Food Design – Esercitazione 11 A – 2009-10 – O-BENTO. (Il mio pranzo in “scatola”) |
| 30 Maggio 2010 |
AVVERTENZA: L’esercitazioni da elaborare per le ultime quattro date del corso di food design (martedì 1 giugno, martedì 8 giugno (con una eccezione), martedì 15 giugno, martedì 22 giugno) valgono, se vinte, tre punti da aggiungere al voto dell’esame, qualunque esso sia.
Politecnico di Milano, Anno Accademico 2009-2010
Cattedra di FOOD-DESIGN.
(Undicesima esercitazione, 1 giugno 2010 – A)
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O-BENTO.
(Il mio pranzo in “scatola”)
Il bento (o o-bento) è un ulteriore esempio di come la cucina giapponese in particolare e la cucina orientale in generale abbiano saputo “coniugare”, in una inedita sintesi, la loro millenaria tradizione e le influenze del mondo occidentale. Questa sintesi si sviluppa, allo stesso tempo, sia sul piano nutrizionale che estetico, fino al punto di coinvolgere colui-che-mangia e il mangiato in una unità estetica di senso e di cultura che esprime uno stile di vita sentito ed originale.
Il bento, soprattutto, non è solo un pranzo in scatola, ma qualcosa che deve, prima di essere mangiato, “fruito” con lo sguardo.
Un pranzo che rispecchia una poetica visuale che si traduce in codici,
quello che armonizza il piccolo, il separato e il frammentato,
quello che sviluppa una dialettica tra colore, forma e struttura degli alimenti,
quello che costruisce una continuità significante tra cibo e contenitore e, infine,
quello che accomuna nell’atto alimentare la personalità di chi mangia con il mangiato.
Gli oggetti – al di là della loro sostanza – non sono, in chiave fenomenologica, che dei complessi di tendenze e dei reticolati di gesti su cui i processi simbolici trasferiscono gli embrici dell’immaginario, a cominciare, nella fattispecie dei bento, da quel processo di gulliverizzazione che consente alla cultura giapponese di sviluppare una convincente equazione estetica a partire dalla minuzia e dalla meticolosità. Per finire a quella equivalenza di contenuto e contenente che riflette il principio analitico del primato del significante sul significato, della forma sul contenuto.
In altri termini, come delle sorprese retoriche, i bento rivelano la capacità della poetica di “includere” la tecnica e diventare uno dei modi di quella poiesis della vita corrente che plasma le differenze culturali.
Il bento, dunque, come arte della sorpresa elude – qui è il mangiato – ciò che la linguistica definisce il denotato per diventare una irripetibile esperienza visuale, propria della cultura materiale, a tutto vantaggio della jouissance.
Obiettivo dell’esercitazione è quello di realizzare un bento che esprima una di queste tre forme del sentire:
– Il cibo indimenticato della propria infanzia.
– Il cibo della propria terra di origine.
– Il cibo che vorremmo come dono.
(L’esercitazione dev’essere accompagnata da una breve relazione, da leggere in classe in caso di vincita,
in cui se ne evidenzia la strategia compositiva.)










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