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Cinque temi per un GIOCO DELL’OCA

(Jeu de l’Oie, Juego de la Oca, Game of the Goose, Gans Spiel) 

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ULISSE.

(Flussi migratori: navigare, sognare, sparire nel Mediterraneo)

*

CHI SONO?  CHI SEI?

(L’identità in una società liquida)

*

NOMADISMO.

(Piantare o tagliare le radici?)

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L’ALTRO DA ME.

(Io e lo straniero, incontri e scontri)

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CIBO & MIGRAZIONI.

(Un percorso tra le abitudini alimentari che ci legano e/o ci dividono)

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(Il gioco, al contrario del fare, richiama la totalità.  Con le sue regole, i suoi elementi, il suo modo d’essere simbolizza il mondo, ci aiuta ad entrare nel microcosmo del senso.)

 

Obiettivo dell’esercitazione è quello di scegliere uno dei cinque temi sopra indicati e svilupparlo sulla scorta delle lezioni monografiche svolte (e pubblicate in rete, vedi www.pages.mi.it) realizzando un Gioco dell’Oca nel quale si riflettano le problematiche del tema scelto, le sue particolarità, ciò che in esso è accettato e ciò che in esso è rifiutato, la sua storia e le sue ragioni.

Il gioco può essere realizzato su un cartoncino di centimetri 50 per 70 o su un supporto digitale e deve rispettare la forma a spirale anche se essa può essere re-interpretata.

Le caselle – che interpretano il tema – possono essere realizzate con disegni, fotografie, collage, simboli o scritte.

Le regole del gioco devono essere sulla falsariga di quello classico.

La partecipazione è individuale o a coppia, questa è raccomandata soprattutto agli studenti di lingua madre diversa dall’italiano. 

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Il labirinto, da topoi a cammino della complessità, a metafora dello smarrimento.

 

L’esercitazione finale di questo corso è un gioco dell’oca che ha come tema i flussi migranti, l’accoglienza, l’identità.

Per arrivare a comprendere il complesso e, allo stesso tempo, popolare significato del gioco dell’oca cominceremo a vedere cosa significano i labirinti nelle varie culture e cosa hanno significato in passato, a partire da quello di Cnosso.

C’è infatti una relazione molto stretta tra la forma di labirinto e il gioco dell’oca, che poi vuol dire tra le vie iniziatiche e la fortuna, il destino e l’avventura, la speranza e il rischio.

 

Comunemente i labirinti sono definiti come delle strutture molto grandi costruite in modo tale che chi vi entra troverà con difficoltà la via d’uscita, spesso dopo essersi perso più volte.

Ma in realtà, che cos’è un labirinto?
Il primo labirinto, racconta Platone, è stato il labirinto di Atlantide, ma è un racconto enigmatico come lo è il mito dell’isola di Atlantide.

Questo labirinto era costituito da cerchi concentrici alternati di terra e di mare, con la parte di terra unita da ponti.

Il centro dei labirinti, secondo Mircea Eliade (1907-1986) un rumeno storico delle religioni, filosofo reazionario e orientalista, rappresenterebbe la sacralità.

Il cammino tortuoso per arrivarci rappresenta una protezione del sacro nei confronti dei profani, considerato che l’accesso è riservato ai soli iniziati.

 

Che cos’è un labirinto?

Un topoi, vale a dire uno dei luoghi comuni dell’immaginario, un percorso moderno della complessità o tutte e due le cose?

In ogni caso spiegare che cos’è un labirinto – al di là della sua forma archetipica – è più complicato di quello che sembra, anche perché la parola labirinto è usata in numerosi contesti e con i significati più diversi.

Una prima interpretazione etimologica rimanda la parola labirinto al greco λαβύρινθος  (labýrinthos), un’espressione usata nella mitologia per indicare il labirinto di Cnosso.

 

La parola deriva dal lidio labrys (bipenne), vale a dire l’ascia a due lame, simbolo del potere reale a Creta.

In questo senso, “labirinto” significherebbe “palazzo dell’ascia labrys” con il suffisso –into a significare “luogo” cioè il palazzo del re Minosse a Cnosso.

Un palazzo conosciuto per la sua pianta complessa all’interno del quale sono state rinvenute, dagli archeologi, diverse raffigurazioni dell’ascia bipenne.

 

Va anche detto che quest’ascia, che da tempo è anche un simbolo politico dei movimenti fascisti e tradizionalisti europei, è un simbolo molto diffuso in tutto il Mediterraneo, il Medio Oriente e il Nord Africa.

Un tempo rappresentava la Dea Madre, dal carattere lunare e femminile.

Questo perché, come è facile vedere, si ritiene che la forma dell’ascia rappresenti due quarti di luna.

In ogni modo asce bipenni sono state ritrovate in Sardegna, in Danimarca, nel Caucaso e in Etruria, dove impersonavano la giustizia.

Era l’arma di Zeus, e prima ancora del dio egiziano Seth con la quale avrebbe fatto a pezzi Osiride, la rediviva, in una poco edificante storia di litigi familiari.

 

Per la massoneria, poi, l’ascia bipenne conficcata in una pietra squadrata è la rappresentazione dello sforzo di penetrare le cose alla ricerca del vero.

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Torniamo al labirinto, per cominciare va osservato che è presente come simbolo, a partire dalle sue implicazioni oniriche e magico-rituali, sin dagli albori dell’umanità, in altri termini può essere definita un’espressione archetipica. 

Il labirinto, poi, è uno dei temi più ricorrenti dell’arte rupestre europea a partire dal secondo millennio prima dell’era comune. 

 

I labirinti, dal punto di vista della loro struttura, non sono tutti uguali.

In alcuni si deve trovare la maniera di uscirne, in altri di attraversarli, in altri ancora è importante il modo in cui si percorrono. 

Non sempre il loro cammino è ingannevole, non sempre ci sono biforcazioni e non sempre c’è una meta. 

 

In ogni modo nel discorso comune il labirinto è un percorso tortuoso in cui è facile perdersi senza una guida, come scrive Dante Alighieri nell’esordio della Commedia.

I labirinti poi possono assumere le forme più diverse così come possono essere naturali, artificiali o misti.

A seconda della forma del tracciato sono divisi in geometrici o irregolari. 

A seconda della forma del percorso il labirinto può dipanarsi con svolte rettangolari, curvilinee o miste.

Dal punto di vista morfologico possono essere rettangolari, circolari o irregolari, così come simmetrici o asimmetrici.

Il loro centro può essere un punto di arrivo o di passaggio se è multicentrico, in ogni caso il centro può essere chiuso o aperto.

I labirinti, e questo è l’aspetto più importante per il loro significato simbolico, possono essere centripeti o centrifughi, a seconda che il loro tracciato inizi dal centro o finisca in esso. 

Anche se rari, ci sono anche i labirinti tridimensionali, come sono i sacrari megalitici dell’isola di Malta.

 

All’interno di un labirinto le biforcazioni possono essere semplici o complesse così come possono esserci degli snodi obbligatori, nel senso che non si può non passare da essi, o degli snodi vessatori, che riportano sempre allo stesso punto.

In antropologia culturale sulla formazione dell’idea di labirinto esistono varie teorie.

Molti ritengono che possano derivare da certi riti legati alla caccia. 

Altri da procedure apotropaiche, cioè, che allontanano o annullano la sfortuna, come fare le corna o toccare un cornetto rosso.

Molti studiosi delle tradizioni religiose, così come molti psicologi, soprattutto di orientamento junghiano, ritengono che siano il prodotto dell’inconscio.   

In questo senso, aggiungono gli antropologi, i labirinti potrebbero essere stati ispirati dalla contemplazione del cervello e delle viscere degli animali uccisi durante i sacrifici.

Va ricordato che per secoli gli aruspici, (coloro che si dedicavano all’arte della divinazione), hanno cercato proprio nelle viscere degli animali il destino o il futuro degli uomini.

 

Un’altra possibile spiegazione, poetica, ma non dimostrata, riguarda l’uomo, perché solo l’uomo ha sui polpastrelli dei segni indelebili a forma d’impronte labirintiche, le impronte digitali.

A questo proposito ricordiamo che esistono anche i labirinti digitali, da percorrere con le dita, il più famoso dei quali è quello che si trova nella cattedrale di San Martino a Lucca.

È scavato sul muro ed è di circa cinquanta centimetri di diametro.

I fedeli, per devozione devono percorrerlo con un dito.

Al centro di esso, s’intravvedono, consumate dal tempo e dalle dita, le figure di Teseo e del Minotauro.

 

I labirinti più antichi sono a forma di spirale semplice, si trovano dappertutto e si fanno risalire a circa diecimila anni fa.

Generalmente sono realizzati graffiando le rocce, in questo caso costituiscono delle decorazioni parietali, oppure sono disegnati al suolo con camminamenti di pietre o scavi.

La più antica rappresentazione di un labirinto è stata trovata in una tomba siberiana che risale al paleolitico, è incisa su un pezzo d’avorio ricavato da una zanna di mammut.

Altri labirinti inscrivibili al neolitico, si sono trovati sulle rive del Danubio, del mare Egeo, della Savoia, dell’Irlanda, della Sardegna, del Portogallo.

Il labirinto più antico vicino a Milano si trova nella Val Camonica, nel bresciano, risale a circa 4000 anni fa.

 

Questi antichi labirinti, sono labirinti nel significato con cui l’intendiamo oggi? 

Alcuni psicologi sostengono che potrebbero anche essere figure legate direttamente alla condizione umana, come lo sono il cerchio, il quadrato, il triangolo.

Figure destinate a concepire un’idea di mondo, a rappresentarla e a organizzarla. 

O, in forma più astratta, destinate a “visualizzare” il tortuoso cammino della conoscenza. 

Chi entra in un labirinto, infatti, è costretto ad affrontare uno dei dilemmi più umani e importanti dell’esistenza, quello della scelta. 

 

Come abbiamo già notato, noi non siamo guidati dal nostro patrimonio genetico, ma dalla conoscenza, dall’esperienza e da quello che abbiamo appreso dalla nostra cultura.

In genere in un labirinto, soltanto una delle due o più strade che si aprono di fronte a chi lo percorre è quella giusta. 

L’altra o le altre inducono all’errore. 

Da qui l’idea del labirinto come un luogo di perdizione, soprattutto nella filosofia e nella letteratura medioevale. 

All’immagine del labirinto, per esempio, ricorrono due dei più grandi poeti italiani, Dante e Boccaccio.

Per Dante, come abbiamo già visto, è una selva oscura, per Boccaccio lo smarrimento davanti ai lacci dell’amore. 

 

I primi labirinti nel significato moderno dell’espressione risalgono a circa tremila e cinquecento anni fa e compaiono soprattutto in Egitto, Creta, Perù, Scandinavia.

In India sono disegnati in forma di mandala che, per il buddismo, rappresenta il processo mediante il quale si è formato il cosmo e per mezzo del quale si può fare un viaggio iniziatico che consentirebbe una crescita interiore.

In Cina, nella provincia nordorientale di Hunan, nelle grotte affrescate sul lago di T’ung T’ing, ci sono labirinti disegnati come cammini d’incenso che, consumandosi, misuravano il passaggio del tempo.

Di recente un labirinto molto importante è stato trovato a più di trenta metri sommerso nelle acque del bacino alluvionale del fiume Azzurro.

Il Fiume Azzurro, in cinese Chang Jiang, più noto in Occidente con il nome di Yangtze, è il fiume più lungo dell’Asia e il quarto per lunghezza nel mondo dopo il Rio delle Amazzoni in America Meridionale.

Gli archeologi sono convinti che i labirinti dentro e intorno questo lago siano collegati tra di loro e portino ad un centro decorato con scene in cui dei cacciatori inseguono degli animali che fuggono da tutte le parti.

 

Di recente alcuni labirinti sono stati trovati nelle culture aborigene americane, come quelli degli indiani Navajo.

Ancora, dei labirinti si trovano nell’area della cultura Maia nel sud del Messico e in Australia.

In generale la loro funzione era soprattutto rituale.

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Se ci troviamo in un labirinto, c’è un modo per decidere il percorso per uscire? 

 

La tradizione dice che per uscire da un labirinto basta un filo.

Ma è un semplice filo?

Oppure questo filo è una metafora della ragione.

Non è un caso che, nel linguaggio popolare, il ragionamento che ha un senso è quello che segue un filo.

La filosofia antica era convinta che solo le capacità intellettive possono aiutarci ad affrontare un labirinto.

Per queste ragioni il filo, nella cultura greca, costituiva una rappresentazione della vita. 

Un filo stretto dalle mani di tre dee, dette Parche.

Cloto, la filatrice.

Lachesi, la tessitrice.

Atropo, la terribile, colei che impugnava le forbici.

Ricordiamo, a proposito di fili e filature, Penelope, la sposa fedele di Ulisse, che filava di giorno quello che disfaceva la notte.

Nella filosofia greca il filo è anche una rappresentazione dell’astuzia o, meglio, della metis, cioè, dell’arguzia.

L’arguzia era ritenuta una virtù oltre che una divinità molto potente, figlia di Oceano e di Teti, una divinità molto potente perché poteva trasformarsi in qualsiasi cosa. 

 

Fuori di metafora, la metis è il nome che i greci diedero alla capacità del pensiero di aderire alla realtà e di affrontarla.

Una capacità tortuosa che nasconde la verità soprattutto quando è eccessiva, minacciosa, indicibile, segreta.

Una prospettiva per la quale il labirinto è inganno, malizia, moltiplicazione del possibile e, al tempo stesso, percorso che consente di ritrovare la via di ritorno verso la luce, cioè, verso il logos. 

Vale a dire il pensiero, la parola, il verbo.

In quest’ottica, il labirinto, come metafora, è paragonabile a una congettura.

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Il labirinto più famoso è quello che l’architetto Dedalo costruì per Minosse, il re di Creta.

Le narrazioni dicono che era un palazzo immenso, a cielo aperto, cioè, senza soffitti, destinato a tenere imprigionato il Minotauro.

Vale a dire una chimera, un essere con il corpo di uomo e la testa di toro.

La chimera è un mostro mitologico con parti del corpo di animali diversi.

Il minotauro ricorda altri esseri mitologici, come i centauri, ma ha una caratteristica agghiacciante, la parte animale domina laddove hanno sede ragione, linguaggio e sentimenti (testa, cuore, bocca), annullandoli.
Da dove veniva?

Era il frutto dell’amore incestuoso della moglie di Minosse, Pasifae (la luminosa), con Poseidone, nelle vesti di un toro bianco.

La cronaca è boccaccesca, perché Pasifae per eccitare Poseidone si fece costruire da Dedalo una vacca di bronzo con un’apertura vaginale.

In questa scultura si fece poi rinchiudere… il resto è facile da immaginare.

 

A intervalli regolari, di nove anni, gli ateniesi dovevano pagare ai cretesi il loro debito di guerra, un tributo di sette giovinetti e sette giovinette destinate al pasto del Minotauro.

Nel corso di una di queste consegne Teseo sostituì uno dei giovinetti con l’intenzione di uccidere il Minotauro.

Per questa impresa ricevette l’aiuto di Arianna, figlia di Minosse e, dunque, sorella del Minotauro.

Arianna, che era innamorata di Teseo, diede a costui un gomitolo di filo di lana per ritrovare l’uscita dopo l’uccisione del Minotauro.

Non fu un amore fortunato, anche se è una leggenda.

Arianna è imperdonabile per quello che fece, oppure è meschino Teseo che approfittò dell’amore di questa ragazza?  Non lo sappiamo.

Dopo la morte del Minotauro si lasciarono.

Una leggenda racconta che Diana sia stata incaricata da Dioniso di uccidere Arianna.

 

Nell’etimo di Arianna c’è la radice del nome ragno ed è un fatto singolare perché è questo insetto che secerne il filo.

Che tesse la tela di quel labirinto in cui si resta imprigionati.

Qui, si evidenzia la duplicità simbolica del labirinto: da una parte spazio in cui si incontrano finito e infinito e, dall’altra prigione fatale.

Altrettanto duplice è il simbolismo sotteso alla figura di questa Signora del Labirinto.

Da un lato abbiamo Arianna che cede all’amore e aiuta Teseo nella sua impresa.

Dall’altro Arianna, il cui nome per affinità fonetiche, richiama il ragno, l’animale che, come indica il nome, costruisce delle trappole da cui difficilmente chi vi finisce imprigionato riesce a fuggire.

 

Sono etimi che ritroviamo anche nell’ebraico,  ârag, che significa “tessere”, “intrecciare”, mentre ereg indica il “tessuto”.

 

Non è finita qui, Minosse, adirato con Dedalo, lo fece rinchiudere a sua volta nel palazzo-labirinto con suo figlio Icaro.

Fuggirono con delle ali posticce, ma Icaro precipitò per essersi avvicinato troppo al sole, nonostante le raccomandazioni di Dedalo di stare attento.

Una delle più belle rappresentazioni di questo mito è il quadro di uno dei più grandi e famosi pittori fiamminghi del sedicesimo secolo, Pieter Bruegel, il Vecchio.

Questa tela è conservata nel Musées Royal des Beaux Arts di Bruxelles.

 

Storicamente, i quattro labirinti più famosi dell’antichità sono:

Quello di Creta. 

Quello dell’isola greca di Lemnos, nell’Egeo, costruito si racconta su colonne.

Quello della tomba di Porsenna, re degli etruschi, costruito vicino Chiusi.

Quello egiziano di Meride, vicino all’omonimo lago.

Se vogliamo credere allo storico Erodoto aveva una superficie di settantamila metri quadrati ed era su due piani con più di tremila stanze.

C’è anche una relazione tra il labirinto e il mito di Atlantide, il continente scomparso.

Le leggende e Platone raccontano che la sua capitale fosse a forma di labirinto.

 

Veniamo più verso la modernità.

Nel Medioevo la chiesa contrasta il mito pagano del labirinto e, con la strategia del Cuculo, che occupa il nido degl’altri uccelli per deporre le uova, lo sussume e gli conferisce una dimensione religiosa.

In pratica, al Minotauro si sostituisce la figura del Cristo.

 

In genere i labirinti religiosi sono tracciati sul pavimento delle cattedrali.

Simboleggiano un viaggio spirituale legato al mito della purificazione.

Verso la fine dell’epoca medioevale, però, molti di questi pavimenti furono distrutti perché la chiesa si rese conto del potente messaggio pagano che continuavano ad avere. 

Tra quelli che si salvarono uno dei più belli è quello della cattedrale di Chartres, un altro, sempre in Francia è quello della cattedrale di Amiens.

Va anche detto che molti rosoni di cattedrali sono metafore del labirinto.

Il cerchio, in cui è inscritto il labirinto delle cattedrali, simbolizza l’unità della chiesa.

La spirale, che caratterizza molti di essi, è un simbolo del divenire. 

Il labirinto è poi una metafora della conoscenza che diviene una traversata tra mondi diversi, da quello terreno a quello celeste.

 

Più tardi nel Cinquecento e per tutto il Rinascimento, soprattutto in Italia, i labirinti diverranno vegetali, assumendo la forma di giardini, di luoghi di giochi e d’intrighi amorosi.

Johann Sebastian Bach, a questo proposito, realizzò un’opera musicale, Il piccolo labirinto armonico, che descrive questi labirinti vegetali e la difficoltà di uscirne.

Chi di voi non conosce Song from the labyrinth, di Sting?

 

Non abbiamo tempo di soffermarci sui labirinti in musica, ma vale la pena di ricordare Marin Marais (1656-1728) Les Folies d’Espagne – suite in mi – le labyrinthe.  Un capolavoro della musica barocca.

 

Il più grande labirinto di siepi di bosso in Europa si trova a Toulouse, in Francia, nel parco del castello di Merville, risale al XVII secolo.

Un secolo nel quale l’architettura dei giardini ha un grande sviluppo in Europa.

Sono gli stessi anni in cui i labirinti divennero anche “giochi dell’oca” per adulti e bambini.

Oggi, molti giochi video non sono altro che versioni moderne del labirinto.

Qualcosa che sta tra il labirinto e il gioco dell’oca sono anche molti balli popolari in cui si forma un cerchio o, cerchi dentro cerchi, come la sardana.

In Grecia c’è un ballo che comincia così.

Qualcuno offre un fazzoletto, qualcun altro ne prende un lembo e mentre si comincia a ballare tutti si prendono progressivamente per mano e formano dei cerchi.

È il Kalamatianos.

È un ballo tradizionale che appartiene alla categoria dei ‘syrtos’, cioè dei piedi trascinati.  È uno dei balli più comuni con radici antiche.  Il nome deriva dal Peloponneso, dov’è stato creato, ma il suo creatore è ignoto.  Sono molte le ipotesi per le sue antiche origini.  Ciò è dimostrato da illustrazioni su vasi e su affreschi che mostrano alcuni passi caratteristici.  Il ritmo orecchiabile ed i passi relativamente semplici lo affermano come la danza più popolare che si balla in tutta la Grecia sia da uomini che da donne.   

***

Ritorniamo al labirinto per un altro percorso.

È una figura che noi usiamo spesso per descrivere l’esistenza.

Comunemente esprime la confusione dei sentimenti.

 

È anche un’icona del mondo delle arti e per molti artisti una fonte d’ispirazione.

Leonardo da Vinci, per esempio, attribuisce ai labirinti una significativa importanza come espressione della rappresentazione della natura e dei suoi misteri.

François Rabelais, il più grande scrittore ed umanista del XVI secolo, nella sua descrizione dell’abbazia immaginaria di Thélème mette intorno all’edificio dell’abazia un labirinto che definisce un giardino di piacere e del bel vivere in genere.

 

Il grande scrittore argentino Jorges Luis Borges (1899-1986) lo celebra come il simbolo della perplessità degli uomini di fronte al mistero della vita.

Non per caso la figura del dedalo è ciò che riflette meglio la sua opera dentro la quale la scrittura è il filo di Arianna per arrivare a comprenderla.

Metafore del labirinto si trovano nell’opera poetica di Wolfgang Goethe (1749-1842).

Per questo grande scrittore tedesco l’uomo si trascina nella notte attraverso il labirinto dello spirito.

In Lewis Carroll è ciò che ingarbuglia il paese delle meraviglie agli occhi della piccola Alice che deve affrontarne uno per poter ritornare alla realtà.

 

L’idea di labirinto, nella modernità è poi divenuta la cifra dell’intrigo, soprattutto nella fantascienza e nelle spystory.

Ricordiamo il famoso scrittore di fantascienza americano Robert Silverberg che ricorre spesso al labirinto come trama per i suoi romanzi tra i quali ricordiamo L’uomo nel labirinto.

Per Stanley Kubrik il labirinto è l’immagine delle ossessioni degli uomini.

Egli ha spesso agito sulla scenografia dei suoi film con questa immagine per creare delle prospettive, non sempre facilmente percepibili, a partire dalla forma del labirinto come in Shining, ispirato dal romanzo di Stephen King con la corsa finale di Jack Nicholson.  Un’erranza lungo i corridoi dell’hotel come metafora della follia in cui il protagonista è imprigionato.

Come abbiamo in qualche modo costatato, prima di essere una fantasia architettonica, il labirinto è un simbolo antico e diffuso.

La sua esistenza materiale non è che una parte della sua storia e il suo potere evocativo si perde nel tempo.

Di fatto è uno tra gli oggetti culturali onnipresenti in ogni epoca. 

In più di un’occasione è stato il campo di battaglia dei sentimenti dell’uomo e la sua lunga marcia attraverso i secoli lo ha reso polisemico.

Molte culture si sono impadronite dei suoi simbolismi per separare l’alto dal basso, il bene dal male, il corpo dallo spirito, così come la relazione della madre con il figlio, il legame degli dei con l’uomo. 

E questo sia tra le culture del mondo occidentale che tra le etnie più antiche.

 

Per gli indiani Hopi, di cui abbiamo già parlato a proposito del libro di Margaret Mead, Modelli di cultura, il labirinto rappresenta la rinascita spirituale ed esso compare in continuazione nella loro produzione artigianale.

Per la chiesa il labirinto è stato un percorso della redenzione. 

Per la massoneria è l’immagine della ricerca interiore.

Nella tradizione della Cabala – ripresa dalla tradizione alchemica – il labirinto è il lavoro dell’Opera, cioè della grande trasmutazione delle cose. 

Per venire ai nostri giorni i surrealisti furono ossessionati dal labirinto che rivisitarono in mille modi.

Nell’arte moderna è ancora un soggetto importante a cominciare da Paul Klee e dal suo labirinto distrutto, una delle sue ultime opere.  Del 1939.

Per molti questo quadro prefigura lo scoppio della seconda guerra mondiale.

 

Infine, come sostengono molte dottrine esoteriche non è raro che il labirinto compaia nei sogni come l’annuncio di una rivelazione, come avventura interiore che si può accettare o perdere.

 

(Fine – aprile 2017)

 

 

Note aggiuntive sul labirinto.

II labirinto è un simbolo che si perde nella notte dei tempi.

I filosofi dell’antichità collocarono la nascita della civiltà, una nascita drammatica e oscura, nel cuore di un labirinto.

Posti al centro di un inestricabile groviglio, si trovarono faccia a faccia l’uomo e il suo demone, il suo perturbante.


Das Unheimliche è un aggettivo sostantivato della lingua tedesca utilizzato da Freud per esprimere in ambito estetico una particolare attitudine del sentimento più generico della paura, che si sviluppa quando una cosa (o una persona, una impressione, un fatto o una situazione) viene avvertita come familiare ed estranea allo stesso tempo cagionando generica angoscia unita ad una spiacevole sensazione di confusione ed estraneità.


Il primo trafisse con la spada il demone e celebrò sotto gli occhi del cielo la vittoria dell’umanità sull’istinto.  Dell’ordine sul caos.  Della tecnica sulla forza. Dell’intelligenza sul sangue.

La narrazione ha origine sulle coste del Libano, dove la bella Europa, fanciulla dagli occhi lucenti, viene rapita da Zeus, il quale l’avvicina assumendo l’aspetto di un giovane toro.

Europa lo incontra mentre gioca sulla spiaggia con le compagne.

L’aspetto mansueto dell’animale vince la sua naturale ritrosia, tanto che gli si spinge accanto per ornargli festosamente le corna di una corona di fiori freschi.

Ecco che il toro scarta, la prende rapidamente sul dorso e incurante delle sue grida si getta in mare, nuotando fino alle coste dell’isola di Creta.

Qui, riassume l’aspetto divino e sfoga la sua passione, unendosi alla vergine.
Minosse, il primo re di Creta, è il frutto di questa unione.

Divenuto adulto sposa Pasifae (la luminosa), una donna poco incline alla passione amorosa, se è vero che trascura il culto di Afrodite fino a farla infuriare.

La dea, suscettibile e vendicativa, la punisce ispirandole una mostruosa attrazione per un toro di bellissimo aspetto.  Fa parte di una coppia di tori che il dio del mare Poseidone ha donato a Minosse perché li destinasse ai sacrifici celebrati in suo onore.

Minosse però, ammirata la possanza delle bestie, decide di destinarla alle proprie mandrie, piuttosto che “sprecarla” per un sacrificio e i tori sacri vengono sostituiti con altri esemplari.

Colpevoli per ragioni diverse (per la freddezza apollinea Pasifae, per la sua avidità Minosse), i due sovrani vengono puniti attraverso la inaccettabile ferinità della passione di cui cade vittima Pasifae.
Decisa a sedurre il toro di cui si è perdutamente invaghita, la regina di Creta trova nel geniale Dedalo un valido aiuto “tecnico”: una vacca artificiale, di legno, all’interno della quale la regina si posiziona di nascosto.

Il risultato dello spaventoso accoppiamento è la nascita di un individuo dall’aspetto in parte umano in parte animale: il minotauro, toro dalla cintola in su e solo per il resto uomo.

Ricorda altri esseri mitologici, come i centauri: ma il Minotauro ha una caratteristica agghiacciante: la parte animale domina laddove hanno sede ragione, linguaggio e sentimenti (testa, cuore, bocca), annullandoli.
Il Minoaturo è un essere bestiale, posto sulla linea di confine che separa le due nature, umana e animale: non è pienamente responsabile dei suoi desideri e delle sue azioni come lo è un essere umano e tuttavia, a causa della sua origine in parte umana, nemmeno innocente.

L’ambiguità e la confusione (ricordo del connubio orrendo) lo caratterizzano.

Il labirinto esprime intorno al Minotauro quell’intreccio di passioni mostruose che la civiltà respinge come inaccettabili, facendone oggetto di divieto assoluto, un tabù.

Chi lo infrange cade nel baratro di una maledizione eterna, senza perdono.

Il labirinto racchiude al suo interno l’essere ripugnante, di cui Pasifae e Minosse si vergognano perché ricorda loro sia la caduta al di sotto del margine minimo di civiltà commessa da Pasifae, sia la disonestà con cui il re ha cercato di beffarsi del dio.
Il labirinto è stato ideato da Dedalo, responsabile agli occhi di Minosse di quanto è accaduto.

Senza il suo contributo, la sua techne, forse Pasifae non avrebbe potuto soddisfare le sue voglie e il Minotauro non avrebbe mai visto la luce, rimanendo una cupa ombra a livello delle pulsioni che popolano i cattivi sogni.

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Uno dei luoghi più santi della cristianità, centro d’attrazione attraverso i secoli per migliaia di cristiani e tesoro per gli storici dell’architettura religiosa, è la cattedrale di Chartres.

Sul suo pavimento fu collocato un labirinto, composto da un percorso ondulante, fatto di giravolte che si snodano attraverso centri concentrici.

Seguendolo non ci si perde, ma si ritorna al centro, al punto in cui partenza e ritorno, alfa e omega coincidono.  Dal centro si può quindi ripercorrere il cammino e ritrovare l’uscita.
Nessun immagine di disordine, solo complessità.

Attraversando le sue giravolte si scopre che non si tratta di un labirinto, nel senso che offre una confusione di scelte, ma piuttosto un tracciato ondulante attraverso cerchi concentrici, che porta inevitabilmente a casa.
Il Medioevo ha una naturale avversione per il disordine, che non combatte con la misura e la proporzione nel modo della cultura e dell’arte classica, ma con la gerarchia, fatta di livelli diversi correlati gli uni agli altri.

Del resto anche il labirinto cretese ha un suo ordine: è unicursale, presenta un unico percorso che, svolgendosi attraverso sette spire, porta al centro e poi di qui, ripercorrendolo all’indietro, nuovamente all’entrata.
Sul labirinto della cattedrale di Chartres i bambini giocavano, come i bambini di ogni tempo hanno giocato e saltellato su tracciati del “mondo”, a forma d’albero o a spirale.

Disturbavano forse il momento serioso delle omelie, tanto che nel 1799, quando ormai il senso potente della rappresentazione simbolica era andato perduto, sostituito anche in ambito religioso da una visione più razionale della realtà e da una morale utilitaristica, il labirinto fu rimosso.

I percorsi labirintici tracciati sui pavimenti delle cattedrali medievali erano considerati possibili sostituti dei pellegrinaggi nei luoghi santi, per questo venivano chiamati anche Chemins à Jérusalem.  Il devoto doveva percorrerli in ginocchio, pregando, con un rosario attorno al collo.
Il labirinto viene così a costruire una sorta di guscio all’interno del quale si nasconde l’essenza del sacro, che va protetta dalla superficialità di chi pretende di ridurre il dialogo con dio al frasario convenzionale dei manuali di catechismo.

Luogo di smarrimento, come i boschi delle fiabe in cui bambini e fanciulle si aggirano cercando il sentiero verso casa o un lumicino, il labirinto rappresenta una esperienza indispensabile per chi voglia maturare la pazienza, l’umiltà, la prudenza. Virtù necessarie in ogni apprendistato, a cominciare da quello dello spirito.

Il labirinto può parere una inutile perdita di tempo a chi pensa al fine come a una conquista e cerca passaggi e scorciatoie per arrivare più presto. Ma all’uomo di spirito il labirinto insegna le giuste movenze, tra introversione ed estroversione, riproducendo il percorso di ogni nascita: quello che il nascituro prossimo alla luce compie, strisciando nello stretto canale uterino, tra fibre che si contraggono e si rilasciano (contrazione ed estensione), polmoni che inspirano ed espirano, avanzando e – in misura minore – tornando, combattendo palmo a palmo contro la paura e la tentazione della rinuncia (il risucchio).
Il cervello umano, rinchiuso come una preziosa reliquia nella scatola cranica, presenta una struttura un po’ labirintica, determinata dalle circonvoluzioni cerebrali, protuberanze di forma ondulata delimitate da solchi. la corteccia cerebrale appare come tutta accartocciata, con l’aspetto dei gherigli di una noce, contrassegnati da sporgenze e irregolarità, molto simili ai due lobi del cervello.

Con il suo guscio la noce richiama inoltre il tabernacolo in cui si nasconde il corpo di Dio divenuto pane, nutrimento e salvezza dell’anima (e la noce è stata appunto definita il “cibo del cervello”, organo del corpo in cui ha sede la mente).

Il senso è sempre quello di uno spazio sacro ben raccolto e protetto, in cui il profano non deve guardare.

Il guscio rappresenta per analogia gli ostacoli da superare, la difficoltà del cammino, evocando le virtù dell’umiltà e della pazienza, indispensabili a chi voglia tornare a casa (il centro).

Il filosofo esistenzialista Karl Jaspers (1883-1969) ha teorizzato che la trascendenza dell’Essere traspare nelle situazioni limite, nelle quali l’uomo, nel tentativo di superarle, va fatalmente incontro al naufragio.

Situazioni limite sono, per esempio, sapere che la vita è lotta e dolore, che l’uomo è ineluttabilmente destinato alla morte.

(fine)

 

 

La società multietnica. I soggetti. Le forme della comunicazione. – Una nota sul concetto di identità nelle scienze sociali.

La società multietnica. 

I soggetti. Le forme della comunicazione.

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Una nota sul concetto di identità

nelle scienze sociali.

 

Nella cultura moderna il concetto di identità ha due aspetti, entrambi rilevanti.

Da una parte si riferisce al modo con cui l’individuo considera e “costruisce” se stesso come membro dei diversi gruppi sociali a cui appartiene, da quello etnico a quello dei conoscenti, degli amici, dei parenti con i quali vive, lavora, si confronta.

 

Dall’altra questo concetto riguarda le norme, gli usi, le abitudini che consentono a ciascun individuo di pensarsi, muoversi, relazionarsi con sé stesso, con gli altri, i membri della sua comunità che incontra vivendo.

 

In altri termini, nel processo di formazione dell’identità si possono distinguere due componenti.

La prima che possiamo definire di identificazione. 

La seconda che possiamo definire di individuazione.

 

Con la prima componente (quella di identificazione) il soggetto si immedesima con le figure con le quali si riconosce, si sente uguale, con le quali condivide o crede di condividere uno o più caratteri.

L’identificazione, in pratica, genera un senso di appartenenza.

Crea la coscienza di appartenere ad un noi, a una comunità, a una famiglia, a un certo ambiente, com’è nel vostro caso quello scolastico.      

Con l’individuazione, invece, il soggetto si confronta con gli altri e si distingue o crede di potersi distinguere per le proprie caratteristiche fisiche e morali, ma soprattutto per la sua storia e il suo vissuto.

Gli individui, dunque, non sono figure astratte, ma in qualche modo mediano le loro relazioni con il mondo attraverso il corpo e la persona.

 

Su questi temi c’è una recente disciplina, l’antropopoiesi (anthropos più poiesis) che studia il processo di costruzione e di definizione dell’identità umana attraverso la cultura. 

 

A differenza degli animali, l’uomo alla nascita è un essere culturalmente incompleto.

Non possiede se non in minima parte le informazione genetiche per sopravvivere.

Quelle informazioni che costituiscono il patrimonio genetico delle specie viventi e che consentono agli animali le risposte funzionali agli stimoli provenienti dall’ambiente in cui vivono.

La dimensione umana e sociale, in altri termini, si completa soltanto con l’acquisizione della sua componente culturale.

È un processo che ha al suo centro gli anni dell’infanzia e della giovinezza, ma prosegue per tutta la vita in una sorta di opera aperta più o meno significativa. 

 

Attraverso la modificazione del corpo e i rituali che lo riguardano (ad esempio le cerimonie d’iniziazione, come sono il raggiungimento della maggiore età, la laurea, il matrimonio, i lutti) l’individuo costruisce se stesso – o è convinto di farlo – come essere umano e definisce la propria identità rispetto agli altri individui, siano essi uomini, donne, bambini, anziani.

 

In questo contesto le differenze anatomiche (tra maschio, femmina o di soggetti che si sentono terzi rispetto a questa dicotomia) sono la base classificatoria – ereditata dal passato – più utilizzata per la definizione delle varietà culturali e sociali.

In particolare, la separazione, l’esclusione, la distinzione – tra le forme di sesso – è, fin dalla preistoria, realizzata attraverso simboli, pratiche e attribuzioni di ruoli, sia reali che immaginari.
Oggi c’è anche da considerare il fatto che, dalla complessità di un’epoca globalizzata e digitalizzata, ne discende che tutti noi, prima o poi, acquisiamo una sorta di identità multipla o polivalente che è considerata come la nostra nuova identità socio-culturale. 

Di questa identità gli aspetti emergenti e visibili dipendono dal contesto in cui ci troviamo e dal ruolo che assumiamo o che ci viene attribuito.    

 

Ritorniamo all’identità da un altro punto di vista, quella che  si esprime in base alle situazioni che attraversiamo vivendo.

Per semplificare, passando una dogana aereo-portuale quello che conta è la mia identità nazionale e il denaro che ho con me e non il fatto che io sia un insegnante di sociologia o quali siano i miei titoli di studio. 

Quando sono seduto dietro questa cattedra è il contrario.

 

Ricordiamo, a questo proposito che il sociologo polacco Zygmunt Bauman – famoso per le sue tesi sulla modernità e le nuove forme di cittadinanza – ha introdotto negli studi di sociologia il concetto di identità fluida. 

La fluidità dell’identità indica la progressiva perdita dei confini identitari statici (soprattutto culturali, religiosi, etnici) sia come individui che a livello di collettività, come avviene sempre più velocemente nella cosiddetta società post-moderna.

 

Con la teoria dell’identità fluida, tra l’altro, si spiegano anche alcuni aspetti del problema dei flussi migratori e delle identità fluide transnazionali che questi flussi vengono a creare.

 

In ogni modo, l’identità può essere vissuta in positivo o in negativo. 

Molti sono orgogliosi del gruppo con il quale si identificano e che da loro la coscienza di appartenere a una comunità. 

Altri tendono a rifiutare questa appartenenza e la relativa vicinanza che essa crea. 

Questi due atteggiamenti limite sono temperati da molte circostanze ed entrambi possiedono pregi e difetti.

Per esempio, una visione positiva della propria identità può spingere il soggetto a chiudersi in sé fino a considerarsi migliore degl’altri. 

Una visione negativa, invece, può spingerlo ad attribuire agli altri le qualità o le caratteristiche che considera negative e non si apprezzano.    

 

Esistono altri due aspetti dell’identità.  Quella soggettiva e quella oggettiva.

L’identità soggettiva è l’insieme delle caratteristiche auto-percepite. 

Come abbiamo già detto, nella contemporaneità è diventata un’identità fluida, difficile da circoscrivere, carica di luci e di ombre.

Un’identità con la quale dobbiamo in continuazione misurarci e di fronte alla quale tendiamo a smarrirci.

D’altro canto è anche tutto ciò che ci caratterizza, ci rende inconfondibili, ci consente di dare un senso all’idea di “chi sono”.

In questo senso l’identità soggettiva ha un aspetto bifronte. 

Contribuisce sia ad identificarci che a discriminarci. 

L’aspetto negativo dell’identità soggettiva è quando questa identità produce degli stereotipi culturali, che alimentano i luoghi comuni e il pregiudizio.

Di contro, l’identità oggettiva, che non necessariamente coincide con quella soggettiva, è il punto in cui convergono, tra le altre cose, tre rappresentazioni di ciò che siamo:

– La nostra identità fisica, che si desume soprattutto dal volto.

– La nostra identità sociale, ovvero l’insieme di alcune caratteristiche quali sono l’età, lo stato civile, la professione, la classe di reddito.

– L’identità psicologica, rappresentata dalla propria personalità, dalla conoscenza di sé, dallo stile di vita e di comportamento.

Sono identità che variano più o meno rapidamente e più o meno coscientemente. 

Variano indipendentemente da quello che noi vogliamo o siamo in grado di volere e di fare. 

 

Queste tre rappresentazioni dell’identità, anche se non coincidono tra di loro, sono profondamene intrecciate.  

Per esempio, il mio modo di vedermi e di considerarmi è in larga misura il riflesso della maniera in cui mi vedono e mi considerano gli altri e, questo punto è importante, della maniera in cui io so che gli altri mi vedono e mi considerano. 

 

Il risultato di questo processo è che molto spesso i giudizi che esprimiamo o riceviamo sono stereotipati  o alterati dall’ipocrisia, dalla malafede, dalla cortesia, dalla convenienza, oppure godono della benevolenza parentale ed amicale.

 

Un’altra configurazione dell’identità è l’identità personale.

Questa identità è considerata un aspetto di quella soggettiva.

 

Essa mette in evidenza la capacità degli individui di avere una coscienza del proprio Dasein, cioè, del proprio esserci – per usare un’espressione della filosofia tedesca.

E questa coscienza è ciò che ci consente di rimanere quello che siamo, sia attraverso il tempo di vita che attraverso tutte le fratture dell’esperienza.

 

Possiamo notare, en passant, che la malattia mentale è in qualche modo una perdita della coscienza dell’esserci, questa è la ragione del perché essa si rappresenta sempre come uno smarrimento dell’Io e la condizione della solitudine assoluta. 

 

Per concludere, osserviamo che nella storia delle idee è stato il filosofo inglese John Locke (1632- 1704), nel Saggio sull’intelligenza umana, a parlare per la prima volta di identità personale.

Locke è stato uno dei padri dell’empirismo inglese e un seguace della rivoluzione di Cromwell che portò all’impiccagione di Carlo primo d’Inghilterra nel 1649.

Questo filosofo e medico parlava dall’alto di un’epoca in cui era entrata in crisi la vecchia idea metafisica e religiosa dell’uomo come portatore di un’anima. 

Un anima intesa come un sostrato unitario e indivisibile, come qualcosa che resta immutato nell’uomo e permette la permanenza delle nostre esperienze.


Qui, con sostrato intendiamo l’insieme delle condizioni che costituiscono il fondamento di qualcosa, pur manifestando solo indirettamente la propria influenza.  Possiamo definirlo anche come background, humus, retroterra, sfondo.  In astratto è ciò che permane sotto il mutare apparente delle qualità e dei fenomeni, vale a dire è la sostanza. 

In filosofia il concetto di sostrato ci è trasmesso da Aristotele. 

È ciò che sta sotto, è la materia rispetto alla forma.  È la sostanza rispetto agli accidenti.  È il soggetto rispetto ai predicati che lo definiscono.     


Stiamo parlando di un periodo storico in cui le nuove correnti filosofiche, come sono l’empirismo, l’illuminismo, il materialismo, cercavano di elaborare il lutto e il senso per questa perdita dell’anima.

Un’anima considerata come un ponte gettato tra il tempo vissuto e l’eternità, vista come una garanzia dell’immortalità di tutto ciò che è umano.

 

Ma una volta che si rivelò come un errore della ragione obbligò gl’uomini a rivedere il proprio ruolo nel creato e a abituarsi a vivere nella caducità.

 

Abbiamo considerato il tema dell’anima perché il concetto di identità personale, in qualunque modo lo si consideri, implica il riconoscimento da parte dell’individuo di una fragilità della propria coscienza e di una discontinuità del vissuto che deve essere superata e compresa.

 

***

Il volto.

 

Proviamo a esplorarlo.

Perché il volto è una sorta di leitmotiv della cultura visuale che inevitabilmente si riflette sui nostri processi empatici.

È stato detto che questi cento centimetri circa di superficie rappresentano la pagina visiva più esposta e predisposta alla lettura e all’interpretazione delle arti e della letteratura. 

Da un punto di vista culturale è solo con la fine del Medioevo che il volto apre le porte a un suo aspetto invisibile: il carattere della persona.

 

Le apre perché il volto diventa una Gestalten, una forma significante o, come in questo caso, una forma espressiva.   .

Questo non significa che prima di allora il volto non era descritto, raccontato o dipinto, ma pochi ne tentavano l’interpretazione.

In altre parole era tutt’uno con la persona e il suo aspetto.

 

Nella cultura pre-umanistica, cioè nel 13esimo e nel 14esimo secolo, la letteratura e la poesia più che sul volto si soffermano sul corpo vestito.

Si parla di sembianze, di abiti e di particolari del corpo, come sono gli occhi, la bocca, il colore della pelle, i capelli, la fronte, le guance rosate, il vitino da vespa, eccetera.

 

In una, il volto era osservato, ma come parte di un tutto e non era interpretato.   

 

Con la cultura umanistica l’apparenza fisica del volto si trasformò in un testo.

Un libro aperto sul quale si tenta di leggere l’anima, il carattere, le passioni.

In un certo senso è anche l’inizio di una nuova pseudo-disciplina, la fisionognica e, qualche tempo più tardi, di un genere pittorico che si rinnova, il ritratto.

 

Etimologicamente l’espressione di ritratto significa trarre a sé nel senso di riprodurre un effigie.  In genere si riferisce alla figura umana dipinta o scolpita e, quel che conta somigliante.  Altrimenti è un’effige, un simulacro o un’immagine.  

 

Diciamo subito che il ritratto, prima dell’arrivo della fotografia, era entrato da protagonista nella descrizione letteraria dei volti.

Un solo esempio.  Honoré de Balzac ha usato in più occasioni i personaggi delle tele del fiammingo Rubens (Pieter Paul, 1577-1640) per descrivere i suoi personaggi.

 

La fisiognomica è una disciplina che pretende di dedurre i caratteri psicologici e morali di una persona dal suo aspetto fisico.  Il termine deriva dalle parole greche natura (physis) e (gnosis) conoscenza. 

La fisiognomica fin dalla metà del ‘500 godette di una certa reputazione tanto che fu insegnata anche nelle università. 

 

Da un punto di vista storico il primo a cercare – applicando una sorta di metodo scientifico –l’espressione fisica dell’anima in un volto fu Giambattista della Porta (1535-1615) che visse nel cuore del Cinquecento italiano, fu filosofo, commediografo, umanista e alchimista.

Tuttavia bisognare aspettare Johann Kaspar Lavater (1741-18019 scrittore, filosofo e teologo svizzero, perché la fisiognomica cominciasse a diffondersi.

Nella collezione, che Lavater realizzò nel corso della sua vita, ci sono più di ventimila disegni, stampe e pitture di volti e di figure umane.

Per le sue indagini usava soprattutto le silhouette – gli Schattenriss  – con le quali cercava di portare alla luce quello che lui chiamava la scienza del carattere o, meglio, la “tipologia fisico-caratteriale”.       

Lavater usava i profili perché, a differenza del volto, visto frontalmente, essi permettevano di speculare meglio sulle caratteristiche del cranio, della fronte e del mento.

 

Una curiosità.  L’espressione di silhouette deriva dal nome di un ministro delle finanze francesi, Etienne de Silhouette, famoso per la sua parsimonia nell’amministrazione delle ricchezze dello Stato. 

 

Oggi tutto questo è anacronistico, ma Lavater ebbe i suoi estimatori, come Goethe, e i suoi avversari, come Georg Christoph Lichtenberg, fisico e scrittore tedesco, famoso per i suoi aforismi.

Questo non vuol dire che Lichtenberg non credesse al significato che le immagini di un volto potevano trasmettere, piuttosto era convinto che la leggibilità del volto fosse un’illusione.

A questo proposito ancora oggi sono di grande interesse i suoi commenti critici alle stampe di William Hogarth. 


William Hogarth (1697-1764)) inglese, è stato un pittore, incisore e autore di stampe satiriche inspirate dal teatro e dalla letteratura. 

“Ho voluto”, egli scrive, “comporre pitture su tela simili a rappresentazioni teatrali e, spero, che vengano giudicate con lo stesso criterio.  Allo stesso modo ho cercato di trattare i miei soggetti come farebbe un autore drammatico. In breve il mio quadro è il mio palcoscenico, e gli uomini e le donne sono attori che recitano una pantomima”.

 

In breve, Hogarth, si inserisce in un contesto culturale in cui con l’affermazione della borghesia e dei valori sociali di questa classe gli artisti inseriscono nei loro quadri una morale concreta e facilmente identificabile, unita al gusto del racconto e ad un’analisi attenta degli aspetti reali e quotidiani.


Per andare avanti osserviamo come non c’è museo o galleria d’arte al mondo il cui percorso – anche grazie alle illusioni generate dalla fisiognomica – non sia scandito da ritratti, soprattutto a partire dalla fine del Cinquecento.

Questi ritratti in genere disegnano attraverso le sale dei musei dei percorsi di vita scanditi dalle forme di decoro, dagli abiti e soprattutto dalle espressioni e dagli atteggiamenti che consentono, il più delle volte, di collocarli nel tempo. 

Il ritratto in sostanza è una costante dell’arte visiva e se abbandoniamo lo stereotipo con il quale lo riteniamo uno strumento di psicologia dell’anima, potremmo dire che esso si colloca all’origine stessa delle arti. 

 

Racconta Plinio nella Naturalis Historia che fu Butate vasaio di Sicione, che lavorava a Corinto, a realizzare le prime immagini fedeli alla natura.

Siamo nel settimo/sesto secolo prima dell’era comune.

La leggenda racconta che Butade riempì e plasmò con l’argilla il profilo del volto di un giovane amato da sua figlia e disegnato da lei contornandone l’ombra gettata da una lucerna sulla parete.

In questo racconto sono molto importanti due temi.

Che è una giovane donna ad aver inventato l’arte del ritratto e che esso aveva lo scopo di ritrarre – trarre a sé – catturare un ricordo, di un suo giovane amante che partiva per la guerra attraverso una rappresentazione.

Possiamo dire che il ritratto prese il posto della persona assente, divenendo un luogo di proiezioni di desideri.

Anche nell’arte contemporanea essi hanno conservato una grande popolarità sia tra gli artisti che i collezionisti.

Anzi oggi i ritratti sono stimati di più rispetto alla nascita delle avanguardie perché dovendo essi in buona sostanza trasferire delle somiglianze erano visti come un limite al potere dell’immaginazione.

 

Si da anche il caso contrario, più sottile e filosofico, di artisti, soprattutto nel ‘600, che si specializzavano nel ritratto con il solo intento di dipingere una cosa e dirne un’altra.

A questo proposito Leonardo Da vinci scrisse che “ogni dipintore dipinge se stesso” convinto che in fondo ogni ritratto e un autoritratto.

 

Fine.

Marzo 2017.