Food-Design

Quinta Esercitazione 2007-08

14 Aprile 2008

FOOD DESIGN.
Quinta esercitazione, 2007-08.
Martedì 15 aprile 2007
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Un cappellificio a forma di…cappello, ed una torre che è… quel che sembra!
La Hut Fabrik (il Cappellificio Steinberg) a Luckenwalde e
la Einsteinturm a Potsdam
di Erich Mendelsohn.

Schizzo della Einsteinturm

Foto della Einsteinturm

Disegni della Einsteinturm

“Dobbiamo essere con consapevolezza architetti immaginari”, scrive Bruno Taut nel 1919. L’anno appresso fonda una rivista di architettura che chiamerà Frühlicht, l’alba, è una delle palestre dell’espressionismo. Nell’aprile del 1919 Walter Gropius è nominato direttore del Bauhaus.
In questa manciata di anni che seguono la fine della prima guerra mondiale a Mosca trionfa la rivoluzione leninista, in America si processano Sacco e Vanzetti, Mussolini marcia su Roma. In pittura l’asciutto realismo dei pittori della Neue Sachlichkeit si stempera nelle passioni e nelle ombre dell’espressionismo che sogna cattedrali di cristallo. La biografia di Henry Ford celebra la produzione industriale, è tradotta in tedesco e solleva un certo entusiasmo: la “catena di montaggio” diventa un paradigma della “volontà di potenza”. Vladimir Tatlin progetta il “Monumento alla Terza Internazionale”, Naum Gabo, che soffre di miopia, l’accusa di essere una copia della Torre di Eiffel. La poetica formalista proposta da Vasilij Kandinskij è bocciata dall’Inkhuk di Mosca. Si gettano le fondamenta della grande Exposition di Parigi. A Los Angeles nel 1922 si costruisce una nuova casa ogni ventisei minuti. Kurt Schwitters prosegue la costruzione della Merzbau, è un work in progress, Hans Richter che la visita è allibito, ci sono anfratti, pieghe, ricettacoli di immondizia, buchi, ciascuno dei quali con il nome di un amico, frammenti di pubblicità, ciocche di capelli, una dentiera, un recipiente ricolmo di orina. Lui, che diverrà famoso per i suoi film astratti, non capisce che questo è il primo monumento all’inconscio. Intanto a Parigi dominano le idee enigmatiche di Dada e si prepara il secondo avvento, si chiamerà surrealismo. Chi va a Tokyo dorme all’Imperial Hotel di Frank Lloyd Wright. Mezzo secolo dopo diranno che è la sua opera più bella. Mies van der Rohe, sogna ancora la poesia congelata e veste gli edifici di cristalli, un omaggio al narcisismo che passa per Paul Scheerbart e gli amici della Gläserne Kette. Siamo lontani dalla stazione tra la neve di Helsinki disegnata da Eliel Sarinen, così come dal cupo e pretenzioso neo-goticismo del Chicago Tribune di Jood e Howells, diranno, sono stati i committenti a volerlo così. Ulisse di James Joyce è del 1922. Psicologia delle masse ed analisi dell’Io, di Sigmund Freud del 1921. Nel 1921 è completato il “quarto” volume della Recherche di Marcel Proust, s’intitola Sodoma e Gomorra. Nel 1919 erano usciti Mont de piété di André Breton e Allegria di naufraghi di Giuseppe Ungaretti. L’anno dopo Filippo Tommaso Marinetti pubblica due lavori, Elettricità sessuale e Al di là del comunismo. Con questo due titoli dà l’avvio ad una lunga stagione di “marchette”. Peccato per l’architettura, Antonio Sant’Elia era morto a Quota 77, vicino Monfalcone nel 1916, in quella che lo stesso pontefice definì “un’inutile strage”.

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hutfabrik


hutfabrik

Eric Mendelsohn, nato il primo giorno di primavera del 1887, nella Prussia Orientale, e morto a San Francisco nel 1953, è uno dei più importanti esponenti dell’architettura espressionista tedesca, amico e sodale degli artisti del “Blaue Reiter” e di “Die Brücke”, fondatore con Mies van der Rohe e Gropius del gruppo noto come Der Ring. Tra le sue opere più importanti ricordiamo la fabbrica “Bandiera Rossa” a San Pietroburgo e il De Warr Pavilion a Bexhill on Sea nell’East Sussex.
La sua popolarità, però, è legata ad altri due edifici in cui ironia e funzionalismo, plasticità e dinamismo sono l’impronta delle sue idee sul “costruire”.  Entrambi sono stati realizzati nello stesso periodo, sono la “Torre Einstein”a Potsdam e una “Fabbrica di cappelli” a Luckenwalde. Il primo edificio, voluto su iniziativa di Herbert Freundlich per verificare la teoria della relatività, celebra piuttosto “la materia sessuale di massa” di Wilhelm Reich. Il secondo è un omaggio all’arguzia. Mette insieme “quel essere matti come un cappellaio”, come recita un proverbio inglese, che Lewis Carroll trasformerà in uno dei protagonisti delle avventure di Alice, con la nascita della reclame, come allora si chiamava la pubblicità ingenua.

(Per la memoria. A Luckenwalde, durante la seconda guerra mondiale i nazisti vi installarono un campo di concentramento. Oggi è quasi dimenticato, ma non è stato meno efferato di altri.)

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hutfabrik


hutfabrik

Obiettivo dell’esercitazione:
Interpretare la “morfologia” di uno dei due edifici utilizzando un chilogrammo di pasta sfogliata industriale.
(La pasta sfogliata, o sfoglia, è in vendita nei supermercati. Per stabilizzare la “costruzione” usare la catena del freddo o la cottura al forno. Se la costruzione è cotta nel forno usare lo zucchero che caramella per ombreggiarla. Si può armare il modellino con stecche di legno. In questa esercitazione la commestibilità non è richiesta.

L’esercitazione vale due punti.
Se è realizzata in squadra un punto a testa. 

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Quarta Esercitazione 2007-08

7 Aprile 2008

“OBENTO”.
(Il mio pranzo in “scatola”)

Bento

Bento

Bento

Il bento (o obento) è uno degli esempi più popolari di come la cucina giapponese sappia “coniugare”, in una inedita sintesi, la sua millenaria tradizione e le influenze del mondo occidentale. Questa sintesi si sviluppa, allo stesso tempo, sia sul piano nutrizionale che estetico, fino al punto di coinvolgere colui-che-mangia e il mangiato in una unità di senso e di cultura che esprime uno stile di vita sentito ed originale.
Il bento, infatti, non è solo un pranzo in scatola, ma qualcosa che deve prima di tutto essere mangiato con lo sguardo.
Un pranzo che rispecchia una poetica che si traduce in codici,
quello che armonizza il piccolo, il separato e il frammentato,
quello che sviluppa una dialettica tra colore, forma e struttura degli alimenti,
quello che costruisce una continuità significante tra cibo e contenitore e, infine,
quello che accomuna nell’atto alimentare la personalità di chi mangia con il mangiato.

Bento

Bento


</p>Gli oggetti – al di là della loro sostanza – non sono, in chiave fenomenologica, che dei complessi di tendenze e dei reticolati di gesti su cui i processi simbolici trasferiscono gli embrici dell’immaginario, a cominciare, nella fattispecie dei bento, da quel processo di gulliverizzazione che consente alla cultura giapponese di sviluppare una convincente equazione estetica a partire dalla minuzia e dalla meticolosità. Per finire a quella equivalenza di contenuto e contenente che riflette il principio analitico del primato del significante sul significato.

Bento

Bento

In altri termini, come delle sorprese retoriche, i bento rivelano la capacità della poetica di “includere” la tecnica e diventare uno dei modi di quella poiesis della vita corrente che plasma la differenza culturale.
Il bento, dunque, come arte della sorpresa elude – qui è il mangiato – ciò che la linguistica definisce il denotato per diventare una irripetibile esperienza del contenuto alimentare e del linguaggio dell’arte a tutto vantaggio della jouissance.

Bento

Bento

Obiettivo dell’esercitazione è quello di realizzare un bento che esprima una di queste tre forme del sentire:
– Il cibo indimenticato della propria infanzia.
– Il cibo della propria terra di origine.
– Il cibo che vorremmo ricevere.
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(Questa esercitazione può essere realizzata e presentata in due modi.
Primo modo. Allestendo un bento (°) che sarà poi trasferito su un supporto digitale per essere mostrato.
Secondo modo. Allestendo un bento (°) – con cibi commestibili – che sarà portato in aula e commentato.
(°) – È essenziale la coerenza tra il contenitore e il contenuto.
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(La prima prova vale due punti. La seconda vale tre punti. I punti si dimezzano se la prova è eseguita in squadra.)
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Terza Esercitazione 2007-08

1 Aprile 2008

OSTRICHE PALPITANTI
(Analogie, metafore e gourmandise)


Natura morta con ostriche e leccornie

Osias Beert
Natura morta con ostriche e leccornie.

Paul Émile Debraux (1796-1831), conosciuto come il Re della Goguette(°), poeta di strada parigino, anarchico, puttaniere, animatore di società segrete e chansonnier, cantava: 
D’une huitre qui te plaira fort,
Je vais te montrer les coquilles. 

Huître: “Le con qui sent la marée, s’ouvre et se referme sur le doigt du pêcheur, sa morsure, quoique douce, est parfois venimeuse…”

Ostrica (Ostrea): Con questo termine è indicato un certo numero di molluschi marini bivalve comuni a molti mari.  Le due valve sono disuguali e quella inferiore, al quale è ancorato l’animale, è più grande ed incavata della superiore.  Entrambe sono ricoperte di lamelle squamose ondulate.  Nei mari orientali alcune varietà di ostriche producono perle.  Le ostriche si nutrono di microrganismi filtrati dai palpi labiali.  Hanno dei cicli vitali diversi.  La specie europea e quella americana sono ermafrodite.  L’ostrica indigena delle coste francesi è l’Ostrea edulis, è piatta ed è chiamata gravette nei bacini di Archachon e belon in Bretagna.  La varietà portoghese, messa a dimora nell’Ottocento nell’estuario della Gironda, è stata decimata da una “epizotite” negli anni ’70 e sostituita con un’ostrica importata dal Giappone.

La mangiatrice di ostriche
Jan Steen
La mangiatrice di ostriche.

Per tradizione sono consumate nei mesi con la “erre”, i mesi di luglio ed agosto sono riservati alla riproduzione.  Sono ricche in proteine, una dozzina di ostriche equivale ad una bistecca di manzo, in più abbondano in minerali, calcio, ferro, zinco, magnesio fosforo, e vitamine.
Sono consumate fin dall’antichità.  I romani ne erano ghiotti e l’aneddotica racconta che i buongustai sapevano riconoscere, all’assaggio, la zona di provenienza.  Anche in Grecia erano popolari tanto che i loro gusci venivano usati per le votazioni pubbliche per decretare l’ostracismo, l’esilio.  Scrive Plinio (23-79 dell’era comune): “Le ostriche del mar della Marmara sono più grosse di quelle di Lucrino, più dolci di quelle della Bretagna, più gustose di quelle del Medoc, più piccanti di quelle di Efeso, più piene di quelle spagnole, più bianche di quelle del Circeo…”.

Natura morta con ostriche, calice e pipa
Pieter Claesz
Natura morta con ostriche, calice e pipa.

Le ostriche erano apprezzate anche dagli assiri e dagli egiziani, ma curiosamente, non c’è traccia di esse nella Bibbia.
Fino al XV secolo le virtù afrodisiache delle ostriche non erano particolarmente apprezzate.  Solo dopo questa data l’oscurantismo religioso, che vedeva in questo mollusco una scabrosa riproduzione del sesso femminile e tuonava contro gli istinti lussuriosi che scatenava, gli riconobbe paradossalmente queste virtù, le ostriche divennero il simbolo dell’infedeltà femminile.  Le celebra una famosa tela di Jean-François de Troy, Le déjeuner d’huîtres, ora al Musée Condé, commissionata nel 1735 da Luigi XV per la sala da pranzo di Versailles.
All’inizio del secolo dei lumi, dunque, le ostriche (e i tartufi) prendono il potere, esiliando le spezie e le carni di selvaggina delle antiche tavole nobiliari.  I mirabolanti e sanguinolenti piatti di carni rosse s’inchinano davanti alla polpa molle, gelatinosa ed esangue delle ostriche.  Non c’è tavola libertina che non le innalzi a trofeo, da quella del vecchio epicureo e libertino Charles de Saint-Évremond (1610-1703) a quella di Giacomo Casanova(1725-1798) che elogia il piacere lascivo di gustarle succhiandole direttamente dal guscio.  Casanova racconta nelle sue Memorie: “…per puro caso, un’ostrica che stavo per mettere in bocca ad Emilia sdrucciolò fuori dal guscio e le cadde sul seno.  La ragazza fece il gesto di raccoglierla con le dita, ma io glielo impedii, reclamando il diritto di sbottonarle il corpetto per raccoglierla con le labbra nel fondo in cui era caduta…Lettore voluttuoso, prova poi a dirmi se non è quello il nettare degli dei!”

Natura morta con pesci ed ostriche
Edouard Manet
Natura morta con pesci ed ostriche.

Neanche a dirlo, dopo Emilia, ci saranno Marina, Cecilia, Cristina…Casanova trasforma l’ostrica in una sorta di ostia deliziosamente blasfema che incita ad una transustanziazione poco ortodossa, interamente consacrata alla religione dell’amore…perché, come fa dire l’abbé du Prat a Virginie in Vénus dans le cloître, “Il n’est pas ici question de faire l’huître à l’écaille…”.

Ostriche senza saperlo
Mario Merz
Ostriche senza saperlo.

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Tema dell’esercitazione. 
È possibile oggi riuscire a rappresentare, in una forma moderna, con una dozzina di ostriche variamente disposte tra il vasellame di un tavolo, le pieghe di una tovaglia, tra i fiori o un qualunque altro sfondo, la lussuria che esse hanno rappresentato per secoli? L’atmosfera afrodisiaca che la loro storia esalta?  Il loro fascino ambiguo?


Juzo Itami
Sequenza da, Tampopo, 1985

La prova va realizzata con l’uso della fotografia digitale.
Vale due punti.  Si dimezzano se la prova è eseguita in squadra.
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(°) – La goguette è un genere musicale che si diffuse in Francia dopo la rivoluzione francese, consiste nell’inserire un testo a carattere politico, satirico o rivoluzionario su una melodia popolare preesistente.

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(Se siete curiosi.  Vedi di Mary Frances K. Fisher, Biografia sentimentale dell’ostrica, Vicenza 2005.  (titolo originale, Consider the Oyster, prima edizione 1941.  La Fischer, nata ad Albion, nel Michigan, è considerata una delle prime foodwriter.  Visse a lungo in Francia.)

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Ostriche

Ostriche

























Seconda Esercitazione 2007-08

18 Marzo 2008

FOOD-DESIGN
(Seconda esercitazione, 18 marzo 2008)

(Questa esercitazione è composta da
due prove indipendenti l’una
dall’altra
. Lo studente può applicarsi ad una
di esse o a tutte e due. La prima prova vale due punti, la
seconda vale tre punti. I punti si dimezzano se la prova è
eseguita in squadra.
)  

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Prima prova:
Il realismo e i suoi
“scapoli”.

Due modi di vedere delle fragole. Quello di
Jean-Baptiste Siméon Chardin (1699-1779) e
quello di John F. Francis (1808-1886). Pittore
delle virtù borghesi il primo, delle piccole abitudini
domestiche di pessimo gusto il secondo.

Le panier de fraises des bois
Jean Siméon Chardin
Le panier de fraises des bois

Entrambi questi artisti furono apprezzati dalle
accademie del loro tempo. Chardin per la sua consumata arte di
catturare la malinconia e le ambiguità della vita corrente,
così distante dalle capricciose e sensuali atmosfere mondane
di Antoine Watteau.
Francis per il suo modo di celebrare la verecondia delle piccole
cose, tanto importanti in questo stato americano (la Pennsylvania) – imbevuto
di perbenismo – di boschi, strade della rivoluzione, massaie
chine sui mastelli di marmellata e comunità Amish.

Strawberries and cream
John F. Francis
Strawberries and cream

Nelle nature morte, che sono i soggetti
più amati della maturità, Chardin guarda alla grande
tradizione olandese, all’intimismo laico delle cose, sta
attento ai misteri delle ombre. Francis, che si era specializzato
nelle still lifes, all’aura vittoriana, ai
suoi merletti, ai suoi ori, alle sue ipocrisie, alla pornografia
della luce che penetra nella frutta spaccata a metà ed
oscenamente esibita.
Da una parte c’è il mistero di un bicchiere
d’acqua, di due garofani bianchi – il fiore che celebra
le lacrime della madre davanti al figlio crocifisso – di
alcune mosche – simbolo dell’effimero – che
spavalde si posano sulla piramide perfetta costituita da questo
panier de fraises des bois.
Dall’altra, in uno stile da rivista di mode e d’interni
borghesi, una colazione con fragole, zucchero e panna. Una
combinazione perfetta, che aspetta chi? Forse l’ennesima
Bovary di provincia o il frusciare della sottoveste di Scarlett,
perché, “dopotutto, domani è un altro
giorno”.

Sulla scorta di questi due dipinti lo
studente componga, con gli elementi che ritiene più
opportuni e delle fragole, l’atmosfera di una natura morta
che interpreti uno stato d’animo caratteristico della
modernità.

La prova va realizzata con la fotografia
digitale.

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Seconda prova:
Rrose Sélavy.

Per chi ha letto il Ventre de Paris
(1874) di Émile Zola (1840-1902), tra i
molti protagonisti che compaiono in questo grande romanzo
c’è una indimenticabile figura femminile, la
Sarriette.
La Sariette, appena scesa dalle barricate della Commune,
che mangiava con voluttà ribes rosso e viveva la “mala
vita” sullo spiazzo del mercato delle Halles.
Leggiamo ciò che scrive Zola:
“C’etait elle, c’ètaient ses bras,
c’était son cou, qui donnaient à ses fruits
cette vie amoureuse, cette tiédeur satinée de
femme…Elle faisait de son étalage une grande
volupté nue. Ses lèvres avaient posé là
une à une le cerises, des baisers rouges, elle laissait
tomber de son corsage le pêches soyeuses, elle fournissait
aux prunes sa peau la plus tendre, la peau de ses tempes, celle de
son menton, celle des coins de sa bouche, elle laissait couler un
peu de son sang rouge dans le veines des groseilles. Ses ardeurs de
belle fille mettaient en rut ces fleurs de la terre, toutes ces
semences, dont le amours s’achevaient sur un lit de feuilles,
au fond des alcôves tendues de mousse de petits
paniers.”

Rose Selavy
Marcel Duchamp
Rose Selavy

“Eros, c’est la
vie”
o anche “arroser la
vie”
, lo diceva Marcel Duchamp
quando si mascherava diventando l’Altro da Sé e
cambiava nome. Questo altro da sé, poi, lo
fotograferà con la complicità di Man Ray nel 1921.
L’artista è divenuto la sua stessa opera. Lo scapolo
finalmente ha conquistato la sua mariée. Ha sedotto
la seduzione! Ha realizzato “l’opera senza
opera”, come sottolineerà nella green
box.

Lo studente provi a ricostruire –
in analogia con Duchamp – il “mondo” di Sarriette
e l’atmosfera di colori, sapori e seduzioni che da esso
emana, giocando, se lo ritiene opportuno, il travestimento nella
figura di Sarriette.

La prova va realizzata con la fotografia
digitale.

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