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IED – Esercitazione 6 – 2009-10 – “Hic sunt leones, i non-luoghi”

23 Novembre 2009

IED, Milano.  Anno accademico 2009-2010
Cattedra di sociologia.
(Esercitazioni)
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Esercitazione numero sei.
“Hic sunt leones, i non-luoghi”.  

IED – Esercitazione 6 – Hic sunt leones, i non-luoghi

I neoluoghi ereditano dall’urbs l’aurea di luogo sacro dove, come nell’induismo, goccia l’ambrosia delle merci materiali e immateriali. Recinti consacrati ai riti dell’alienazione mercantile, cortili che hanno per frontiera la desolazione.  Essi riflettono alla lettera la violenza fondativa che dal fratricida Caino arriva alle benne dello scraper.  Una violenza che ricorda a chi la subisce come non ci sia nella modernità appropriazione senza espropriazione celebrata un tempo con il versamento di sangue sulle fondamenta degli edifici.  Al pari dei nidi i neoluoghi danno sicurezza nel momento in cui la tolgono, come rêverie.   La sicurezza è qui nella forma di un’aspettativa che conosciamo già, perché i neoluoghi non sono mai completamente sconosciuti, essa è
un accento che diviene conforto.
(Bernard Rosenthal)
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Il neologismo di non-luogo (o di neoluogo) definisce due concetti complementari quali sono il luogo fisico – costruito con una destinazione d’uso specifica – e la relazione che viene ad instaurarsi con chi ci transita, con i suoi utenti, con coloro che lo attraversano.  In questo senso l’espressione di nonluogo si distingue dai luoghi antropologici in senso classico, come sono i luoghi vissuti dagli uomini, le agorà, le piazze di paese, i mercati contadini.
I non-luoghi, nella realtà metropolitana, rappresentano un congegno importante per la circolazione accelerata delle persone, dei beni e delle merci (come sono i centri commerciali, le stazioni ferroviarie, gli aeroporti, i raccordi e gli svincoli stradali, le autostrade).
Per analogia sono considerati non-luoghi anche i mezzi di trasporto, i campi profughi, le grandi esposizioni campionarie, i megastore, eccetera.
In sostanza sono gli spazi in cui le singole persone, con i loro problemi e la loro solitudine, s’incrociano senza mai entrare in relazione, il più delle volte sospinti dal desiderio di muoversi, mostrarsi, consumare, accelerare le operazioni della vita quotidiana.
Come afferma Marc Augé, che per primo li ha evidenziati nei suoi studi, questi non-luoghi sono una importante espressione della “neomodernità” dominata dalle leggi dello spettacolo.  Vale a dire, non solo non sono in grado d’integrarsi con i luoghi storici della città, ma spesso e facilmente entrano in conflitto con essi banalizzandoli, cioè de-valorizzandoli alla stregua di curiosità per studiosi, come sempre più di sovente avviene per i musei, i palazzi antichi, le vestigia.  Luoghi che non sono in grado di fronteggiare la logica dello spettacolo che domina la modernità perché la “neomodernità” è l’effetto combinato di una accelerazione del tempo e degli avvenimenti che spesso finiscono per sovrapporsi o contraddirsi, così come di una banalizzazione dello spazio percepito con il suo rimpicciolimento psicologico derivato dalla velocità con il quale lo si percorre.  In questo contesto c’è anche da notare un irrigidimento dell’identità soggettiva degli utenti dei non-luoghi in un ruolo preformato.
In questo modo, la “neomodernità” appare come un eccesso di senso paradossalmente reso evidente da un caos diffuso.
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IED – Esercitazione 6 – Hic sunt leones, i non-luoghi

L’obiettivo di questa esercitazione è di cogliere i caratteri di un non-luogo tali da svelarne la loro natura di artificio culturale e funzionale.    
Ogni gruppo può elaborare le immagini di questa esercitazione con il mezzo espressivo che meglio ritiene opportuno, disegno, foto, fumetto, collage, rappresentazione elaborata per via elettronica.
L’elaborato dovrà essere presentato su dischetto, accompagnato da una breve relazione esplicativa.

Non sono accettati altri supporti.









































IED – Esercitazione 5 – 2009-10 – I “sapeurs congolais”, ovvero l’importanza di essere eleganti

15 Novembre 2009

IED, Milano.  Anno accademico 2009-2010
Cattedra di sociologia.
(Esercitazioni)
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Esercitazione numero cinque.
I “sapeurs congolais”, ovvero l’importanza di essere eleganti.

“L’uomo bianco ha inventato la moda,
ma noi l’abbiamo trasformata in arte.”
King Kester Emeneya.

IED – Esercitazione 5 – I “sapeurs congolais”, ovvero  l’importanza di essere eleganti.

La “sape” è l’abbreviazione di “societé d’ambianceurs et persone elegantes”, il quartiere di Bacongo a Brazzaville, in Congo, è la culla di questo culto dell’eleganza.  Lo praticano i sapeurs, che prendono il nome dal francese saper che in argot significa “vestire” (sapé comme un prince).
La sape ha radici storiche antiche, nasce con il colonialismo francese.  Si racconta che i giovani congolesi fossero affascinati dall’eleganza dei loro colonizzatori e cominciarono ad imitarli, ma a modo loro, soprattutto a partire dalla riconquistata indipendenza negli anni Sessanta. 
(Una versione più politica sostiene che i sapeurs sono una reazione al regime di Mobutu che impose l’uniforme della rivoluzione culturale cinese – l’abat-cos – e proibì la cravatta.) 
Poi, nei trent’anni successivi il fenomeno dilagò nel mondo della moda e della musica conquistando la comunità congolese di Parigi.  Attualmente il fenomeno dei sapeurs si è diffuso soprattutto in Sud Africa e in due città europee, Londra e Bruxelles.  Essi hanno uno stile unico e una venerazione profonda per la moda che fa di Bagongo nei fine settimana un quartiere unico con i suoi locali notturni come il Main Bleu, il Baba Boum o la Detente, dove si balla la rumba, il suo mercato e i bar che si affacciano sulla Avenue Matsoua.
Il sogno segreto dei sapeurs è di trasformare il mito dell’apparenza in sostanza, in successo nella vita, il loro desiderio più grande è un viaggio a Parigi, la capitale dell’eleganza.  È poter passeggiare per il quartiere di Château-Rouge, visitare la boutique “Connivence” o parlare con Ben Moukacha, il fondatore della “Sapeologie”.  I sapeurs hanno i loro stilisti di riferimento, in questo momento sono Yamamoto, Dolce & Gabbana, Jean-Paul Gaultier, Roberto Cavalli e indossano scarpe Weston da duemila euro.  La sape è in parte anche un fenomeno femminile.  Le giovani africane sono folli per le scarpe di Dior, le borse di Celine e i tailleurs di Gucci. 
Come fanno i sapeurs che non hanno redditi alti ed appartengono nella maggioranza dei casi al proletariato urbano ad acquistare abiti ed accessori griffati?  Si uniscono in gruppo in base alla taglia e comprano gli abiti a rate, poi l’indossano una volta ciascuno.
La sape – in sostanza – non è né una scienza né una filosofia, ma un fenomeno sociale che ha l’obiettivo di fare dell’apparenza un’altra apparenza, cioè, un’arte, una visione, una ragione e tema di vita.  Come dicono i giovani congolesi è una produzione dell’anima per la quale bisogna avere molta sensibilità, quella di un fiorista che compone un mazzo di fiori, quella di un poeta che conosce i misteri della parola.  La sape è un mondo di narcisisti che spesso mancano di cultura e di educazione, ma che vogliono coltivare la sensibilità estetica per essere accettati dalla società dello spettacolo, la loro idea di Eden.  Con un po’ di cinismo potremmo definirla una religione dell’ignoranza che si fa strada nella vita con ciò che le religioni disapprovano: l’orgoglio e la vanità.

IED – Esercitazione 5 – I “sapeurs congolais”, ovvero  l’importanza di essere eleganti.

Un fenomeno analogo è quello dei boucantier della Costa d’Avorio, artisti e ballerini, specialisti di un tipo di musica da ballo chiamata “Coupé-Décalé”, caratterizzata da un uso massiccio delle percussioni, ripetitiva e minimalista.  Anch’essi inseguono la moda francese e, durante i concerti, fumano sigari cubani e bevono champagne.  In questo momento nel CD più popolare di questa musica furoreggia il pezzo: La danse du cul de poulet.
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L’obiettivo dell’esercitazione è di scegliere un quartiere di Milano per il lancio di una boutique per sapeurs e d’immaginare un brand e un’immagine pubblicitaria per la realizzazione di una brochure. 
Ogni gruppo può sviluppare l’idea di questo “prodotto” con il mezzo espressivo che meglio ritiene opportuno, disegno, foto, fumetto, collage, immagine elaborata per via elettronica.

L’elaborato dovrà essere consegnato in copia su dischetto, accompagnato da una breve relazione esplicativa.
Non sono accettati altri supporti. 















































IED – Esercitazione 4 – 2009-10 – Un brand per una cimice

9 Novembre 2009

IED, Milano.  Anno accademico 2009-2010
Cattedra di sociologia.
(Esercitazioni)
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Esercitazione numero quattro.
Un brand per una cimice.

IED – Esercitazione 4 – Un brand per  una cimice.

In Messico si chiama il Dia de jumil il primo lunedì dopo il “Giorno dei Morti”.
Le famiglie vanno nei boschi a raccogliere le jumiles (°) e fanno pic-nic durante i quali le piluccano anche vive, come noi facciamo con le more o i mirtilli.

Nel febbraio del 2008 la FAO  (Food and Agricolture Organization), vale a dire, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, ha organizzato a Ciang Mai, in Tailandia,  un seminario, durato una settimana “sul potenziale per l’alimentazione umana degli insetti in Asia e nella regione del Pacifico”.  Leggiamo dal rapporto della FAO: “Delle centinaia di specie di insetti che sono state usate o sono usate per il consumo umano i più comuni provengono da cinque gruppi principali:  coleotteri, formiche, api e vespe, cavallette e grilli, falene e farfalle”.  “Gli insetti”, prosegue il rapporto, “possono essere molto nutrienti, ed alcuni hanno un apporto proteico pari a quello della carne o del pesce.  In forma essiccata contengono spesso una quantità doppia di proteine rispetto alla carne o al pesce crudo anche se, generalmente, non superano la quantità di proteine presenti nella carne e nel pesce essiccato o cotto alla griglia.  Alcuni insetti, specialmente allo stato larvale, sono ricchi anche di lipidi e contengono importanti vitamine e sali minerali.”
In alcune aree gli insetti rappresentano un cibo di emergenza, ma nella maggioranza dei paesi insettivori sono un ingrediente fisso della dieta quotidiana e in paesi come la Tailandia sono considerati prelibatezze e se ne consumano circa duecento specie diverse.  A scopo alimentare vengono soprattutto raccolte le larve e le pupe degli insetti, con un intervento sull’ambiente a basso impatto o, a volte, a impatto benefico.  Tuttavia fino ad oggi non si sono ancora sviluppate vere e proprie fattorie di insetti come nel nord della Tailandia dove vengono allevati i vermi del bambù o i grilli.  La FAO, poi, ha sottolineato come la coltivazioni d’insetti può essere vitale per i paesi in via di sviluppo e con deficit proteici, così come può essere vantaggiosa per le opportunità di reddito che offre.  A questo proposito, è stato detto, deve essere incoraggiata e promossa l’adozione di moderne tecnologie alimentari per gli insetti che vengono venduti vivi, essiccati, affumicati, arrostiti o trattati.

IED – Esercitazione 4 – Un brand per  una cimice.

Scrive Quieta Ramos Elorduy, dell’Istituto di Biologia dell’Università di Città del Messico, che esistono al mondo più di tremilaseicento specie d’insetti commestibili di cui quattrocento solo in America Centrale, non per caso numerosi ristoranti messicani, tra cui molti turistici, si sono specializzati nell’offerta di una cucina d’insetti.  Così, non è difficile trovare nei menu di questi le uova di formica, cioè, le larve di escamoles un insetto che cresce nelle radici dell’agave, saltate nel burro e servite su delle tortillas calde accompagnate da guacamola, la purea di avocado.  Sono chiamate il caviale messicano.  Un’altra specialità servita nei migliori ristoranti è la versione messicana delle patatine fritte francesi, i gusanosdi maguey, cioè, i vermi o le larve di agave che, fritti, ricordano la pancetta.  Va osservato che gli insetti in Messico non sono apprezzati solo per il loro gusto, ma anche per l’alto tenore in proteine e per il loro sapore unico.
Negli stati di Oaxaca, Guerriero, Morelos e Veracruz è molto diffusa una salsa il cui ingrediente principale è una cimice.  Di questi insetti ce ne sono due varietà, le jumiles e le chumiles, che si distinguono perché sono più piccole.  Oltre alle cimici in questa salsa si possono mescolare altri insetti che vengono tostati e poi sminuzzati con il mortaio.  Gli esperti dicono che il loro gusto è tra la cannella e la menta.  Tradizionalmente questi insetti sono anche mangiati vivi accompagnati dai tacos, le popolari tortillas confezionate con farina di mais.

(°) – Le jumiles sono i Pentatomidi una famiglia di insetti dell’ordine dei Rhynchota comprendente oltre 4100 specie.  I Pentatomidi costituiscono una delle famiglie più importanti fra gli Eterotteri, per il numero di specie, per la larga distribuzione e per l’importanza economica di diverse di queste specie.  Per le dimensioni e per l’aspetto inconfondibile, anche se si tratta di caratteri estesi a tutta la famiglia dei Pentatomoidea, e per il fatto di essere piuttosto comuni, sono di facile riconoscimento anche per i profani. Il nome comune di cimice, infatti, anche se a rigore fa riferimento all’intero sottordine degli Eterotteri, è utilizzato per antonomasia per indicare insetti appartenenti ai Pentatomoidea.  Il loro dorso è più o meno appiattito, mentre il ventre è convesso. La livrea è spesso uniforme, con colori che variano dal verde al giallastro al brunastro, ma sono frequenti le specie con livree a colori vivaci, talvolta con riflessi metallici o con disegni in contrasto.  Il loro regime dietetico è variabile. La maggior parte delle specie è fitofaga e si nutre a spese di un numero elevato di specie botaniche, fra cui molte piante di interesse agrario.  Come la maggior parte degli Eterotteri anche i Pentatomidi si difendono rilasciando una sostanza fortemente revulsiva, secreta dalle ghiandole odorifere.  Il secreto ha un odore caratteristico, associabile vagamente alle mandorle amare, ed ha effetto repellente nei confronti dei grossi predatori.  In passato la sostanza repellente, seccata e polverizzata, era impiegata per rinforzare la componente odorosa dell’acido prussico.
L’uso di Pentatomidi nell’alimentazione umana è noto.  Il solo problema relativo all’uso alimentare dei Pentatomidi è la necessità di eliminare il sapore sgradevole dovuto al secreto delle ghiandole metatoraciche.  Non sono rare tuttavia le culture cui tali insetti sono consumati anche crudi, a dispetto dell’effetto collaterale.  In Messico sono usate diverse specie che fanno capo ai generi Edessa, Euschistus e Pharylpia, comunemente chiamate jumiles. I jumiles vengono mantenuti in vita e venduti in "confezioni" di pochi esemplari. Sono consumati in vari modi, sia crudi sia dopo una qualche cottura. La letteratura cita che la credenza popolare attribuisce a questi insetti proprietà curative oltre a quelle nutritive.  In Africa i Pentatomidi sono usati a scopo alimentare in Sudafrica e nello Zimbabwe, del loro uso alimentare parla il progetto di ricerca intitolato, Nutritional and medicinal value of the edible stinkbug, Eucosternum delegorguei, consumed in the Limpopo, Province of South Africa (2003-2005).  In Asia è citato il consumo dei Pentatomidi in India, in particolare i generi Bagrada e Erthesina.  Si consumano anche in Cina e in Tailandia.
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L’obiettivo dell’esercitazione è di immaginare un prodotto, un brand e un’immagine pubblicitaria a base di Pentatomidi (jumeles). 
Ogni gruppo può sviluppare l’idea di questo “prodotto” con il mezzo espressivo che meglio ritiene opportuno, disegno, foto, fumetto, collage, immagine elaborata per via elettronica.

L’elaborato dovrà essere consegnato in copia su dischetto, accompagnato da una breve relazione esplicativa.
Non sono accettati altri supporti.



















































IED – Esercitazione 3 – 2009-10 – “Un nuovo museo delle arti per Gotham City”

3 Novembre 2009

IED, Milano.  Anno accademico 2009-2010
Cattedra di sociologia.
(Esercitazioni)
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Esercitazione numero tre.
“Un nuovo museo delle arti per Gotham City.”

IED – Esercitazione 3 – Un  nuovo museo delle arti per Gotham City

Ètienne-Louis Boullée (1728-1799), Claude-Nicolas Ledoux (1736- 1806), Jean-Jacques Lequeu (1757-1826) sono universalmente conosciuti come i maestri dell’architettura visionaria.
Il clima culturale in cui operarono è il neo-classicismo, l’epoca, detta dei Lumi – la stagione dell’Enciclopedia – quella in cui maturarono i germi della modernità, vale a dire, di una coscienza della singolarità di un tempo che sa che il proprio passato non rinvia più a nulla.
Furono dei rivoluzionari e degli innovatori, la loro architettura si muove dentro una cornice sociale, culturale, economica e politica ricca d’invenzioni e di speranze.  Sono stati sublimi e pittoreschi, hanno ripensato lo spazio come se fosse una materia letteraria, gli edifici come se fossero ombre e luci, simboli e documenti, relazioni di parti e potenza del tutto.
Ancora oggi la loro opera è considerata con rispetto ed ammirazione e non è difficile ritrarne gli stilemi là dove le nuove forme di arte sono state messe alla prova dall’immaginazione, dal romanzo, al fumetto, al cinema.  Valga per tutti l’ossessione del protagonista del film di Peter Greenaway, Il ventre dell’architetto, per l’opera di Boullée o la ricostruzione digitale della sua Biblioteca Reale nel film Al di là dei sogni.

Conosciamo Gotham City dal 1940, è la città di Batman.  Ci sono molte leggende sulla fondazione di questa città che è l’altra faccia di New York o, meglio, di Manhattan dopo la mezzanotte in un freddo giorno di Novembre.  Una città gotica ricca di elementi tratti dall’Art Nouveau, dalla polis greca, dall’International Style degli architetti educati dai congressi del CIAM al razionalismo e al funzionalismo.
Gotham City è una città ricca, corrotta, crudele ed abitata da supereroi, ha molti monumenti, tre quotidiani ed istituzioni di prestigio, dal Wayne Memorial Clock Tower al Madame Soleil’s Wax Museum, dalla galleria Parkhurst al Gotham Arts Centre.
Tra questi spicca il Flugelheim Museum, un edificio imponente, cupo e feroce il cui ingresso ricorda il muso di una locomotiva.  Un edificio che Anton Furst, il suo ideatore, definisce come uno dei più belli di questa città, ispirato all’opera dell’architetto viennese Otto Wagner (1841-1918), il progettista, tra l’altro, della Steinhof Kirche.
Gotham City però, come tutte le città vive, ha bisogno di un nuovo museo che rifletta le inedite forme d’arte del XXI secolo.
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L’obiettivo dell’esercitazione è di progettare un nuovo museo per Gotham City che prenda spunto dall’opera degli architetti visionari francesi del XVIII secolo.  Scegliere il luogo e schizzarne un quadro d’insieme.
Ogni gruppo può sviluppare l’idea di questo museo con il mezzo espressivo che meglio ritiene opportuno, disegno, foto, fumetto, collage, immagine elaborata per via elettronica.

L’elaborato dovrà essere consegnato in copia su dischetto, accompagnato da una breve relazione esplicativa.
Non sono accettati altri supporti.