare i puddings è quella che va da dicembre a marzo. Il costo medio di un pudding è di quattro scellini, quello per la salsa è di uno scellino e tre pennies . (La ricetta è tratta dall’edizione del 1860 dell’ Household Management).
Appendice

Da un punto di vista strutturale il pudding non può essere considerato un unicum cucinario. Giulio Polluce, retore greco del secondo secolo dopo cristo (fu titolare di una cattedra di eloquenza ad Atene), più conosciuto per la sua fama di cialtrone e gastronomo, ci racconta di un piatto del suo tempo che si chiamava thrion, era una palla di strutto, di cervella di capretto, di uova e formaggio fresco amalgamati tra di loro e aromatizzati con delle erbe odorose. Questa palla veniva avvolta stretta in foglie di fico e lessata in un brodo leggero, poi, affettata e saltata in padella con del miele.

Istruzioni per l’esame e bibliografia 2005/06

3 Febbraio 2005

Lo studente può sostenere l’esame scegliendo uno dei tre moduli qui sotto indicati.

Primo modulo.

Contenuto dell’esame:

a – Tutto ciò che è stato detto a lezione più il materiale che è comparso su questo sito.

b – (a cura di) Jean-Louis Flandrin e Massimo Montanari, Storia dell’alimentazione, Editori Laterza, 1997.

c – Gianni-Emilio Simonetti, La sostanza del desiderio, Derive/Approdi, 2005.

d – Marvin Harris, Buono da mangiare, Einaudi 1990.

e – Piero Camporesi, Alimentazione, folclore, società, Pratiche editrice, 1980.

f – Mary Douglas, Antropologia e simbolismo, Il Mulino, 1985. (Solo i capitoli sesto e settimo.)

g – Mario De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento, Feltrinelli, 1991.

h – F.T. Marinetti, Fillia, La cucina futurista, Christian Marinotti Edizioni, 1998.

Secondo modulo

Contenuto dell’esame:

a – Tutto ciò che è stato detto a lezione più il materiale che è comparso su questo sito.

b – (a cura di) Jean-Louis Flandrin e Massimo Montanari, Storia dell’alimentazione, Editori Laterza, 1997.

c – Gianni-Emilio Simonetti, La sostanza del desiderio, Derive/Approdi, 2005.

……….

g – Mario De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento, Feltrinelli, 1991.

h – F.T. Marinetti, Fillia, La cucina futurista, Christian Marinotti Edizioni, 1998.

i – Una ricerca sul campo da concordare con il docente su un tema storico o di attualità che abbia per argomento la relazione tra società ed atti alimentari .

(La ricerca può essere fatta anche in coppia. Una volta concordata la ricerca sarà fornita allo studente o agli studenti una bibliografia ad-hoc .)

Terzo modulo.

Contenuto dell’esame:

a – Tutto ciò che è stato detto a lezione più il materiale che è comparso su questo sito.

b – (a cura di) Jean-Louis Flandrin e Massimo Montanari, Storia dell’alimentazione, Editori Laterza, 1997.

c – Gianni-Emilio Simonetti, La sostanza del desiderio, Derive/Approdi, 2005.

……….

g – Mario De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento, Feltrinelli, 1991.

h – F.T. Marinetti, Fillia, La cucina futurista, Christian Marinotti Edizioni, 1998.

i – Una ricerca sul campo da concordare con il docente su un tema storico o di attualità che abbia per argomento la relazione tra design (progettuale o strategico) ed atti alimentari .

(La ricerca può essere fatta anche in coppia. Una volta concordata la ricerca sarà fornita allo studente o agli studenti una bibliografia ad-hoc .)

Nota bene:

Gli studenti che vogliono concorrere per il trenta/trentesimi devono scegliere tra il secondo e il terzo modulo.

Gli studenti di lingua madre diversa dall’italiano possono concordare con il docente una bibliografia per l’esame costruita sulla lingua desiderata.

Gli studenti che hanno fatto almeno due esercitazioni di cucina storica partono da un voto minimo di venti/trentesimi.

I punti vinti nel corso delle lezioni devono essere esibiti al momento dell’esame.

Letture complementari:

(Questa bibliografia è mirata a completare la conoscenza sul contenuto dell’insegnamento per l’anno accademico 2005/2006.)

Jean-Paul Aron, La Francia a tavola, Einaudi, 1978.

Fernand Braudel, Capitalismo e civiltà materiale, Einaudi, 1977.

Joanne Finkelstein, Andare a pranzo fuori, Il Mulino, 1992.

Massimo Montanari, Convivio oggi, Editori Laterza, 1992.

Gianni-Emilio Simonetti, La vivandiera di Montélimar, Derive/Approdi, 2004.

Nota bene: Usare l’e-mail del sito per ogni comunicazione riferita a questo esame.

(Gianni-Emilio Simonetti, aprile 2006.)

Corso 2005/06

3 Febbraio 2005
Politecnico di Milano, Bovisa.
(Anno accademico 2005-2006)

Dalle tovaglie in alluminio dei futuristi alla nouvelle cuisine: lo strutturarsi dei segni cucinari.

Da subito conviene osservare che questi segni cucinari, come hanno dimostrato gli strutturalisti e gli antropologi, sono contenuti in un sistema più ampio e dal quale ricevono un senso, quello degli atti alimentari.

Gli atti alimentari non sono solo uno dei volti del mondo delle cerimonie in cui viviamo, hanno una caratteristica funzionale, sono strutturati come un linguaggio, vale a dire, tra le altre cose, sono suscettibili di progetto, possono, cioè, essere pensati nella prospettiva di un obiettivo condiviso.

L’oggetto di questo insegnamento è dunque quello di storicizzare gli aspetti culturali che fanno da sfondo a questa ipotesi progettuale.

Questa storicizzazione, nel contesto di questo anno accademico, è per intero contenuta tra due date significative, la prima addirittura calendarizzata, si tratta del 20 febbraio 1909, quando sulla prima pagina del quotidiano parigino Figarò fu pubblicato il primo manifesto o manifesto di fondazione del futurismo.

La seconda data, invece, la identifichiamo con una stagione compresa tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, quando un nuovo stile cucinario, così battezzato da due gastronomi, Christian Millau ed Henri Gault, venne creato nell’ambito della haute cuisine francese da un gruppo di chef tra i quali, per adesso, ricordiamo soltanto Paul Bocuse, Michel Guérard e Roger Verge.

Una precisazione di metodo. Food-design è un’espressione, alla moda, che uniforma in diverse università italiane l’attenzione per i problemi alimentari e il modo d’intenderli nell’ambito delle facoltà di progetto. Noi, invece, useremo l’espressione di atti alimentari, che riteniamo più ampia ed articolata. Con atti alimentari, infatti, si comprendono anche i luoghi e i sistemi di produzione, i supporti merceologici, l’analisi sensoriale, i modelli e i congegni per l’elaborazione dei prodotti, ma soprattutto si fa riferimento ai contenuti simbolici e, di riflesso, storici e cerimoniali del problema della nutrizione.

Sinteticamente, gli atti alimentari sono il paradigma che struttura la figura del soggetto – colui che mangia – all’interno di una cornice argomentativa o, se preferite, di un frame, che ha nel mangiato uno dei luoghi in cui maturano le forme della sua sociabilità e di conseguenza della sua interazione sociale.

Il carattere materiale degli atti alimentari ci consente, poi, per quanto riguarda il tema della progettazione, di superare l’illusione di questa come di un processo in cui semplicisticamente convergono forma, contenuto e funzione, ma di pensarla (la progettazione) a partire dal senso della forma di progettazione e delle sue metodologie, intese come un rapporto critico tra segni, relazioni e loro pragmatica.

Da subito dobbiamo anche rilevare che la cultura materiale, di cui gli atti alimentari sono stati uno tra i principali momenti fondativi, è caratterizzata dal carattere della complessità.

Questa complessità si esprime sostanzialmente attraverso il principio olistico, per cui il tutto che essa rappresenta è superiore alle parti che la compongono e il principio di causalità, secondo il quale gli effetti che determina possono a loro volta originare le cause da cui essa ha origine. Il concetto sembra paradossale, ma lo si può vedere con un esempio tratto dallo studio dell’ambiente. Nella biosfera, l’atmosfera è l’elemento che consente l’apparizione della vita, ma la vita, di ritorno, concorre a sviluppare l’atmosfera, cioè, la causa della sua causa.

Interrogare a ritroso questa complessità significa mettere in luce – attraverso il tutto – le parti che la strutturano e rivelare le forme grammaticali e sintattiche che le consentono di avere un senso.

In particolare, gli atti alimentari, oggi così popolari nelle loro forme spettacolari, hanno come gli atti sessuali una specificità, di essere allo stesso tempo evidenti e sconosciuti. Se volessimo citare Hegel, diremmo, come lui stesso ha osservato a proposito del noto, che ci sono sconosciuti grazie alla loro notorietà.

Questo significa, tra le altre cose, che dobbiamo considerare la forma di progetto degli atti alimentari non solo come se fossero il semplice riflesso di processi simbolici o di un percorso più o meno ludico attraverso l’immaginario, ma come una dimensione della vita sulla quale il reale e la sua storia hanno posto le loro ipoteche di senso e di significato.

Alcuni caratteri specifici del tema.

Nella cultura e nella tradizione occidentale l’opera d’arte e i concetti che la identificano sono connessi ad un oggetto sensibile e ai due sensi prevalenti, la vista e l’udito.

Di contro, il gusto, l’odorato e il tatto, salvo eccezioni, trasformano, nel sentire comune, la sostanza di cui è fatto l’oggetto artistico e, spesso, la distruggono.

Una tale constatazione ha finito per installare, a partire dall’arte classica antica, una distanza tra l’io e l’opera. Distanza che, da una parte, banalizza l’esperienza sensibile degli individui, dall’altra, (questa distanza) si trasforma, soggettivamente, in rispetto ed ammirazione dei soli risvolti astratti delle emozioni. Risvolti che in qualche modo contraddicono il concetto stesso di arte come apparizione (invenzione), relegandola a semplice apparenza.

Di più, nella modernità, da un punto di vista antropologico, il concetto di arte è sempre il risultato di un’ablazione, perché da una totalità sociale nei quali sono immersi, determinati oggetti plastici (pitture, sculture) o determinati avvenimenti ritmici (musiche, danze)
vengono isolati e qualificati come opere d’arte.

Così, ciò che all’origine, costituiva una dimensione della società è divenuta una sua parte.

Nell’arte antica, di contro, le opere erano inseparabili dalla loro dimensione magica e religiosa, tecnica ed estetica, perché costituivano dei fatti sociali totali e, in quanto fatti sociali, contribuivano efficacemente a sviluppare quelle forme dell’interazione sociale che portarono, tra l’altro, alla fondazione della polis. In questo contesto è la visione puramente estetica che ne ha fatto successivamente dei fatti sociali parziali.

La qualità della tecnica moderna, ha poi rappresentato, con la sua dimensione materiale (sostanza, supporto, utensile) ed immateriale (il saper fare procedurale) un ulteriore fattore di confusione.

La dipendenza dell’arte dalla tecnica con il tempo è divenuta così forte che, oggi, si può parlare di un rapporto di determinazione. Lo si constata in architettura dove sempre più spesso la forma deriva dalla struttura, e la struttura deriva dai materiali usati. Non senza una certa ironia l’inventore della cucina moderna, Marie-Antoine Carême, definiva questa disciplina una branca della pasticceria… lo ha dimostrato ridisegnando il piano urbanistico di Pietroburgo!

Questa dipendenza, in generale, crea confusione, perché confonde un progresso nelle arti con un progresso delle arti, vale a dire, finisce per restare inascoltata la spaltung, la faglia di senso tra le possibilità formali e l’efficacia sostanziale.

Le arti che consumano le arti, invece, hanno un grande vantaggio su tutte le altre, contribuiscono a “ricostruire” le fondamenta dell’esperienza sensoriale, dunque, a strappare l’uomo dalla maledizione di trasformarsi nella “statua” di Condillac.

In queste arti non ci sono faglie, perché la tecnica, in questo particolare caso, si configura come un frame argomentativo, uno sfondo di senso che si fa storia e civilisation.

(marzo 2006)