Biersuppe – Borlenghi |
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| 24 Ottobre 2007 |
Biersuppe, zuppa di birra, specialità della cucina tedesca. Ne esistono molte ricette, due sono queste. Per un litro di birra, 260 grammi di zucchero, un pizzico di sale, una scorza di limone, mezzo tronchetto di cannella. Fate bollire il tutto, aggiungeteci quattro tuorli d’uovo, diluiti con una cucchiaiata di latte freddo e lasciatelo raffreddare. Prima di servire, aggiungeteci dei crostini di pane nero fritti e 50 grammi di uva sultanina, preventivamente cotta in un quarto di litro d’acqua e bene asciugata. Per un litro di birra, possibilmente leggera, sale e pepe quanto basta, 10 grammi di zucchero, un pizzico di cannella in polvere. Mescolerete il tutto con 100 grammi di farina imbiondita con il burro. Fate bollire. Dopo la prima ebollizione, continuate la cottura a fuoco dolce per una ventina di minuti. All’ultimo istante aggiungeteci un decilitro di panna e versate l’assieme in una zuppiera scaldata con acqua bollente e nella quale avrete predisposto dei crostini fritti. Nella prima ricetta state attenti anon aggiungete le uova alla birra troppo calda. Se ne fa un certo uso anche in America, col nome di Beer soup (Germanmethod).
Bieta a coste, Beta cydla, (fr. poirée à cardes, ingl. leaf beet, ted. Mangold, fiamm. e ol. Sny beat, dan. Blad bede, spagn. e port. acelga.) èuna varietà della bieta comune, della famiglia delle Chenopodiee, con fiori ermafroditi, calice persistente, con cinque divisioni profonde e coste più grosse e tenere. È la parente povera della barbabietola. Era nota hai romani che però non l’apprezzavano e la definirono fatua, plebea, insipida. Non scherza neppure Marziale:”Ut sapiam fatuae fabrorum prandia betae”. In Inghilterra ne esiste una qualità chiamata sea kale beet, che si prepara come gli asparagi. In Francia la poirée a cardes è chiamata anche bette. Le foglie verdi vanno lavate con cura e poi scottate per una decina di minuti nell’acqua bollente salata, asciugate e preparate come gli spinaci. Quanto alle coste, vanno eliminate le parti coriacee ivi compresa la buccia, tagliate a pezzi di circa sei centimetri di lunghezza e cotte all’acqua salata, con o senza l’aggiunta di un paio di cucchiai di farina. Al burro. In un tegame, coperto, con burro, a fuoco dolce per una ventina di minuti, vanno bagnate alla fine col il fondo di cottura. Alla panna. Al posto del burro aggiungete della panna liquida scaldata. Alla besciamella o alla Mornay. Cinque minuti di cottura. Bagnatele col liquido di cottura a cui avrete aggiunto qualche cucchiaiata di burro. Gratinate. Cocetele con la besciamella o la Mornay, poi disponetele in un tegame da forno, aggiungete dell’altra besciamella o della Mornay, spolveratele con del parmigiano o dello Sbrinz grattugiato e passatele al forno caldo. Cream of Beet soup (zuppa di bieta, cucina americana). Dopo averle lessate fatele bollire in un sugo di montone per quindici minuti. Passate tutto al setaccio e mantenetelo al caldo. Adesso preparate una besciamella piuttosto densa e versatela lentamente sulla purée unitamente al sugo di montone. Servite subito.
Bigos (cucina polacca) è una preparazione che in Polonia si serve dopo l’antipasto e prima della zuppa. Lavate in acqua corrente il cavolo acido (Sauerkraut, choucroute), fatelo bollire, poi asciugatelo, aggiungeteci mezza cipolla tritata e due mele tagliate a dadini per ogni chilo di cavolo, mescolate, adagiate in una casseruola uno strato di questi cavoli, alternandolo con altro strato di carni già cotte, quali montone, vitello, pollo, salsiccia o prosciutto, con qualche fiocco di burro su ciascuno strato, versate a filo su tutto un brodo e passatelo al forno per due ore. Preparate, adesso, una salsa con un roux biondo ed il liquido proveniente dalla prima cottura-bollitura, al quale avrete aggiunto un paio di foglie di lauro, e travasatela sui cavoli mezz’ora prima dell’uscita dal forno. Regolate il sale e il pepe. Qualcuno ci aggiunge della salsa di pomodoro, ma è arbitrario perché questa ricetta precede la scoperta dell’America.
Biroldo è un salsicciotto toscano, tipico della Garfagnana, costituito da sangue di maiale o di vitello a cui si è aggiunto della mollica di pane, pignoli, cedro, pepe ed uva passa. A Firenze è chiamato Mallegato.
Biscione è un dolce di pasta di mandorle e zucchero, modellato a forma di biscia. È una specialità di Reggio Emilia.
Bishop, è il nome di due bibite differenti. Una preparata all’uso inglese, l’altra secondo quello americano. Ricetta inglese. Arrostite dinanzi al fuoco un arancio (oppure un limone in cui avrete infilato dei chiodi di garofano), quando avrà preso un bel colore bruno, dividete il frutto in quarti e versateci sopra un litro di vino di Porto o dello Sherry riscaldati, aggiungeteci zucchero a piacere e fate sobbollire il tutto per una mezz’ora. Servitelo caldissimo. Ricetta americana. Sciogliete una cucchiaiata da tè di zucchero in un bicchiere di acqua. Travasatelo in un grande bicchiere da soda aggiungendovi due sottili fette di limone, uno spruzzo abbondante di rum e due o tre cubetti di ghiaccio. Riempite poi il bicchiere di vino rosso, o un Bordeaux o un Borgogna, agitate e servite dopo aver tolto il ghiaccio.
Bisna è il nome di una minestra tipica della provincia di Udine, composta da rape acide, farina di granturco e carne di maiale. Qualcuno ci aggiunge anche i fagioli.
Bisonte, mammifero ruminante della tribù dei Bovidi, dai corni corti, il pelo lungo e forme massicce. Ne esistono due varietà, il Bonassus europaeus ed il Bonassus americanus. Non va confuso con l’auerochs (arcaico), cioè l’urus, il bue primogenito (bos primigenius). Da almeno mezzo secolo la razza dei bisonti sta scomparendo. I Romani lo chiamarono bison, (ferus, villosus, sylvestris, nemorosus). È descritto da Aristotele col nome di bonasos e da questo deriva il nome scientifico. La carne del bisonte si prepara come quella di manzo.
Bistecca è la deformazione italiana della parola inglese beef, che ha avuto una sorte simile in Francia, dove fu nazionalizzata in bifteck. In origine la voce inglese significava una fetta di filetto di manzo (beef, manzo) cotta alla griglia, poi di controfiletto, e infine in genere una fetta di carne, persino di carne tritata, sempre di manzo, accomodata a fetta, da consumarsi cotta o cruda. Variano, oramai anche in Inghilterra, i generi di cottura, ed è ammessa una certa libertà terminologica, con la restrizione di non dire né scrivere: beef steak o bistecca di altri animali, come bistecca di cavallo, o di vitello, il che rappresenterebbe una contraddizione in termini, abbastanza assurda.
La bistecca alla fiorentina si prepara con le costate di vitelloni, ai ferri con sale e pepe. Per condimento il semplice succo di limone. Si cuoce a fuoco lento, possibilmente di carbone, senza olio né altro condimento all’infuori del sale e pepe. Il grasso della bistecca, struggendosi, basta a condirla. Alla cacciatora, con semi di finocchio, saltata in padella.
Bitok, cucina russa, è carne magra di manzo, tritata, ricostituita in forma di una normale bistecca, saltata al burro oppure impanata, che si guarnisce con cipolle e patate. L’origine di questa preparazione è tartara, di fatto è un proto-hamburger.
Bizìgole sono chiamate a Padova le piantine giovani di papaveri, di cui si fa un largo uso nella cucina padovana.
Bizzarra (o, arancio bizzarria, Citrus aurantium bizzaria) è il nome d’un frutto ibrido, risultato artificiale di arancio, cedro e limone, amarissimo, noto da molti secoli e già descritto sia da Famiano Michelini (1604-1665) matematico e astronomo, che da Pietro Nati (1625-1685) medico e naturalista, nominato da Cosimo III prefetto dell’Orto Botanico di Pisa. Costui nel 1674 pubblicò De malo limonia citrata auranta vulgo la Bizzaria, uno studio sulla “chimera da innesto”. Le bizzarrie furono esposte al pubblico a Firenze già intorno al 1670, suscitando molta curiosità. È privo d’interesse gastronomico. Fino a qualche tempo fa c’erano degli esemplari di questa pianta nel giardino di Boboli.
Blanc-manger è un termine della cucina francese che si riferisce alla preparazione di una gelatina. La voce è stata adottata anche nei paesi dì lingua anglosassone, con « blancmange » che tuttavia riguarda una preparazione differente. Blanc-manger francese. Per 100 grammi di mandorle dolci ci vogliono, tre mandorle amare, 80 grammi di zucchero, quattro grammi di gelatina, un bicchierino di rum o di Kirsch, qualche cucchiaio di acqua. Fate bollire le mandorle, sbucciatele e pestatele in un mortaio, con l’aggiunta di un po’ d’acqua, in modo da ridurle ad una pasta morbida. Diluite questa pasta con l’acqua nella quantità sopra indicata. Versatela su un “torcione” o un pezzo di tela, torcendolo energicamente, in modo da raccogliere in una bacinella il massimo quantitativo di latte possibile. Ripetete questa operazione un paio di volte. All’incirca dovrete ottenere il doppio del quantitativo di mandorle impiegato, quindi per 100 grammi di mandorle un quinto di litro di latte. Aggiungete lo zucchero, poi la gelatina, stemperata in uno sciroppo tiepido, e rimettete il tutto sul fuoco, lavorandolo con una spatola fino a giungere all’ebollizione. Appena raffreddato, travasatelo in uno stampo spalmato di olio di mandorle, o di burro, prima che il latte si sia condensato. Mettetelo in frigorifero per un’ora, per distaffarlo immergete lo stampo per un paio di secondi nell’acqua calda. Il liquore va aggiunto subito dopo aver ritirato il latte dal fuoco. Alla frutta. È ammessa l’aggiunta d’una purée di frutta (metà del volume del latte). Tuttavia, pur essendo anche questa preparazione molto gustosa, non meriterebbe a rigore la denominazione di biancomangiare. Nella terminologia di cucina, tuttavia, si chiama questo piatto, così confezionato, blancmanger di pesche, o di lamponi, o di fragole eccetera. Blancmange all’inglese. Isinglass blancmange (a base di gelatina). Per mezzo litro di latte, 60 grammi di colla di pesce, zucchero a volontà, un quarto di litro di panna, tre scorze di buccia di limone. Lasciate riposare il latte per circa due ore, dopo avervi incorporato la colla e la buccia di limone a freddo. Fate sobbollire per un quarto d’ora. Passate il tutto al setaccio, rimettetelo sul fuoco, aggiungeteci la panna e lo zucchero e date un’ultima bollitura. Quando il composto è freddo, travasatelo in uno stampo. Ground rice blancmange (a base di farina di riso. Un’analoga ricetta esiste per la farina di granturco e l’arrowroot). Per 50 grammi di farina di riso, altrettanto di zucchero, mezzo litro di latte, un baccello di vaniglia, oppure la scorza di un limone o altri profumi. Stemperate il riso con un po’ di latte. Fate bollire il rimanente con lo zucchero ed il profumo prescelto, travasatelo poi nella farina di riso stemperata, che rimetterete sul fuoco, per farla sobbollire per una decina di minuti. Alla fine, versate il composto in uno stampo, spalmato di burro e riponetelo in frigorifero.
Bloater (Coregonus hoyi) è una varietà d’aringa affumicata, che gli inglesi consumano o durante la prima colazione o nel pomeriggio, all’ora del tè. Alla Griglia (Grilled Bloaters). Eliminate la testa, asportate le uova dopo aver aperto il pesce e mettetele da parte, dovranno essere cotte e servite con il pesce stesso. Cocetelo prima da una parte poi dall’altra. Aprendo il pesce avrete cura di togliere la lisca. Bloaters flllets oppure fritters (filetti fritti di bloater). Per due bloater, 30 grammi di formaggio grattugiato, pastella, grasso per la frittura, una presina di pepe. Divideteli a metà, recidete loro la testa, togliete lisca e pelle, poi tagliateli in tre pezzi. Aggiungete il formaggio alla pastella, con cui rivestirete il pesce, che verrà fritto in olio bollente sino a dorarlo. Scolatelo, cospargetelo di pepe e servite subito. Bloater sandwiches. Dopo averli fritti o cotti alla griglia, tagliuzzateli con la mezzaluna, pestateli poi nel mortaio con un po’ di burro, riducendoli così ad una pasta omogenea con la quale spalmerete del pane a cassetta tostato e impregnato di burro di crescione.
Bocconotti, un tempo si chiamavano così in Emilia dei pasticcini di pasta sfoglia, ripieni di regaglie di pollo a forma di vol-au-vent. Oggi, nel centro Italia i medesimi pasticcini si confezionano con la ricotta, la marmellata d’uva e le mandorle tostate.
Bock, oppure bok, vaso o bicchiere, destinato a contenere la birra e, per estensione, anche una misura di capacità, equivalente ad un quarto di litro. È una voce d’origine tedesca. I francesi usano comunemente il termine chope, derivato da un’altra parola tedesca, Schoppen.
Bollire (dal lat. bullire). È un’operazione di cucina che consiste nel cuocere un articolo in un liquido per mezzo di calore, senza raggiungere né mantenere necessariamente il grado di ebollizione. È un’operazione semplice, che tuttavia richiede cure particolari e qualche accortezza. Le carni grasse, per esempio, secondo la tradizione,vanno immerse nell’acqua bollente, per la formazione immediata della crosta protettiva, con un volume d’acqua e le dimensioni della casseruola non eccedenti lo stretto necessario. Dopo l’immersione nell’acqua bollente la temperatura va mantenuta allo stato delle prime bollicine, che gli inglesi chiamano to simmer ed i tedeschi aufstossen. Altrimenti la carne risulterebbe stracotta all’esterno e quasi cruda all’interno. Se la carne dev’essere consumata fredda, lasciate che si raffreddi nel liquido di cottura. Invece vanno cotte ad ebollizione integrale ed immersione nell’acqua bollente iniziale, tutte le verdure e la maggior parte dei legumi, i fondi di cucina,le salse, le infusioni, le decozioni, gli sciroppi, e tutte queste preparazioni che richiedono di essere concentrate ed evaporate, ed infine la quasi totalità dei prodotti farinacei, come la pasta alimentare ed il riso, l’acqua in movimento, tra l’altro, esercitando un’azione meccanica impedisce ai grani di incollarsi sul fondo del recipiente. Il pollame va cotto in acqua calda e molto lentamente. Non dimenticate di schiumare in continuazione per evitare che la carne perda il colore bianco. La bollitura dei pesci presenta l’inconveniente di spappolare il pesce. Usate sempre o il dispositivo di sollevamento o avvolgeteli nell’alluminio, se poi questo non è a portata di mano, usate la mussolina, legandolo con un filo non troppo stretto e sistemandolo sul fondo del recipiente con un piatto. La temperatura di cottura dei pesci varia secondo la grossezza, la provenienza e la qualità. Quanto alle uova col guscio vi sono opinioni discordi. Chi consiglia di collocare le uova nell’acqua fredda, portandola all’ebollizione, chi invece percorre la strada inversa, cioè pone le uova nell’acqua bollente, ritira il tegame dal fuoco e lascia che la cottura continui da sola. Comunque sia, le uova vanno cotte lentamente. Abbacchi, come teste o piedi vitello, trippe eccetera, vanno collocati inizialmente nell’acqua fredda. Una raccomandazione, non fate mai precedere la cottura di carne fresca con un bagno preliminare d’acqua fredda, giacché parte della sua capacità nutritiva è solubile nell’acqua ed andrebbe dispersa. Usate il bagno solamente se dovete cuocere carne salata od essiccata. La cottura, in genere, può effettuarsi in acqua salata, con o senza l’assistenza di aromi, verdure od odori, oppure in un fondo. Il termine culinario francese per cuocere con la bollitura è pocher. L’aggettivo varia, secondo i casi, si dice, ad esempio, lesoeufs pochés. per uova affogate, e boeuf bouilli, per manzo bollito. Il termine pocher è più felice che non il nostro bollire e l’inglese to boil, i quali sembrerebbero prescrivere una ebollizione continuata. Il tedesco kochen invece significa non solo cuocere in genere, ma cuocere facendo bollire. Il vero termine italiano sarebbe lessare o allessare, che a taluni può sembrare un termine troppo popolare. Il termine appropriato per denotare una cottura senza ebollizione continuativa e sobbollire.
Bolognese (alla bolognese). Generalmente si applica questo termine alle tagliatelle, o taiadèl, condite col ragù di carne o con il prosciutto. Ricordiamo che la ricca cucina di Bologna non si arresta alla sola pasta, ai caplìtt (cappelletti), ai turtì (tortelloni) ed alle pappardelle (da taluni chiamate parpardelle, dimenticando che queste lasagne derivano da pappare, mangiare ghiottamente), vi sono i filetti di tacchino, il fritto alla bolognese, le scaloppine e le bistecche a base di parmigiano e di tartufi bianchi, ed altre pietanze gustose.
Bordatino, cucina livornese, è il nome di un’antica minestra di grano saraceno divenuta con la coltivazione del mais una polentina condita con un soffritto di maiale, sedano, cipolla, pomodoro e carote. Si cucina, in genere, nell’acqua dei fagioli.
Bordure appartiene al genere delle guarnizioni o contorni, si eseguono generalmente per mezzo di uno stampo speciale a cerchio, a pareti unite o di fantasia, con o senza gancio d’apertura, in modo che la guarnizione formi una specie di cornice intorno all’elemento principale ed, intonandosi a questo, rappresenti un fatto decorativo che appaghi l’occhio oltre il palato. Popolari nell’Ottocento sono tornate di moda con la sedicente cucina creativa.
Borlenghi sono schiacciatine tipiche della Valle del Samoggia, con aglio e lardo, che un tempo si smerciavano a Modena i giorni di mercato e che oggi si possono gustare solo nelle trattorie dell’Appennino modenese. Definirle crêpe è un insulto alla cucina popolare, semmai crespelle, dal latino crispus.


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