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IED – Esercitazione 5 (D) – 2009-10 – Luoghi immaginari. Dove abitano i sogni?

10 Gennaio 2010

D – IED, Milano.  Anno accademico 2009-2010
Cattedra di sociologia.
Esercitazione numero cinque. 
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Luoghi immaginari.  Dove abitano i sogni?

IED – Esercitazione 5 (D) – Luoghi immaginari - Dove abitano i sogni?

Sul piano individuale l’immaginario testimonia della soggettività degli individui ed esso appartiene alla singolarità delle storie personali
.
“Lasciò alla sua assistente il compito di rispondere al telefono e chiudere lo studio. Era ansiosa di ritirare dal corniciaio sulla Mühle Gasse l’ultimo suo acquisto, un’incisione della fine del XVII secolo di La Carte du Tendre, un paese immaginario ispirato da Clélie, Histoire romaine di Madeleine de Scudéry, Saffo, come l’avevano soprannominata secondo la moda del tempo i suoi ammiratori, che accorrevano numerosi ai suoi sabati licenziosi.  Era una rappresentazione topografica e allegorica delle differenti tappe della vita amorosa secondo le «preziose» dell’epoca. Helga si era innamorata di questa incisione fin dal primo momento che l’aveva vista nella vetrina di un antiquario sulla Brunn Gasse, vicino alla Predigerkirche. L’incisione era rozza, ma esprimeva un candore surreale sotto il quale aveva intravisto un’impronta anatomica che le evocava, stilizzata, la regione pelvica femminile. Una personificazione retorica del potere virginale di Eva in un tempo in cui tutti si rifiutavano di riconoscerlo…”. 
“La Scudéry è l’autrice dei due più lunghi romanzi della letteratura francese, una sorta di trattato di anatomia amorosa in cui sono minuziosamente descritte le gelosie, le inquietudini, le impazienze, le gioie, i disgusti, le disperazioni, le rivolte, i furori dei sentimenti vissuti. La Scudéry voleva essere amata follemente, ma con rispetto. Una contraddizione per i suoi tempi, che pensò di risolvere cercando un amante al posto di un marito, passando così per avida e licenziosa, mentre lei si riteneva audace. Fu messa alla berlina da Molière in Les précieuses ridicules, che non capì il suo sogno di un paese ideale dove gli uomini devono trovare il cammino del cuore delle dame tra pericoli e prove di coraggio. Tendre ha tre città e un fiume, Inclinazione, dove si gettono due affluenti, Stima e Riconoscenza.  Le tre città stanno a fianco di questi tre fiumi. Per andare da Nouvelle-Amitié a Tendre-sur-Estime bisogna passare per il Grand-Esprit e i deliziosi villaggi di Beiversi, Bigliettigalanti, Bigliettidolci, circondati da boschi lussureggianti e da erbe officinali tra cui abbondano le stelline odorose, chiamate anche Waldmeister, le cui piantine venivano messe dalle donne impudiche a macerare nel vino bianco e le sue radici raccolte dalle vecchie signore per tingere di un rosso ineguagliabile la lana. Il fiume Inclinazione scorre su queste terre lentamente perché è domestico mentre il mare è pericoloso perché battuto dalle passioni. Quanto al lago chiamato Indifferenza rappresenta la noia. Il successo di questo paese immaginario fu immediato, come una carta moschicida attirò l’attenzione di calvinisti, libertini e giansenisti a cominciare dall’abate d’Aubignac che creò a sua volta una Carte de Coquetterie…”. 
“Un raggio di sole illuminava la sua carta di Tendre, si stirò e sbadigliando si alzò dal letto.  Il villaggio di Bigliettigalanti riluceva dietro il vetro della cornice. Le précieuses ridicules che si raccoglievano nel salotto di Catherine de Rambouillet amavano le arti e le lettere, ma fino a un certo punto. Fino a quando i rosoli bevuti non avevano fatto il loro corso e le giovani figlie de la meilleure naissance, gli occhi addolciti dall’alcol, non cominciavano a spegnere le candele e a sciogliersi i nastri dai capelli. François de Malerbe aveva anagrammato Catherine in Arthénice, un nome più adatto a suo giudizio per le sue misesblu. Un nome sotto l’influenza di Nettuno e protetto dai topazi, che arrecava una salute di ferro e amori fragili.”
(Tratto da, Le ragazze della Via Paal, 2009)
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L’obiettivo di questa esercitazione è di “visualizzare” uno dei luoghi della Carte du Tendre ed, eventualmente, di attualizzarlo.
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Ogni gruppo può elaborare l’immagine di questa esercitazione con il mezzo espressivo che meglio ritiene opportuno, disegno, foto, fumetto, collage, video, rappresentazione elaborata per via elettronica.
L’elaborato dovrà essere consegnato in copia su dischetto, accompagnato da una breve relazione esplicativa.  Non sono accettati altri supporti.
(N.B. – In rete si possono trovare altre carte di Tendre.)


IED – Esercitazione 5 (D) – Luoghi immaginari - Dove abitano i sogni?

IED – Esercitazione 4 (D) – 2009-10 – Il labirinto da topoi a metafora della complessità

16 Dicembre 2009

D – IED, Milano.  Anno accademico 2009-2010
Cattedra di sociologia.
Esercitazione numero quattro.   
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IL LABIRINTO, DA TOPOI A METAFORA DELLA COMPLESSITÁ. 

Il labirinto, da topoi a metafora della complessità

Che cos’è un labirinto? 
Il primo labirinto, dice Platone, è stato il labirinto di Atlantide.  Al di là della sua forma architettonica spiegarlo è più complicato di come appare, anche perché da tempo questa espressione si usa in numerosi contesti, con i significati più diversi.  Possiamo dire che il labirinto è presente, come immagine, a partire dalle sue implicazioni oniriche e magico-rituali, sin dagli albori dell’umanità, tanto da poter essere definita un’espressione archetipica.
I labirinti non sono tutti uguali.  In alcuni si deve trovare la maniera di uscirne, in altri di attraversarli, in altri ancora è importante il modo in cui si percorrono. 
Possono assumere le forme più diverse.  Di fatto, possono essere naturali, artificiali o misti.

Il labirinto, da topoi a metafora della complessità

Secondo la morfologia del tracciato sono geometrici o irregolari.  Secondo la forma del percorso il labirinto può dipanarsi con svolte rettangolari, curvilinee o miste.  Dal punto di vista della loro struttura possono essere rettangolari, circolari o irregolari, e poi, simmetrici o asimmetrici.  Il loro centro può rappresentare un punto di arrivo o essere solo un passaggio per l’altrove.  I labirinti possono essere centripeti o centrifughi, a seconda che il loro tracciato inizi dal centro o finisca in esso.  Anche se rari, ci sono labirinti tridimensionali, come i sacrari megalitici dell’isola di Malta.  Infine, le biforcazioni possono essere semplici o complesse, avere degli snodi obbligatori, perché non si può non passare da essi, o vessatori, che riportano sempre allo stesso punto.

Il labirinto, da topoi a metafora della complessità

Alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che sono figure legate alla condizione umana, insieme al cerchio, al quadrato, al triangolo.  Figure, in sintesi, che servirebbero ad organizzare e a concepire un’idea di mondo, a rappresentare il tortuoso cammino della conoscenza.  (Chi entra in un labirinto è costretto ad affrontare uno dei dilemmi più importanti dell’esistenza, quello della scelta.  Soltanto una, delle due o più vie che si aprono di fronte a chi lo percorre, è quella giusta, l’altra o le altre lo inducono in errore.  Da qui l’idea medioevale del labirinto come luogo di perdizione. Come è facile constatare prima di essere una fantasia architettonica il labirinto è un simbolo possente.
La sua esistenza materiale non è che una parte della sua storia e il suo potere evocativo risale all’origine dei tempi, non per caso è uno tra gli oggetti culturali onnipresente in ogni epoca e in numerose culture.  Spesso è stato il campo di battaglia dei sentimenti dell’uomo e la sua lunga marcia attraverso i secoli lo ha reso polisemico.  Più di un sapere si è impadronita dei suoi simbolismi per separare l’alto dal basso, il bene dal male, il corpo dallo spirito, il piacere dal dolore, così come per rappresentare la relazione della madre con il figlio, degli dei con l’uomo.

Il labirinto, da topoi a metafora della complessità

Per la chiesa il labirinto è il percorso della redenzione, per il buddismo è una immagine del mandala.  Il processo di formazione del cosmo, la via verso il tutto.  Per la massoneria è l’immagine della ricerca interiore.  Sui pavimenti delle cattedrali è un invito a riporre fiducia nel divino, un cammino per Gerusalemme. Un invito al viaggio salvifico.  Nella tradizione della Cabala – ripresa dalla tradizione alchemica – il labirinto è il lavoro dell’Opera, cioè della grande trasmutazione delle cose.  Infine, non è raro trovare il labirinto nei sogni come annuncio di una rivelazione, come avventura interiore che si può accettare o perdere.

Obiettivo dell’esercitazione.  Interpretare a partire dalla forma di un labirinto un sentimento, una sensazione, un vizio o una virtù.
Ogni gruppo può elaborare l’immagine di questa esercitazione con il mezzo espressivo che meglio ritiene opportuno, disegno, foto, fumetto, collage, video, elaborazione elettronica.

L’elaborato dovrà essere presentato su dischetto, accompagnato da una breve relazione esplicativa.  Non sono accettati altri supporti. 

































IED – Esercitazione 8 – 2009-10 – La deriva urbana e la flânerie

13 Dicembre 2009

A – IED, Milano.  Anno accademico 2009-2010
Cattedra di sociologia.
(Esercitazioni)
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Esercitazione numero otto.   
LA DERIVA URBANA E LA FLÂNERIE.
Con che occhi guardiamo una città, con quali orecchie l’ascoltiamo, con quale cuore l’amiamo.
Dal cartello stradale che l’annuncia alla saponetta sulla mensola del bagno di una camera d’albergo.

“La forme d’une ville change plus vite, on le sait, que le coeur d’un mortel.”
(Julien Gracq, La forme d’une ville.)
“Non sapersi orientare in una città non vuol dire molto.  Ma smarrirsi in essa, come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare.
(Walter Benjamin, Infanzia Berlinese.)

IED – Esercitazione 8 – La deriva urbana e la flanerie

Ci sono molti modi per scoprire ciò che crediamo di conoscere di una città.
 Uno lo dobbiamo a Charles Baudelaire e alla sua figura del “flâneur”, di colui che passeggia senza uno scopo, che non sia quello di gustarne l’umore, le tensioni, le ombre, la bellezza.  Un altro è quello che Walter Benjamin elaborò a partire da Baudelaire.  Usare l’osservazione come strumento di analisi del fenomeno urbano, come rivelatore della dinamica degli stili di vita che l’attraversano disegnandola nell’immaginario collettivo.  Un punto di vista che non è mai quello del turista o del viaggiatore, distratto dai suoi scopi, ma di colui che, per parafrasare il titolo di un libro di Alberto Savinio, ascolta della città il cuore, per coglierne le sue inquietudini, le sue passioni, le tensioni culturali e sociali, il loro acquietamento civile, la sua identità estetica.
Abitare una città è tante cose in una, è tesserla, percorrendo le sue strade, è ricamarla, giorno per giorno con la bava dei percorsi abituali.  È divenire il filo di Arianna di un pellegrinaggio quotidiano.  L’essere “qui” non basta ad orientarsi.  Smarrirsi è un processo che in molte culture è carico di significato. 

IED – Esercitazione 8 – La deriva urbana e la flanerie

Orientarsi è conoscere.  Perdersi per orientarsi è il sentiero che porta all’ambientarsi.  Per arrivare “in centro”, nel cuore urbano, ci sono margini e soglie da oltrepassare, cul-de-sacda evitare, direzioni da definire.
In genere i cittadini possono perdersi in due modi.  Perché sono in un ambiente urbano che non conoscono o perché lo conoscono troppo bene.  Eterni Odissei occorre saper interrogare le strade e le piazze, ascoltare quello che dicono gli edifici sull’identità e i sogni degli uomini che li abitano.
Nei luoghi che ci sono sconosciuti è necessario per prima cosa, orientarsi.  Annodare trame, leggere mappe, consultare bussole, adattarsi al sistema di coordinate preesistenti, soprattutto, è essenziale avere una meta.
Lo straniero in una città è costretto ad apprendere a sue spese quali sono le sue relazioni spaziali, le direzioni, i percorsi, i movimenti concepiti, il linguaggio del qui, del giù, del su, dell’avanti, del dietro, di a destra, a sinistra, del nord, del sud, dell’est, dell’ovest.
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IED – Esercitazione 8 – La deriva urbana e la flanerie

Scopo dell’esercitazione è di descrivere, per conoscerla, una città, prima vista da lontano, appena le cime dei suoi edifici più alti la fanno intravvedere e un cartello stradale l’annuncia, per penetrare in essa fino alle sue tracce più segrete e minuscole, quelle che scopriamo sulla mensola davanti allo specchio del bagno in una camera d’albergo.

IED – Esercitazione 8 – La deriva urbana e la flanerie

Questa esercitazione può essere realizzata o con una serie di fotografie in bianco e nero, o con un filmato o con una colonna sonora o, infine, intrecciando queste tecniche in un video.
In via del tutto eccezionale ci saranno due modalità di giudizio per l’aggiudicazione dei tre punti.  La prima prenderà in considerazione l’abilità tecnica e la complessità con la quale l’esercitazione è stata realizzata.

La seconda prenderà in considerazione l’abilità espressiva, la forza dei rilievi creativi, le capacità evocative. 

L’elaborato dovrà essere presentato su dischetto, accompagnato da una breve relazione esplicativa.

Non sono accettati altri supporti.









IED – Esercitazione 3 (D) – 2009-10 – Il tempo come espressione

8 Dicembre 2009

D – IED, Milano.  Anno accademico 2009-2010
Cattedra di sociologia.
Esercitazione numero tre.
IL TEMPO COME ESPRESSIONE
(Immaginare la velocità.  Parte seconda)
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Et nous allons suivant le rythme de la lame
Berçant notre infini sur le fini de mers.
(Charles Baudelaire)

IED – Esercitazione 3 (D) – IL TEMPO COME ESPRESSIONE - Immaginare la velocità Parte seconda

La velocità, intesa in astratto, è il risultato di una frazione di tempo e spazio, ma la sua “scoperta”, nel corso del ventesimo secolo, come dimensione di un nuovo paradigma estetico del vivere, ha finito per assumere una grande importanza anche nel panorama culturale e sociale della modernità.
In questo contesto un ruolo centrale è stato giocato dal futurismo italiano, che arrivò a creare un vero e proprio mito della velocità, definita come l’espressione di una nuova religione-morale, in un manifesto ad essa dedicato del maggio 1916.
Nella definizione di questa ideologia è fondamentale il contributo di Filippo Tommaso Marinetti che, già nel 1905, scrive un’ode all’automobile da corsa, strumento di voluttà ed ebbrezza, espressione di una volontà di potenza.
Nelle arti plastiche sarà poi determinante il contributo di Umberto Boccioni con il suo dinamismo plastico, per mezzo del quale è possibile sperimentare le violente emozioni del moto, della velocità e dell’azione.  Altrettanto importanti saranno i contributi di Carrà, Russolo, Balla, Severini e Dottori.  Ricordiamo, qui, en passant, anche la cronofotografia di Jules Marey e di Eadweard Muybridge.  La velocità nel futurismo sarà poi ripresa nel 1928 con il manifesto della aereopittura futurista, in cui, ancora una volta questo mito sarà indicato come lo stimolo principale della fantasia degli artisti.
Una interessante evoluzione del tema della velocità lo si trova anche nel fotodinamismo dei fratelli Bragaglia, in cui ad un lavoro sulla plasticità delle immagini s’intrecciano concetti già elaborati dal filosofo francese Henri Bergson (1859-1941), che aveva definito il tempo la stoffa stessa della vita psichica.

IED – Esercitazione 3 (D) – IL TEMPO COME ESPRESSIONE - Immaginare la velocità Parte seconda

Anche nella musica futurista ritroviamo il mito della velocità nel manifesto di F.B. Pratella che, scrive: “Aggiungeremo ai grandi motivi centrali del poema musicale il dominio della macchina e il regno vittorioso dell’elettricità”.  Metafore di un modo di “sentire” la musica che possiamo addirittura ritrovare nel progressive-metal e, per citare un solo esempio famoso, nei Dream Theater, il gruppo di John Petrucci, Mike Portony ed altri, fondato a Boston nel 1985.
In questa prospettiva, per finire, ricordiamo il tema della rapidità che Italo Calvino affronta nella seconda delle Lezioni americane e i quattro grandi poemetti di Thomas Eliot (Four Quartets) in cui il tempo, sulla falsariga degli ultimi quartetti per archi di Beethoven, diventa poesia attraverso quello che la critica letteraria chiamerà una struttura stilistica lirico-prosaica fondata sul contrasto tematico.
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IED – Esercitazione 3 (D) – IL TEMPO COME ESPRESSIONE - Immaginare la velocità Parte seconda

L’obiettivo di questa esercitazione è di rappresentare la velocità utilizzando la figura retorica che si ritiene più consona alla sua rappresentazione. 
(La figura scelta va indicata è descritta nella relazione che accompagna l’esercitazione.  Utilizzare il lemma “figure retoriche” di Wikipedia.)
Ogni gruppo può elaborare l’immagine di questa esercitazione con il mezzo espressivo che meglio ritiene opportuno, disegno, foto, fumetto, collage, rappresentazione elaborata per via elettronica.
L’elaborato dovrà essere consegnato in copia su dischetto, accompagnato da una breve relazione esplicativa.  Non sono accettati altri supporti.