Food-Design

Lexikon – Addenda 8

6 Marzo 2011

Una breve nota sulla festa, la vigilia di “carnevale”.

La festa è memoria, utensile di morale e di perversione, simbolo orale e letterario, rifugio, spesso di performance perdute, soufflé di senso.

Là dove la regressione consuma la festa il sacro precipita a religione o si fa spettacolo.

Nella festa il disordine costruisce l’incontro, la trasgressione, il senso, perché essa è, prima di tutto, il sentimento di una partecipazione possibile. Di fatto, non è mai solo un insieme di cerimonie, ma è il luogo e il tempo in cui la “motricità” delle cerimonie diventa corpo del soggetto festante, in questo modo la festa è identitaria e in essa il soggetto si specchia con la sua soggettività sociale.

La festa è il luogo del corpo a corpo con il mondo, frantuma gli involucri psichici o, meglio, li “antromorfizza” con l’ambiente a cominciare dagli orifizi corporali che sono organi di transito tra l’interno e l’aperto. In questo modo essi diventano strumenti di percezione e di emozione, “organismi” di elaborazione dell’esperienza, non per caso le personalità ossessive sono le più restie alla depense festiva.

La festa è un cosmo ornato ed ordinato che interrompe ogni lavoro produttivo e si oppone all’ordine costituito attraverso l’eccesso, la trasgressione, lo spreco. In questo senso essa è un pericolo per gli assolutismi e gli utilitarismi. Ai loro occhi è eversiva e sovversiva, portatrice di cambiamenti non motivati se non in un contesto ludico e creativo in cui si svaporano gli obblighi a fini pratici.

Ne consegue che l’istituto festivo riafferma, negandolo, l’ordine sociale, è il suo hortus conclusus nel quale la celebrazione della vita corrente rivela la rinascita, il cambiamento, la rigenerazione. Qui sta anche la sua debolezza, apre le porte al simbolico e all’abbondanza nello stesso movimento con il quale, giocoforza, suffraga, consacra e rafforza le gerarchie dell’ordinamento esistente.

A suo tempo scuoteva l’orrore del gotico ed anticipava – senza capirlo – il Rinascimento.

Era un linguaggio dietro cui il realismo grottesco esaltava il linguaggio espressivo della cultura materiale e corporea con la quale si aprivano le porte alla fertilità, alla crescita e all’abbondanza, una rappresentazione del grembo femminile dove tutto ha inizio e tutto vi ritorna. Dove il vissuto è il compimento del festivo.

Scrive Sigmund Freud, attraverso l’infrazione solenne di un divieto si forma la coscienza di sé e si moltiplicano le sue contraddizioni, lo scendere a patti nella confusione che in qualche modo tarpa le ali alla sublimazione. Nel contesto attuale quella riduzione della festa a vacanza che salvaguardia la produttività e il consumo alienando il desiderio dentro un gioco di specchi di “identificazioni sostitutive”. Così, ha notato Roger Caillois, attraverso l’eccesso il gioco fuoriesce dalla festa ed esalta la guerra, invece di riscoprire e rifondare la comunità avvelena ogni passione.

Il tempo come il fiore può morire e può rinascere, nel regime festivo è una cosmogonia, un evento che rifonda, che “ritorna”, ma che la guerra raddrizza perché essa pretende una fine anche a spese del sacro. Quello che conta è isolare la temporalità dell’evento festivo per banalizzare la catarsi ed imporre l’assoluto relativo del sacro sul profano.

La stessa memoria della festa è stata banalizzata dallo spettacolo in cui il dominus è il consumatore, un individuo incapace a pensare la dépense. In questo senso la decadenza festiva è completamente realizzata dall’ideologia delle vacanze e del tempo libero.

Non è un caso che nei regimi dispotici puniscano la festa ed esaltino le vacanze di massa. Così fece il franchismo in Spagna quando vietò la festa per eccellenza, il Carnevale.

Così fece il fascismo italiano con le vacanze littorie a tariffe ferroviarie scontate.

Il “pan-ludismo” è una perversione moderna della festa intesa come sensazione. Come perversione della forma di spettacolo lungi dal rompere il quotidiano lo rafforza nella sua dimensione mercantile.

Cena Fluxus – NABA – 17 novembre 2010

5 Marzo 2011









































Lexikon – Addenda 7

9 Gennaio 2011

Breviario. Note tratte da Paul Nizan, Il pasto dei cani da guardia, 1933, e liberamente tradotte.

I localismi difendono la tavola di territorio perché non hanno il coraggio di disprezzare i banchetti di Stato.

Ci sono pratiche in cui il progresso si coniuga all’oblio e all’abbandono.

Il nazionalismo ha sempre i tratti rancidi di un’eredità.

La morale dell’autenticità è, per sua natura, dogmatica e anti-nomadica.

Per un potage libertino….

Quando lei in camicia da notte sta a gambe larghe di fronte al camino è inutile chiederle il motivo. Vi sta scaldando la soupe.

Non posso dire di non essere nostalgico, del resto l’acqua calda degli hôtel è fatta per i viziosi. Basta una sponda erbosa e l’ombra di un albero perché la tua bella ti faccia la petite oie.

Le dita di rosa che entrano sfacciate nel piccolo santuario ricordano Chamfort più che il moralismo dell’ancien régime finissant.

Lo sappiamo da tempo, per l’uomo è più conveniente assomigliare alle bestie che agli angeli.

Dal punto di vista delle scienze leccarde lo spirito uccide. Meno male che c’è la mano!

La fame e il sesso, due appetiti che hanno conosciuto la cenere e la resurrezione.

Altri climi, altri alimenti, altre avventure. L’unico è di conforto quando lo confondiamo con l’eccezionale.

L’immobilità gelida dei fantoccini del presepio è l’immagine morta del natale cristiano.

Dal punto di vista della redenzione la festa che agghinda le puttane è sempre meglio della religione che gli impone il velo.

Come sanno i folli e i bambini il suono dei crepitacoli è più armonioso di quello delle campane.

La festa è un processo delle virtù teologali.

…per troppe volte i diseredati sono stati costretti a cavalcare guardando la coda dell’asino.

Il cinema si mette a tavola – IED – Milano

19 Dicembre 2010

IED-Milano

(Gennaio-febbraio 2011)

Il cinema si mette a tavola.

L’art culinaire est un art sans musée.”

(Michel Foucault)

Forma, colore e struttura sono da qualche anno a questa parte sempre più fondativi per la formazione del gusto e l’innovazione cucinaria. Essi si coniugano con le cerimonie conviviali dando vita ad un vero e proprio teatro gourmand o, in termini semiologici, ad un nuovo paradigma culturale. Una metamorfosi che articola la sostanza del desiderio dentro inedite forme letterarie e visuali i cui prodromi li abbiamo visti con la giovinetta Meret Oppenheim – servita a tavola in più di un’occasione ai suoi scapoli immaginari – o nel “cannibalismo” dei futuristi o ancora in un certo cinema americano degli anni ’20, dove tutte le ragazze sono sugar o honey. In sostanza, il gusto, liberato dalla sua millenaria guerra contro la lesina, si è rivelato avido di metafore, immagini, figure retoriche, finendo così per collocare le parole e le immagini sopra i sapori e le sensazioni.

La scena alimentare è ora il luogo dove i nuovi commensali non vedono che segni e gli affamati non vedono che cose, o per altri versi, questa nuova cucina semiotica rovescia ciò che a suo tempo aveva notato Claude Lévi-Strauss: essendo buona da pensare non può non essere buona da mangiare, ne consegue che sulle tavole della socialità questo eccesso della dimensione simbolica dilata la “significazione” e il senso, soprattutto fa lievitare la posizione della comunicazione a mero segno figurale. Nelle fiction, per esempio, i romanzieri e i registi spesso disegnano i personaggi mediante la rappresentazione delle loro abitudini alimentari. James Bond è un buongustaio che ordina “martini” mescolati, non shakerati. L’ispettore Callaghan pranza sempre con hot dog.

I due protagonisti del film Pulp Fiction, che sono sicari, vengono umanizzati per motivi di cassetta mostrandoli mentre discutono sugli hamburger del Mc Donald’s di Amsterdam. Quanto ai personaggi femminili le “brave ragazze” cucinano con amore e non mangiano, le “ragazze cattive”, invece, sono raffigurate come ingorde.

Primo incontro.

Da François Rabelais a La grande bouffe di Marco Ferreri passando per Le ventre de Paris di Émile Zola. Il cinema come antro oscuro del desiderio, l’amore cannibale, ovvero l’appetito degli uomini per i frutti femminili.

Secondo incontro.

Da Il pranzo di Babette di Gabriel Axel a “La macchina sfamatoria di Billows” in Tempi moderni di Chaplin passando per Partie de campagne di Jean Renoir. La metamorfosi della cerimonia.

Terzo incontro.

Tampopo di Juzo Itami, comprendere il cibo degli Altri. La dimensione pagana della gioia di vivere tra sensualità e sessualità. “Le regole di un menu non sono in se stesse più o meno insignificanti delle regole del verso, a cui un poeta si sottomette.” (Mary Douglas)

Quarto incontro.

Gli atti alimentari nelle neo avanguardie di fine Novecento a partire da Fluxus e dall’inedito documentario Food frames di John Cage e Alison Knowles.

*********