Food-Design

Il quadrato ubriaco

10 Luglio 2006

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Chlieb ssolj! (°)

Nell’edizione del 13 luglio 2006, a pagina sedici, il settimanale L’Espresso mette il “suprematista” Casimir Malevic (Kiev 1878 – Leningrado 1935) in bottiglia, dopo averlo definito “futurista”.

Malevic è stato post-impressionista, neo-primitivo o, se si preferisce, “fauve”, formalista, membro del gruppo moscovita “Fante di Quadri”, compagno di avventure del “Blaue Reiter”, “cubista”, astrattista e, alla fine, sé stesso, con un’opera che resterà nella storia dell’arte moderna (esposta per la prima volta ad una mostra, “0,10”, a Pietrogrado, nel 1915), Quadrato nero su fondo bianco.

Il futurismo e i quadrati rossi sono un modo, spiccio, inventato da L’Espresso per far quadrare i conti con alcuni vitigni in Toscana (Sirah, Cabernet, Petit verdot) è l’intraprendenza di un fotografo alla moda, che ha costruito il suo stile ringhiando contro i padroni che serviva.

“Con una certa frequenza, i padroni della società affermano di essere serviti male dai loro dipendenti mediali; più spesso rimproverano alla plebe degli spettatori la tendenza ad abbandonarsi senza ritegno, in modo quasi bestiale, ai piaceri dei mass media. In questo modo si nasconderà, dietro una moltitudine virtualmente infinita di presunte divergenze mediali, quello che al contrario il risultato di una convergenza spettacolare voluta con notevole tenacia” (Guy Debord).

Non sta certo a questa nota svelare le strategie del “falso indiscutibile”, che gravano sul vuoto del vero “ridotto allo stato di ipotesi indimostrabile”, ma è indubbia l’equazione “spettacolare” che lega il futurismo al vino attraverso dei “quadratini rossi” – questi sì dipinti occasionalmente da Malevic nell’inseguire i misfatti delle ideologie.

Quanto al quadrato nero, da lì a poco diverrà bianco mescolando sulla superficie della tela forma e materia o, meglio, affermazione e negazione, lì rappresentate, dice Jean Hyppolite, “comme remplaçant l’instinct d’unification d’un part, celui de destruction de l’autre”. L’obiettivo? Esporre il simbolico e il concettuale attraverso il reale e l’irreale. Ecco perché questo lavoro di Malevic può essere inteso, verosimilmente, come “le site pour la venue des choses, présence logée au coeur de l’absence” (Jacques Lacan). In questo modo esso rinvia in perpetuo ad un’altra significazione che si profila dietro la collusione del significato e del referente: la rivoluzione d’Ottobre.

(°) – Alla salute!

Casimir Malevic amava l’ acquetta e il te nero. Alla prima accompagna dei piroghi, farciti con lardo, cavolo e manzo, abbinava il secondo con delle gelatine (kisel) di frutti di bosco o con certi dolcetti tipici della Boemia, come i Maultaschen.

Quanto ai vini non amava quelli rossi, piuttosto beveva birra, aveva un debole per il kefir e l’idromele, soprattutto d’inverno.

Le poche volte che se lo è potuto permettere apparecchiava alla russa, con grandi bicchieri in cristallo, piatti in porcellana di Gjelsk, posate in vermeil e biancheria ricamata. Si cominciava con dei zakouski a base di caviale, seguiti da blini alle aringhe del Pacifico. Poi un borchtch, a cui seguivano delle kotletki alla moda di Kiev accompagnate con della kacha. Infine, per dessert, una vatrouchka. E i vini? Dei crus, per così dire, della Bessarabia e certi vinelli dolci del Caucaso.

Gourievskaia kacha.

(Dal nome di un ministro delle finanze zarista.)

Portate ad ebollizione un litro e mezzo di latte nel quale verserete a pioggia 160 grammi di semola, mescolando finché il tutto non si addensi. A questo punto, incorporateci due uova e 150 grammi di panna liquida fresca, poi, 100 grammi di mandorle affettate e 100 grammi di zucchero vanigliato. Lasciate cuocere, a fuoco dolce, per una quindicina di minuti. Adesso, versate l’apparecchio in uno stampo, ricopritelo di pane grattugiato, seccato in padella con un sospetto di olio di girasole, quindi spargeteci sopra 100 grammi di frutta candita tagliata a dadini e 100 grammi di marmellata di albicocche. Mettete lo stampo in forno, dolce, per dieci minuti. Quando è tiepido distaffate e servite.

La sposa sbigottita

3 Luglio 2006

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Si possono confondere otto scodelle di risotto allo zafferano e due di blanc-manger con dei piatti di “pancotto”? Si possono confondere due potagers con cinque gambe, con due panettieri? La domanda è retorica, lo ha fatto il quotidiano La Repubblica a pagina sei dell’edizione di lunedì 3 luglio 2006. In questione è uno dei capolavori della pittura fiamminga, Le nozze contadine, dipinte da Pieter Bruegel il Vecchio (1525 circa – 1569) nel 1568, ora conservato al “Kunsthistorisches Museum” di Vienna.

Dello stupore della sposa conosciamo le ragioni, il marito è altrove, nella realtà, magari, “per un goccio d’acqua”, sulla tela, invece, è una “vedova di fresco”. Una penna di pavone apre un occhio sul pavimento, trasformando questo piccolo mondo contadino in un “mondo alla roversa”. Per servire a tavola i due potagers hanno divelto una porta, si osservi il cucchiaio infilato nella berretta di quello con la giubba rossa. Non manca il bere ma non ci sono, sulla tavola, le leccornie che questo giorno merita. Niente carote, rape, né porri, niente montone, piedini di maiale, salsicce. Niente “ stoemp ”, vale a dire patate, cavoli e lardo fritto. Niente boudins, questi “ kiekefretters ” di campagna non hanno neanche il caldaro con il pollo bollito. La scena si svolge in un fienile, un posto caldo, le caraffe contengono birra e Kriek, un fermentato a base di ciliegie. La greve serietà di chi mangia quando può aleggia nell’aria tra i commensali. Un panno e un pendente di carta distinguono il posto della sposa e, nel contesto, sembra già troppo.

Il mondo scientifico era stato appena sconvolto dalla “teoria copernicana”, ma forse la sposa era interessata ad altro, a quella guaina di tela che da lì a poche ore avrebbe sistemato sul prepuzio del pene del suo benamato. Lo raccomanda un medico italiano, tal Gabriele Falloppia. La notizia aveva fatto scalpore. In ogni modo la sposa era nata sotto il calendario di Giulio Cesare, morirà gregoriana.

Le Fiandre, allora, erano lontane dalla Parigi di Francois Pierre de La Varenne, così come dalla Londra di Robert May, la povertà era endemica, in compenso le “nature morte” facevano sognare. Guardate bene la sposa, gli occhi socchiusi sono fissi sulle aragoste e gli zuccheri peccaminosi di Osias Beert, sui banchetti dei signori, che i cristiani si ostinavano a chiamare “ultime cene”.

Bianco mangiare.

In una cronache dell’epoca leggiamo: Sono chiamati bianchi mangiare le gelées molto dense sia di carne bianca che di crema di mandorle aromatizzata con il miele. Questi ultimi sono dei bianchi mangiare zuccherati e sono stati popolari anche sulle tavole antiche perché ritenute energetici”.

Ricetta, versione semplice.

Mettete 300 grammi di mandorle dolci e tre amare in una casseruola con acqua fredda. Copritele a filo e fatele bollire per un paio di minuti. Sgocciolatele, raffreddatele e sbucciatele. Mettetele a bagno per un’ora e mezzo in acqua fredda. Adesso sgocciolatele di nuovo e pestatele in un mortaio di pietra unendoci un paio di cucchiai d’acqua per facilitare il lavoro.

Dovete ottenere una pasta liscia ed omogenea, aggiungeteci, lentamente, mezzo litro di panna liquida fresca. Scioglieteci 120 grammi di zucchero grezzo o, al limite, in zollette. Poi, mezzo cucchiaino di zucchero vanigliato e 15 grammi di colla di pesce ammorbidita in acqua fredda. Quando questo miscuglio comincia a “tirare” incorporateci una presa di noce moscata e un bicchiere di panna fresca montata a neve ferma.

Versate il tutto in uno stampo e raffreddate il bianco mangiare nel ghiaccio. Trattatelo come se fosse una bavarese, vale a dire, accompagnatelo con un coulis di frutta rossa.

La cultura nella prospettiva dell’antropologia materialista

30 Aprile 2006

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Pan paniscus è il nome scientifico dello scimpanzé nano, detto anche bonobo. L’altro, lo scimpanzé che siamo abituati a vedere nei giardini zoologici o in televisione, è il Pan troglodytes.

Tutti e due hanno in comune con l’uomo il 98 per cento circa del loro DNA, cioè, dell’acido desossiribonucleico, la molecola della vita responsabile della trasmissione e dell’espressione dei caratteri ereditari. Se però scartiamo quelle parti del DNA che non ci servono più, la condivisione sale al 99 per cento o se si vuole essere più precisi, questo è il range tra il DNA del genetista Craig Venter e la scimmia Clint che si sono prestati a farsi sequenziare il genoma.

Deedee
Matita a cera su carta cm. 50×50
Scimpanzé femmina di quattro anni

L’antenato comune tra l’uomo e le scimmie antropomorfe africane si suppone sia vissuto circa otto milioni di anni fa. Ma se noi valutiamo il fatto che la vita sulla terra è comparsa più di tre miliardi di anni fa, è come dire che il distacco è avvenuto ieri.

Se poi consideriamo il fatto che, il ramo evolutivo uomo-scimmie antropomorfe si è diviso dall’albero dei primati circa trenta milioni di anni fa, noi condividiamo con gli scimpanzé venti milioni di anni di evoluzione.

Non è dunque sorprendente che molti tratti anatomici, mentali e sociali delle scimmie antropomorfe differiscano dagli altri primati più di quanto differiscano da noi.

Le altre scimmie antropomorfe recenti, uomo a parte, sono il gorilla e l’orangutan. (Orang hutan significa, in malese, uomo delle foreste.)

Studi recenti pongono queste due scimmie a una distanza dallo scimpanzé maggiore di quanta non ce ne sia dall’uomo. Insomma, l’uomo, lo scimpanzé e il bonobo sono tra di loro imparentati più di quanto si sospetti e, forse, come sostengono molti antropologi, dovremmo cambiare la tassonomia classica, molto antropocentrica, in una in cui l’uomo appare come Pan sapiens.

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(clicca sull’immagine per ingrandirla)

I bonobo furono scoperti, dal punto di vista scientifico, dopo la prima guerra mondiale e sono studiati sistematicamente a partire dal 1970 circa.

In principio le ricerche si concentrarono sulle differenze con gli scimpanzé e se ne trovarono molte, ma quasi subito gli zoologi si resero conto anche di qualcosa d’altro, che più crescevano le differenze con questi e più aumentavano le somiglianze con l’uomo.

In particolare, i bonobo mostrano tre degli elementi presenti nelle prime fasi dell’evoluzione umana:

– Le femmine sono sessualmente ricettive per lunghi periodi.

– La vita sessuale è intensa e spesso correlata al cibo e alla vita sociale.

– I bonobo camminano su due gambe più facilmente di tutte le altre scimmie.

Rispetto, invece, ad altri elementi presi in considerazione per definire l’evoluzione, le somiglianze non coincidono in modo altrettanto preciso. Vale a dire:

– La cooperazione tra i maschi non è mai troppo stretta.

– Le femmine non sono stanziali, ma seguono con i cuccioli gli spostamenti dei maschi.

– I legami di coppia sono sconosciuti, anche se molto spesso i maschi stanno insieme alle femmine in relazioni che si possono definire stabili.

In compenso i bonobo, sanno giocare a mosca cieca e a fare le facce buffe, non solo, siccome le femmine hanno l’apertura vaginale e il clitoride in posizione frontale, hanno più di un modo di fare sesso, compreso quello di farlo guardandosi in faccia. Le femmine, poi, conoscono bene la relazione che esiste tra accarezzare il pene del maschio e l’erezione, amano baciare, sanno stimolarsi toccandosi i capezzoli.

Di questa storia, gli aspetti più rilevanti sono due.

Il primo è quello del contratto sessuale.

Nei bonobo la connessione tra sesso e cibo è molto stretta e influenza le loro relazioni di gruppo. Dividere il cibo è parte integrante del sistema della sessualità e spesso serve a negoziare la relazione sessuale, tanto che sono state fatte molte analogie con la prostituzione femminile.

Il secondo aspetto importante è quello del sesso per pace.

Vale a dire, i bonobo usano il sesso per allacciare relazioni, ingelosire, stringere alleanze, far diminuire le tensioni sociali e perfino per fare la pace quando uno di essi si rende conto di non poter vincere il confronto con l’avversario in modo violento.

Miglior Blog, il cibo ha battuto il sesso

16 Aprile 2006
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Il cibo batte il sesso. O almeno così è stato nella prima edizione del Blooker Prize, http://www.lulublookerprize.com/, il concorso letterario espressamente dedicato ai libri tratti da blog Internet. A sorpresa, infatti, sebbene da più parti si pensasse a una vittoria di “Belle de Jour”, l’ormai noto racconto online di una ragazza squillo di Londra la cui versione cartacea è diventata un bestseller, il premio è andato a Julie Powell con il suo “Julie e Julia: 365 giorni, 524 ricette, 1 piccola cucina”.

Nel blog juliepowell.blogspot.com, la Powell, 30enne del Texas che vive a New York, racconta le proprie vicissitudini di aspirante cuoca alle prese con il libro di ricette della celebre chef Julia Child, la donna che ha portato la cucina francese in America. Stanca della propria routine fatta di lavori precari, l’autrice pone a se stessa una sfida: cucinare tutte le 524 ricette proposte dal classico del 1961 della Child “Mastering the Art of French Cooking” (Imparare l’arte della cucina francese) nella sua piccola e mal fornita cucina dell’appartamento di Long Island. Il risultato è un racconto spontaneo e divertente sulla preparazione dei piatti, “infarcito” di dettagli sulla vita della City e sulla sua vita personale, con storie su amici, amori, e vicissitudini quotidiane. Un qualcosa a metà strada tra le ricette di Nigella Lawson e il diario di Bridget Jones, ma con molta più interazione, tanto che l’autrice rivela di aver a volte ricevuto via posta gli ingredienti per le ricette, inviati da alcuni tra i lettori più affezionati. Il blog è stato pubblicato sotto forma di libro lo scorso anno da Little, del Warner Book Group, e ha già venduto oltre 100mila copie. E ora, uno studio di Hollywood sta accarezzando l’idea di farlo diventare un film.

Julie Powell, dunque, non solo ha battuto la concorrenza di 89 candidati al primo Blooker Prize vincendo i 2mila dollari messi in palio dallo sponsor Lulu.com, nota casa editrice digitale on demand, ma ha anche davanti a sé un futuro piuttosto roseo. Dal canto loro, gli organizzatori del Blooker Prize intendono portare il concorso agli onori della gloria e sperano che un giorno possa diventare più famoso del noto premio letterario inglese “Booker Prize” che oggi vale 50mila sterline. Con 60milioni di blog online che crescono al ritmo di 65mila al giorno, Lulu.com non nasconde neppure il pensiero che i blog siano il futuro della letteratura nonché un’evoluzione naturale nel mondo dell’editoria.

Tra gli 89 lavori provenienti da tutto il mondo, sono stati selezionati anche altri due vincitori per la sezione fiction e Web comics. Il premio Blooker fiction è andato alla storia di fantasmi “Four and Twenty Blackbirds” (wicked.wish.livejournal.com) di Cherie Priest, quello per l’umorismo a Zach Miller per il suo fumetto “Totally Boned: a Joe and Monkey Collection” (http://www.joeandmonkey.com/).