{"id":4086,"date":"2009-12-26T12:02:23","date_gmt":"2009-12-26T11:02:23","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pages.mi.it\/?p=4086"},"modified":"2009-12-27T16:19:07","modified_gmt":"2009-12-27T15:19:07","slug":"09-food-art-prima-lezione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/index.php\/2009\/12\/26\/09-food-art-prima-lezione\/","title":{"rendered":"Cinque lezioni  tra &laquo;art &amp; food&raquo; &#8211; Prima lezione"},"content":{"rendered":"<p align=\"center\"><strong>IED &#8211; MILANO<\/strong><br \/>\n    <strong>Cinque lezioni  tra &laquo;art &amp; food&raquo;.<\/strong><br \/>\n    <em><u>Traccia del corso.<\/u><\/em><\/p>\n<p><em>Prima lezione <strong>(15 dicembre)<\/strong><\/em>:&nbsp; Introduzione al corso nel quale si mostrer&agrave;  come gli atti alimentari sono strutturati come un linguaggio da cui ne discende  che essi da tempo possiedono &ndash; oltre ad una storia e ad una tradizione &ndash; un patrimonio  lessicale.&nbsp; Una grammatica<strong>,<\/strong> con la quale possiamo studiare la  loro morfologia, cio&egrave; il loro diventare una forma e, quindi, una struttura, una  sintassi, vale a dire, delle regole di composizione delle parti che li  compongono.&nbsp; Una logica che, in questo  contesto, significa che possono essere studiati razionalmente.&nbsp;&nbsp; <br \/>\n  Pretesto &ldquo;semiologo&rdquo; <em>L&rsquo;asparago<\/em> di Edouard Manet.&nbsp; Le figure culturali e  sociali a partire da una colazione sul prato per finire ai battellieri sulla  Senna, ai <em>bistrot<\/em>, ai bicchieri di assenzio,  ai balli, alla scoperta della saziet&agrave;.&nbsp; <\/p>\n<p><em>Seconda lezione <strong>(12 gennaio)<\/strong><\/em>:&nbsp; La cucina futurista, la nascita delle  avanguardie, l&rsquo;irrompere dei temi della vita corrente nelle arti del &lsquo;900.&nbsp; <\/p>\n<p><em>Terza lezione <strong>(19 gennaio)<\/strong>: <\/em>&nbsp;<em>Sculpture-morte<\/em> (1959) di Marcel Duchamp.&nbsp; Preambolo alle nuove avanguardie, tra cui il <em>fluxus-food<\/em><em>.<\/em><\/p>\n<p><em>Quarta lezione <strong>(26 gennaio)<\/strong>: <\/em>&nbsp;Daniel Spoerri e la <em>eat-art<\/em>.&nbsp; la nascita di una tendenza e i suoi  epigoni.&nbsp; Il ruolo delle donne artiste.<\/p>\n<p><em>Quinta lezione <strong>(2 febbraio)<\/strong>:<\/em>&nbsp; Gli artisti delle ultime generazioni entrano  in cucina, gli <em>chef<\/em> finiscono nei  musei.&nbsp; Gli atti alimentari, nuova  metafora degli atti sociali.<\/p>\n<p align=\"center\">******<\/p>\n<p>\n  <strong><br \/>\n    Prima lezione.<\/strong><br \/>\n  <em>(15  dicembre 2009)<\/em><strong> <\/strong><\/p>\n<p><em>&nbsp;<\/em><\/p>\n<p align=\"right\"><em>Lo spettacolo costringe  a considerare l&rsquo;ovvio<\/em><br \/>\n    <em>&nbsp;come problematico  ed enigmatico.<\/em><br \/>\n  &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;  (Bernard Rosenthal)<\/p>\n<p><em>Il reale  &egrave; dapprima un alimento<\/em>.&nbsp; Lo scrive Gaston  Bachelard.&nbsp; Poteva  essere altro?&nbsp; <br \/>\n  No, perch&egrave; quando ci fronteggiamo con la fame l&rsquo;alimento designa una realt&agrave; fenomenica  immanente alla rappresentazione, impossibile  da simbolizzare.&nbsp; <br \/>\n  Poeticamente significa  che l&rsquo;ombra di ogni rappresentazione del cibo &egrave; l&rsquo;ombra della fame.&nbsp; <br \/>\n  Di fatto non esiste una questione alimentare perch&eacute; il mondo  stesso &egrave; cibo.&nbsp; <br \/>\n  Redistribuito in modo razionale  secondo la cartografia dei bisogni sarebbe sufficiente, ma &egrave; un problema  irrisolvibile perch&eacute; questa &ldquo;re-distribuzione&rdquo; dovrebbe avvenire all&rsquo;interno di  un sistema che, avendolo trasformato in un fatto culturale e sociale totale,  non pu&ograve; staccarlo da s&eacute; e dal suo destino arroccato sullo spreco, temendo per  contrappasso ogni lesina.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <\/p>\n<p align=\"center\">\n\t<a href=\"\/oldpages\/wp-content\/img\/ied\/2009-10\/foodart01\/01g_pique_nique_manet.jpg\" rel=\"lightbox\"><br \/>\n\t\t<img decoding=\"async\" src=\"\/oldpages\/wp-content\/img\/ied\/2009-10\/foodart01\/01_pique_nique_manet.jpg\" title=\"Food-Art - prima lezione\" \/><br \/>\n\t<\/a>\n<\/p>\n<p>Chiusa la premessa, che cosa legittima questo breve corso  che oscilla tra l&rsquo;<strong>art-food<\/strong> e la <strong>food-art<\/strong> all&rsquo;interno di un istituto che ha per obiettivo lo studio delle forme di  progetto?&nbsp; <br \/>\n  Tralasciamo per adesso i due predicati e cominciamo con una  constatazione che dobbiamo all&rsquo;incontro &ndash; nel corso del &lsquo;900 &ndash; di diverse  discipline empiriche &ndash; quali&nbsp;  l&rsquo;antropologia, la psicoanalisi, la sociologia degli atti alimentari, le  ricerche sulla sociabilit&agrave;, la mediazione sociale, le  forme della convivialit&agrave; &ndash; e, dall&rsquo;altra, di un processo in corso che  caratterizza la modernit&agrave;, vale a dire la continua spinta ad una estetizzazione del reale.&nbsp; <br \/>\n  Una estetizzazione che in qualche  modo &egrave; legata all&rsquo;emergere della cosiddetta &ldquo;condizione <br \/>\n  post-moderna&rdquo; nella quale sono sparite le ombre, gli  spessori delle cose, gli spazi e la dimensione del tempo e sono emerse molte  ragioni a favore del primato dell&rsquo;immaterialit&agrave; che caratterizza la societ&agrave;  detta dello spettacolo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <br \/>\n  Non dimentichiamo che su un altro versante l&rsquo;incontro del <em>food<\/em> con l&rsquo;<em>arte<\/em> &egrave; l&rsquo;espressione di un nuovo  paradigma che intreccia le vicende di questi due termini nell&rsquo;ambito dei <em>cultural studies<\/em> anglosassoni, un modo o, meglio, una nuova tendenza per affrontare le tematiche  di quella che un tempo era chiamata la cultura materiale, un sapere necessario  al vivere o, come sostiene il pensiero marxiano, un sapere necessario per  cominciare a vivere.&nbsp;&nbsp; <br \/>\n  Veniamo, dunque, a quella constatazione che legittima in  sede scientifica il nostro corso.&nbsp; <\/p>\n<p align=\"center\"><strong>GLI ATTI ALIMENTARI SONO STRUTTURATI  COME UN LINGUAGGIO.<\/strong><\/p>\n<p>Una constatazione che merita un inciso.&nbsp; <br \/>\n  Come ha osservato Luis Jorge Prieto, nell&rsquo;ottica della linguistica costruttivista, non  basta che sia vera la relazione di <em>art<\/em> e <em>food<\/em><strong>, <\/strong>occorre anche che sia  pertinente.&nbsp; <br \/>\n  La veridicit&agrave; riguarda la relazione tra conoscenza e  oggetto.&nbsp; La pertinenza, invece,  coinvolge la conoscenza con il soggetto, storicizzandola.&nbsp; Cio&egrave;, occorre riconoscere alla volont&agrave; di  sapere una intenzione che &egrave; la ragione stessa di questo corso: rendere evidente  ci&ograve; che &egrave; diventato ovvio, cio&egrave;, oscuro.&nbsp;  Equivale a dire che dobbiamo anche tener conto della semiosi, come il  frutto di una correlazione tra la forma dell&rsquo;espressione e la forma del  contenuto.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <br \/>\n  Da qui ne discende che essi (gli atti alimentari)  costituiscono un paradigma che&nbsp; possiede  &ndash; oltre ad una <em>storia<\/em> e ad una <em>tradizione<\/em><strong>:&nbsp; <\/strong><br \/>\n  <strong>&#8211; <\/strong>un <em>patrimonio<\/em> lessicale<strong>.&nbsp; <\/strong><br \/>\n  &#8211; una <em>grammatica<\/em><strong>,<\/strong> con la quale possiamo studiare la  loro <em>morfologia<\/em>, cio&egrave; il loro  diventare una forma e, quindi, una struttura.&nbsp;&nbsp;&nbsp; <br \/>\n  &#8211; una <em>sintassi<\/em>,  vale a dire, delle regole di composizione delle parti che li compongono.&nbsp; <br \/>\n  &#8211; una <em>logica<\/em>, in  questo contesto, indica il fatto che possono essere studiati  razionalmente.&nbsp;&nbsp; <br \/>\n  In sostanza, al pari di un linguaggio, gli atti alimentari  e, in sub-ordine, le <em>forme<\/em><strong> <\/strong><em>cucinarie<\/em> possiedono dei <em>vocaboli,<\/em> che sono i <em>prodotti<\/em> e gli <em>ingredienti<\/em>.&nbsp; <br \/>\n  Questi vocaboli vengono organizzati secondo delle <em>regole<\/em> di <em>grammatica<\/em> che contribuiscono a formare le <em>prescrizioni<\/em>, cio&egrave;, le <em>ricette<\/em>.&nbsp; <br \/>\n  Possiedono delle <em>relazioni<\/em> <em>significative<\/em> e <em>funzionali<\/em> costituite da un insieme di disposizioni che le  ordinano, per esempio, nel mettere in una certa successione culturale le  vivande.&nbsp; <br \/>\n  Infine, possiedono una <em>retorica<\/em> che s&rsquo;invera nei<em> comportamenti conviviali<\/em>.&nbsp; Retorica nella quale si riflettono le  tradizioni e i diversi stili di vita.&nbsp; <br \/>\n  Le forme cucinarie, dunque, non sono  solo un insieme di ingredienti e di tecniche applicate al fine di preparare un  alimento, ma anche e soprattutto un sistema complesso di norme e di regole  implicite che strutturano le rappresentazioni e i comportamenti, esattamente  come avviene nelle arti, soprattutto a partire dagli ultimi due decenni del  secolo scorso.&nbsp; &nbsp;<br \/>\n  Ma c&rsquo;&egrave; di pi&ugrave;, gli <em>atti  alimentari<\/em>, come le arti, possiedono anche una loro <em>semiotica<\/em>, che possiamo intendere, in senso lato, come il fatto che  si <em>compongono di segni<\/em> suscettibili  di essere interpretati e di <em>simboli<\/em><strong>,<\/strong> ad essi relativi, da cui deriva  un&rsquo;importante <em>funzione simbolica<\/em><strong>. <\/strong>&nbsp;<br \/>\n  Ma che cosa vuol dire che si compongono di <em>segni<\/em>?&nbsp;&nbsp;&nbsp; <br \/>\n  I <em>segni<\/em>, dal punto  di vista degli atti alimentari, sono dei fenomeni sensibili, degli <em>elementi dell&rsquo;interpretazione<\/em> con i  quali possiamo <em>conoscere, riconoscere,  prevedere <\/em>o<em> ipotizzare<\/em><strong>,<\/strong> sia sulla scorta delle nostre  conoscenze acquisite che di studi specifici.&nbsp; <br \/>\n  In semiologia, come &egrave; noto, i segni possono essere <em>naturali <\/em>o<em> convenzionali<\/em>.&nbsp;&nbsp; <br \/>\n  <em>Charles Peirce<\/em> (1839-1914), che con <em>William James<\/em> rappresenta uno dei protagonisti di quella corrente  di studi filosofici che va sotto il nome di <em>pragmatismo<\/em>,  nei suoi studi distingue tre tipi di segno: <em>l&rsquo;icona,  l&rsquo;indice, il simbolo<\/em>.&nbsp; <br \/>\n  Tutti e tre contribuiscono alla <em>significazione<\/em>, in breve, a costruire una relazione tra  significante e significato.<strong>&nbsp; <\/strong>&nbsp;&nbsp;<br \/>\n  <strong>Per riassumere, gli  atti alimentari, come le arti, sono un immenso catalogo di segni e, in  subordine, di simboli e di performance, pi&ugrave; o meno storicizzati e culturalmente  rilevanti che da qualche tempo a questa parte hanno in comune una parte della  loro area argomentativa.&nbsp; &nbsp;&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p align=\"center\">\n\t<a href=\"\/oldpages\/wp-content\/img\/ied\/2009-10\/foodart01\/02g_Edouard_Manet_Bunch_of_Asparagus.jpg\" rel=\"lightbox\"><br \/>\n\t\t<img decoding=\"async\" src=\"\/oldpages\/wp-content\/img\/ied\/2009-10\/foodart01\/02_Edouard_Manet_Bunch_of_Asparagus.jpg\" title=\"Food-Art - prima lezione\" \/><br \/>\n\t<\/a>\n<\/p>\n<p>\n  In sede storiografica si ritiene che la ripresa, nel <em>secondo  dopoguerra,<\/em> degli studi teorici sul tema dell&rsquo;alimentazione, considerato in  tutte le sue implicazioni culturali, artistiche, politiche, antropologiche e  nutrizionali, ha avuto inizio in Europa con la pubblicazione del <em>numero 31<\/em> della rivista francese <em>Communications<\/em>, nel <em>1984<\/em>,  interamente dedicato a questo tema.&nbsp; <br \/>\n  La direzione di questo numero monografico della rivista era stata  affidata a Claude Fischler (oggi direttore del  &ldquo;Centro nazionale francese per la ricerca scientifica&rdquo;), con l&rsquo;avvallo di Edgar  Morin, sociologo e filosofo, con il quale Fischler aveva fondato, nel 1970 un <em>&ldquo;Groupe  de diagnostic sociologique&rdquo;. <\/em>&nbsp;&nbsp;<br \/>\n  Perch&eacute; questa accelerazione degli studi sull&rsquo;alimentazione e gli atti  alimentari?&nbsp; <br \/>\n  Essa corre parallela ad una osservazione, anche di ordine  socio-economica, specifica del mondo occidentale, che nei fatti ha visto  accentuarsi l&rsquo;importanza dell&rsquo;aspetto comunicativo di questi atti, vale a dire,  oggi, come avveniva ieri per le <em>&eacute;lite<\/em>, soprattutto in Europa, in  Giappone e negli Stati Uniti, <strong>le funzioni cerimoniali degli alimenti sono  diventate pi&ugrave; importanti del loro valore nutritivo.&nbsp; <\/strong><br \/>\n  In questo senso, il <em>modo di alimentazione<\/em><strong> <\/strong>come le <em>poetiche  in arte<\/em>, sono un <em>linguaggio<\/em> che stabiliscono l&rsquo;<em>identit&agrave;<\/em> e  individuano la <em>diversit&agrave;<\/em>, a tal punto che, anche nei casi estremi di  sradicamento dalle proprie condizioni di vita e dalla propria cultura, la  cucina &egrave; una della tradizioni che pi&ugrave; denota la provenienza etnica a cui si  associano le altre forme visive che caratterizzano la cultura materiale.&nbsp; &nbsp;<br \/>\n  C&rsquo;&egrave; un tema che non tratterremo, le poetiche nell&rsquo;arte sono sempre state  considerate o in aperta contrapposizione tra di loro o in una successione  cronologica, cio&egrave;, sono state storicizzate, attenuando l&rsquo;importanza culturale  della loro origine e sopravalutando la loro autoreferenzialit&agrave;.&nbsp; &nbsp;<br \/>\n  Cercare una loro relazione con gli atti alimentari comporterebbe riproporre  indirettamente il tema della loro origine che &egrave; invece sostanziale in questi  atti.&nbsp; <br \/>\n  Scrive a questo proposito Martin Heidegger  nell&rsquo;origine dell&rsquo;opera d&rsquo;arte: &ldquo;Chiedere dell&rsquo;origine dell&rsquo;opera d&rsquo;arte  significa interrogare la provenienza del suo stanziarsi.&nbsp; Secondo la rappresentazione abituale, l&rsquo;opera  origina dall&rsquo;attivit&agrave; e attraverso l&rsquo;attivit&agrave; dell&rsquo;artista.&nbsp; Ma attraverso che cosa e a partire da dove  l&rsquo;artista &egrave; ci&ograve; che &egrave;?&rdquo;&nbsp; <br \/>\n  La presunzione localistica degli atti alimentari <em>&egrave; proprio questo  partire da dove<\/em>.<\/p>\n<p align=\"center\">********<\/p>\n<p>\n  Sempre a proposito di atti alimentari, prima di proseguire, occorre  considerare le implicazioni di queste due paradossali specificit&agrave; culturali  dell&rsquo;uomo. &nbsp;<br \/>\n  La prima implicazione afferma che se provassimo a sommare tutte le  proibizioni del mondo a proposito di cibo &ndash; a partire da quelle di natura  religiosa per finire a quelle legate al gusto o alle circostanze dell&rsquo;ambiente  naturale &ndash; l&rsquo;umanit&agrave;, con ci&ograve; che resterebbe selezionato, morirebbe di fame nel  giro di una generazione.&nbsp; <br \/>\n  <em>Basta far mente  locale alle proibizioni pi&ugrave; note, carne di animali domestici che hanno ricevuto  un nome, di roditori, di serpenti, d&rsquo;insetti per noi europei, carne bovina per  gli indiani, carne di maiale per i musulmani, per finire con l&rsquo;adeguatezza  ossessiva della tradizione ebraica (<\/em>Casherut<em>).&nbsp; &nbsp;<\/em><br \/>\n  Di contro, se provassimo a sommare tutto ci&ograve; che l&rsquo;uomo ha chiamato  cibo e che ha usato per nutrirsi nel corso della sua storia l&rsquo;intero mondo  potrebbe essere considerato cibo, dagli escrementi al suo stesso corpo.&nbsp; <br \/>\n  La seconda implicazione corre parallela alla prima e in qualche modo  l&rsquo;abbiamo gi&agrave; anticipata.&nbsp; <br \/>\n  Le fonti di cibo nel mondo, che tanti appelli promuovono a proposito  della fame, sarebbero, per ora e per molto tempo ancora illimitate se gli  uomini smettessero di rifiutarne con ragioni diverse e persistenti, quasi  sempre di natura ideologica, una parte, spesso notevole.&nbsp;&nbsp; <br \/>\n  Infatti, ogni cultura, pi&ugrave; o meno deliberatamente, ha un ristretto  catalogo alimentare ereditato che si modifica nel tempo con grandi difficolt&agrave; e  molto lentamente, anche se gli insetti ci salveranno dalla fame  geopolitica.&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<\/p>\n<p align=\"center\"> *******<\/p>\n<p>\n  Dal punto di vista della semiosi o, pi&ugrave; semplicemente della <em>significazione, <\/em>&nbsp;ci sono <em>tre<\/em>,<strong> <\/strong>o meglio, <em>quattro configurazioni<\/em> principali nella relazione <em>arte\/food.<\/em><strong>&nbsp; <\/strong><br \/>\n  Nella <em>prima<\/em> configurazione il cibo o, pi&ugrave; precisamente, gli atti alimentari, in particolare  le forme conviviali come sono i <em>banchetti<\/em>,  nella loro duplice accezione religiosa o laica, rappresentano l&rsquo;<em>oggetto<\/em> delle opere d&rsquo;arte.&nbsp; <br \/>\n  Lo sono sia come <em>palcoscenici  del cibo<\/em>, alla maniera dei <em>bankjete<\/em> o delle nature morte, in principio, fiamminghe e  poi spagnole, sia come<em> tavole imbandite <\/em>che  suggellano, diventandone anche i simboli, avvenimenti della vita civile,  sociale o religiosa.&nbsp; <br \/>\n  Nella <em>seconda<\/em><strong> <\/strong>configurazione,<strong> <\/strong>tipica di questi ultimi anni, a partire dalla <em>nouvelle<\/em> <em>cuisine<\/em>,  tanto per indicare una data di comodo, il cibo &egrave; <em>realizzato<\/em> come se fosse un&rsquo;opera d&rsquo;arte.&nbsp; <br \/>\n  Vale a dire esso si &ldquo;cucina&rdquo;, si allestisce il piatto,  cercando di coniugare nella forma finale la sensibilit&agrave; estetica con le  necessit&agrave; cucinarie.&nbsp; <br \/>\n  In realt&agrave; c&rsquo;&egrave; una breve stagione nel Rinascimento e nel Barocco  in cui il cibo &egrave; teatralizzato, diviene spettacolo attraverso la meraviglia e  l&rsquo;eccesso .&nbsp; oggi diremmo&nbsp; che diviene uno spettacolo totale riservato  al mondo delle corti.&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br \/>\n  I due cuochi pi&ugrave; famosi di questa tendenza, iniziata  indirettamente da Paul Bocuse, sono stati il catalano  Ferran Adri&agrave;, che in veste  di &ldquo;artista dei sapori&rdquo; &egrave; stato invitato alla <em>Documenta XII<\/em> di Kassel, e l&rsquo;inglese Hestor Blumenthal<em>, <\/em>entrambi di recente al centro di  numerose polemiche sul loro modo di usare alcune sostanze di sintesi ed alcuni  prodotti agglutinanti.&nbsp; <br \/>\n  Nella <em>terza<\/em> configurazione si utilizza il cibo come <em>materiale  espressivo<\/em> a prescindere da ci&ograve; che esso &egrave; in s&eacute;.&nbsp; <br \/>\n  Si parla in questo caso di <em>eat<\/em><em> art<\/em>, anche se appare come un termine restrittivo.&nbsp; <br \/>\n  Questa espressione fu utilizzata per la prima volta e in  modo deliberato da <em>Daniel Spoerri<\/em> negli anni &rsquo;70, come naturale continuazione dei  suoi <em>quadri<\/em> <em>trappola<\/em>.&nbsp;&nbsp;&nbsp; <br \/>\n  All&rsquo;inizio, questa ricerca di nuove esperienze poetiche da  parte di Spoerri si form&ograve; anche con la gestione di un  vero e proprio ristorante a Dusseldorf, inaugurato nel 1968, ma torneremo pi&ugrave;  avanti su queste esperienze.&nbsp; &nbsp;<br \/>\n  <em>En passant<\/em> notiamo  anche che il discorso sugli aspetti formali del cibo come materiale espressivo  coinvolge sempre di pi&ugrave;, da qualche tempo a questa parte, i <em>designers<\/em>e le aziende dell&rsquo;agroalimentare, spesso in polemica con il  ritorno ai valori della tradizione.&nbsp;  Valori esaltati da un atteggiamento nostalgico delle &eacute;lite culturali..&nbsp; <br \/>\n  C&rsquo;&egrave; poi una <em>quarta<\/em> configurazione che sta emergendo in questi anni, &egrave; quella che lega il cibo alle  funzioni corporali e, o, alle sue patologie.&nbsp; <br \/>\n  Si pu&ograve; definire una sorta di <em>body-food<\/em><em> art<\/em>, che va dal <em>body-sushi<\/em> alla simulazione o alla sperimentazione dell&rsquo;<em>anoressia<\/em>, della bulimia e, soprattutto del <em>vomiting<\/em>.&nbsp;&nbsp; <br \/>\n  In generale e fino al 1970circa &egrave; stato sostanzialmente la prima configurazione egemone  sulla scena artistica.&nbsp; <br \/>\n  Intorno al 1970, una data che corrisponde al consolidarsi  della <em>nouvelle cuisine,<\/em> vale a dire nasce la tendenza a pensare il cibo direttamente come opera d&rsquo;arte,  tanto che molti <em>chef<\/em> si sono spinti  fino ad esigere il <em>brevetto<\/em> dei loro  piatti o perlomeno a chiedere che siano protetti dalle imitazioni.&nbsp; Un punto di vista che riduce le ricette a  procedure non-espressive a differenza, per fare un&rsquo;analogia, delle partiture  musicali.<\/p>\n<p align=\"center\">*******<\/p>\n<p align=\"center\">\n\t<img decoding=\"async\" src=\"\/oldpages\/wp-content\/img\/ied\/2009-10\/foodart01\/03_manet_asparagus.jpg\" title=\"Food-Art - prima lezione\" \/>\n<\/p>\n<p>\n  <em>Il protagonista di  questa lezione &egrave; un asparago, ma la domanda &egrave;, che cosa &egrave; un asparago?&nbsp; <\/em><br \/>\n  Dapprima, una metafora.&nbsp; <br \/>\n  Precisa Marshall McLuhan, la  parola metafora deriva dal greco <em>metaph&eacute;rein<\/em><strong>, <\/strong>significa  trasportare ed ogni forma di trasporto non soltanto porta, ma traduce e  trasforma il mittente, il ricevente e il messaggio.&nbsp; <br \/>\n  In sostanza &egrave; un <em>media<\/em> che, a secondo della sua <em>rappresentazione<\/em>,  ci appare un ortaggio, un oggetto, una potage, il punto di non ritorno  dell&rsquo;arte moderna che ha perduto per sempre il conforto del senso e l&rsquo;arroganza  di un significato.&nbsp; <br \/>\n  Dunque, di questo si tratta, di un asparago dimenticato sul  tavolo di una cucina, in un giorno di primavera del 1880, che segna nella  storia dell&#8217;arte europea lo spartiacque tra la fine di una pittura delle cose  rappresentate e l&#8217;inizio di una nuova epoca nella quale alle cose &egrave; chiesto di  sva&shy;nire.<br \/>\n  Perch&eacute;?&nbsp; <br \/>\n  Perch&eacute; le cose sono divenute sospette e ingombranti a  ragione della loro oscura natura mer&shy;cantile, nell&rsquo;800 le cose cominciarono a rendere  ancora pi&ugrave; amaro l&#8217;asservimento che le ferree leggi dell&rsquo;economia esercitano sugli  uomini.&nbsp; <br \/>\n  Dietro una tale situazione, sullo sfondo secolare della <em>t&eacute;chne<\/em>oramai degradata ad una liturgia del  fare, s&#8217;intravede l&#8217;opera della <em>metonimia<\/em> che affiora sul piano della sintassi, in tutta la sua reto&shy;rica, anche da  questa tela.&nbsp; <br \/>\n  <em>Ricordiamo che anche la  metonimia &egrave; una figura retorica che esprime il trasferimento o, meglio, la  sostituzione di un termine con un altro appartenente allo stesso campo  semantico e che abbia con il primo una relazione di continuit&agrave;.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <\/em><\/p>\n<p>Del resto, in questa fase di passaggio della modernit&agrave;,  confezionata dalle illusioni dei poteri manifatturieri e finanziari ed in&shy;terpretato  sul palcoscenico della storia dal progresso della scien&shy;za balistica, niente  pi&ugrave; &egrave; quello che sembra. <br \/>\n  Ci penser&agrave; <em>L&#8217;Interpretazione dei sogni, <\/em>di Sigmund  Freud, qualche anno pi&ugrave; tardi, ad offrire la chiave analitica per riconoscere  in questo asparago, cresciuto negli orti della scuola eleatica, per dire  presocratica, uno dei capolavori asso&shy;luti della stagione dell&#8217;impressionismo.&nbsp; <br \/>\n  Una stagione ancora distratta dalla facilit&agrave; con la quale  una colazione sull&#8217;erba &ndash; con un paio di cameriere spogliate, massicce di  fianchi, dal sorriso sghembo e dallo sfatto <em>bijou rose et  noir<\/em>, che una delle due si deterge nell&#8217;acqua del fiume &ndash; poteva mettere  alla berlina i luoghi comuni del pudore.&nbsp;  Al <em>Salon<\/em> non erano mai mancate le figure femminili spogliate, ma dovevano essere o  divinit&agrave; mitologiche o donne morte da secoli.&nbsp;  &nbsp;&nbsp;<br \/>\n  Dunque, questo asparago &egrave; una metonimia, che gli sciocchi  s&#8217;illudono di ri&shy;durre all&#8217;assopimento delle nature morte che si andavano acca&shy;tastando  nei <em>Salon<\/em><em>, <\/em>incapaci di comprendere come  gi&agrave; da tempo nella storiograf&igrave;a dell&#8217;arte il  significato di un&#8217;opera era divenuto l&#8217;effetto, il segno, il contenente di una  rappresentazione che for&shy;giava i suoi sintomi sul sogno perduto di una cosa.&nbsp; <br \/>\n  Fuori dalla cucina di casa Manet questo asparago da ortaggio  diventa informazione.&nbsp; <br \/>\n  Scrive Marshall McLuhan, il  contenuto di un medium &egrave; sempre un altro medium che qui &egrave; nella forma di una natura  morta di sedici centimetri e mezzo per ventuno e mezzo.&nbsp; &nbsp;&nbsp;<br \/>\n  Veniamo alla cronaca.&nbsp;  Charles Ephrussi, banchiere ebreo di origine  russa, nato ad Odessa, aveva acquistato una tela di Manet, <em>Il mazzo di  asparagi, <\/em>e gliel&#8217;aveva pagata spon&shy;taneamente duecento franchi pi&ugrave; del  prezzo convenuto, mille franchi. &nbsp;<br \/>\n  Il pittore, per ringraziarlo della generosit&agrave;, dipinse l&#8217;<em>Asparago <\/em>e glielo invi&ograve;.&nbsp; Ne mancava uno al  vostro mazzo, diceva la lettera di accompagna&shy;mento.&nbsp; <br \/>\n  Si riconosce qui lo stile di un <em>dandy<\/em>, come Manet, che non ha mai svenduto niente o, la mala fede  di chi sa che Ephrussi &egrave; uno stimato critico d&rsquo;arte &ndash;  merita una lettura il suo saggio su Albrecht Durer &ndash; e, soprattutto l&rsquo;editore della <em>Gazette<\/em><em> des Beaux Art<\/em>.&nbsp; In ogni caso, ci&ograve; che si vede sulla tela vale  duecento franchi, <em>ma per que&shy;sta cifra  non &egrave; pi&ugrave; un asparago.<\/em> <br \/>\n  Se continuassimo a chiamarlo cos&igrave; c&#8217;inganneremmo su ci&ograve; che  rappresenta e che si staglia contro la capriola dei significati e, pi&ugrave; in l&agrave;,  nella sineddoche analitica, che lo ostenta nella figurazione come un sintomo di  quello che ci sfugge per la sua innocente ambiguit&agrave;, pari al <em>wurm<\/em> freudiano, in cui si cela la supposta  regalit&agrave; del sesso maschile.&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;<br \/>\n  Siamo ancora in tempo per nominarlo, per i Greci l&#8217;<em>asparagos<\/em>&egrave; il gambo nascente degli alberelli <em>dell&#8217;asparagus officinalis, <\/em>una gigliacea, di esso si mangiano i giovani getti di cui Catone, Plinio e Galeno cantavano le lodi.&nbsp; <br \/>\n  I Romani dicevano di saper&shy;ne coltivare degli esemplari dal  peso di tre libbre, ma non &egrave; vero, &egrave; un&#8217;esagerazione che condensa un argomento  sul quale gli uomini mentono volentieri, anche se ci sono le eccezioni, come  nel caso dell&#8217;asparago americano chiamato <em>Cannover&#8217;s<\/em><em> colossal. <\/em>&nbsp;<br \/>\n  In ogni modo i Romani li mangiavano cucinati con una salsa  al vino, accomodati a forma di coda di pavone sotto le aragoste. &nbsp;<br \/>\n  Al&shy;lora se ne conoscevano una decina di variet&agrave;, oggi,  grazie alla domesticazione. sono raddop&shy;piate. Quello dipinto da Manet &egrave; un <em>asperge  d&#8217;Argenteu&igrave;l <\/em>con la punta violetta, perch&eacute; al  momento della raccolta spuntava al&shy;meno di qualche centimetro dalla terra con  la quale vengono ri&shy;coperti. &nbsp;<br \/>\n  Sono <em>les<\/em><em> plus fines, <\/em>dichiara il Larousse,  popolari nelle locande di <em>cuisine<\/em><em> grand-m&egrave;re. <\/em>Ma perch&eacute; questa rappresenta&shy;zione di un asparago  &egrave; un sintomo? &nbsp;<br \/>\n  La risposta &egrave; nella logica di quella negazione che argomenta<em> le discours humain<\/em>:per  fronteggiare un&#8217;epoca in cui un accumulo di cose concorre a domesticarci, cos&igrave;  come il loro vuoto ci sgomenta. <br \/>\n  Un vuoto che un altro grande artista, Kazimir  Malevic sfider&agrave;, nel 1915, con il suo <em>Quadrato  nero su fondo bianco <\/em>e che, vent&#8217;anni dopo, gli amici pietosi appesero  dietro il suo catafalco, per testimoniare l&#8217;asso&shy;luto.&nbsp; Ma quelli di Malevic  erano anni eccezionali, la ragione si era fatta <em>praxis<\/em>ed era scesa sulla terra, armi alla mano, dal cielo delle idee  correnti.&nbsp; <br \/>\n  Nel suo paradosso pittorico questo asparago, che non ha  nulla di meno dei mazzi di fiori di Manet, quelli che non ap&shy;passiscono mai e  che rendono molto, segna il culmine della rappresentazione classica. Dopo  regner&agrave; la confusione, alme&shy;no fino all&#8217;arrivo dei surrealisti, che vollero  realizzare l&#8217;arte senza distruggere ci&ograve; che l&#8217;aveva infettata: l&rsquo;idea di un arte  come rappresentazione di una rappresentazione.<br \/>\n  In questo contesto occorre evitare di porsi una domanda: che  significa un tale dipinto? &nbsp;<br \/>\n  &Egrave; un altro dei misteri che scivola dietro le faglie della  metonimia, perch&eacute;, se la coscienza del significato &egrave; costruita anche dagli  enti, dai tropi, che non sono inten&shy;zionali, questa accezione &egrave; destinata a non  rivelarsi. &nbsp;<br \/>\n  Infatti nulla sulla tela corrisponde all&#8217;intenzione che si  manifesta. Guardiamola. <br \/>\n  Un tavolo, forse di marmo, in un giorno di sole che penetra  da una finestra.&nbsp; Non &egrave; difficile  pensarla spalancata su un orto. &nbsp;Un  asparago dimen&shy;ticato o, forse, intenzionalmente appoggiato sul bordo del  tavolo, perch&eacute; cos&igrave; aveva ordinato di fare il <em>ma&icirc;tre <\/em>alla serva che, forse, la sera prima  aveva cucinato la<em> botte <\/em>da  cui era stato prele&shy;vato. <br \/>\n  Di Manet si dice che ci&ograve; che conta nelle sue tele non &egrave; il  soggetto, ma la vibrazione della luce. &Egrave; un&#8217;ulteriore testimo&shy;nianza di quel  meccanismo di scambio del senso che si rivela nella forma di un sacrif&igrave;cio. &nbsp;Lo  afferma Georges Bataille, per&shy;ch&eacute; il sacrif&igrave;cio in qualche modo distrugge la vittima, ma al solo  fine di superarla, in questo caso a vantaggio della pittura, la quale a sua  volta trasfigura il soggetto nella nudit&agrave; di questa pittura di luce, come negli  stessi anni fa Paul Cezanne con le mele, e le forme geometriche che anticipano  il cubismo.&nbsp; <br \/>\n  In questa stagione, appena fuori le porte, Parigi nascondeva  i suoi paesaggi agresti, ammorbati dai fumi della rivoluzione in&shy;dustriale,  sotto un cielo improvvisamente carico di grigi, abita&shy;to da arie irrespirabili  e malsane, striate dai vapori giallastri dello zolfo. La pittura che esalta la  luce &egrave; sentimentalmente una reazione. <br \/>\n  Poi, con la stanchezza, la <em>gr&igrave;saille<\/em>prender&agrave; il sopravvento, tutto di&shy;venter&agrave; grigio, edif&igrave;ci,  ponti, <em>avenues<\/em><em>.<\/em>&nbsp; Nei negozi di belle arti  il colore pi&ugrave; venduto sar&agrave; quello chiamato <em>grigio  di Payne<\/em>, il colore zolfato dell&#8217;idea di  progresso, dei cieli che conoscono il temporale e nascondono dentro di s&eacute; le  promesse degli arcobaleni.&nbsp; Tuttavia un  sole infantile continua a brillare sulle tele della <em>banda Monet. <\/em>Ogni cosa deve sembrare pi&ugrave; aerea,  pi&ugrave; leggera, pi&ugrave; chiara, pi&ugrave; cruda, tutto deve sembrare agreste. <br \/>\n  L&#8217;impressionismo rifiuta il bitume e la lotta di classe,  preferisce fare scandalo ai tavolini del <em>Caf&eacute;<\/em><em> Guerbois <\/em>con una pittura di acque blu e verdi,  senza ombre, spremuta diretta&shy;mente dai tubetti, un&rsquo;invenzione di quegli anni.&nbsp; Nei caff&egrave; della <em>Butte <\/em>si esalta la  luce per non vedere.&nbsp; Per compensare  l&#8217;orrore che gi&agrave; configurano i processi industriali. <br \/>\n  La luce, insomma, &egrave; il grande tema, fine, diffusa,  sapientemente decomposta in tutte le sue sfumature. Oggi si dice che le opere  di questa corrente artistica sono delle finestre spalancate sul mondo. Niente  di pi&ugrave; falso, osservate bene que&shy;sto asparago, &egrave; illuminato da una finestra che  appartiene ad una realt&agrave; che non esiste.&nbsp;  Una realt&agrave; che la <em>Commune<\/em>aveva  tinto di rosso, lo stesso dei lacerti di nubi al tramonto sopra il <em>Bois<\/em><em> de Boulogne<\/em>. &nbsp;<br \/>\n  Non esiste pi&ugrave; da quando l&#8217;ostilit&agrave; tra il mondo dell&#8217;arte e  il mondo della vita corrente aveva cominciato a diventare insopportabile,  diciamo a partire dai fuochi delle rivolte del 1848.<br \/>\n  <strong>Tutto ci&ograve; ha delle importanti implicazioni anche sugli atti alimentari  intesi qui come l&rsquo;arte delle preparazioni cucinarie. <\/strong><br \/>\n  Diciamo subito che, con la fine del &lsquo;900, la <em>glaciazione<\/em> &ndash; quel processo che contraddistingue questi ultimi  decenni e che vede nell&rsquo;esagerazione dei segni la rinuncia ad una cultura del  senso, con la conseguenza che le cose e il mondo si allontanano dagli uomini  per divenire simulacri o icone di un immenso spettacolo integrato &ndash; ha coinvolto  anche la scienza dei fornelli dando vita a quel fenomeno chiamato <strong><em>nouvelle cuisine<\/em><\/strong><strong><em>.<\/em><\/strong><br \/>\n  Questa glaciazione per diverse ragioni, affonda le sue radici nell&rsquo;Ottocento.&nbsp; Precisamente nell&rsquo;opera di <strong>Claude<\/strong> <strong>Monet, <\/strong>&nbsp;<em>Impression<\/em><em>, soleil levant<\/em><em>, del 1873.<\/em> &nbsp;A partire da quest&rsquo;alba, come &egrave; noto, la  poetica impressionista dilaga e si diluisce dappertutto nell&rsquo;arte europea.&nbsp;&nbsp;&nbsp; <br \/>\n  &Egrave; una <em>glaciazione  nostalgica<\/em> di cui ritroveremo i suoi umori anche molto tempo dopo un po&rsquo;  dappertutto, nello spirito della musica del <em>Gruppo  dei sei<\/em>, in particolare in Claude Debussy o se si  vuole in Maurice Ravel.&nbsp; <br \/>\n  Nella moda, nell&rsquo;abbigliamento, nell&rsquo;architettura d&rsquo;interni,  addirittura nel cinema, intorno al 1920.<br \/>\n  In questo senso l&rsquo;ultima metamorfosi di questa glaciazione l&rsquo;abbiamo conosciuta,  come abbiamo detto, nei primi anni &rsquo;70 con la <em>nouvelle cuisine<\/em>.<\/p>\n<p align=\"center\">\n\t<a href=\"\/oldpages\/wp-content\/img\/ied\/2009-10\/foodart01\/04g_manet.jpg\" rel=\"lightbox\"><br \/>\n\t\t<img decoding=\"async\" src=\"\/oldpages\/wp-content\/img\/ied\/2009-10\/foodart01\/04_manet.jpg\" title=\"Food-Art - prima lezione\" \/><br \/>\n\t<\/a>\n<\/p>\n<p>\n  Questa tesi corre su pi&ugrave; piani paralleli a cominciare da  quel <em>d&eacute;jeuner<\/em><em> sur  l&rsquo;herbe<\/em>, che stup&igrave; per l&rsquo;audacia di un <em>pic-nic<\/em> domenicale con le sue <em>cocottes<\/em> nude e ruspanti, dentro un paesaggio di  verdi e di acque azzurrate, carico di colori e di ombre, le stesse che Camille Pissarro e Pierre-Auguste  Renoir cercheranno di strappare ai flutti della Senna o che Claude Monet  inseguiva sulle spiagge della Normandia.<br \/>\n  La parola d&rsquo;ordine, allora, sembrava una sola: dipingere all&rsquo;aperto dove la  luce &egrave; colore, dove ogni ora del giorno &egrave; diversa dall&rsquo;altra, dove il tempo &egrave;  feroce e l&rsquo;aria &egrave; dolce.&nbsp; Dipingere per  ritrovare le emozioni della natura e dimenticare le accademie.&nbsp; Dipingere con la verit&agrave; o, se &egrave; troppo, senza  le sue illusioni.&nbsp; Lo stesso  atteggiamento che spunt&ograve; in cucina, dalle parti di Lione, con <strong>Paul Bocuse<\/strong> a partire dagli ultimi tre decenni del secolo scorso.&nbsp; &nbsp;<br \/>\n  Basta con i grassi, le salse untuose e codificate dalla  tradizione, basta con la rigida geometria dei servizi, con le pietanze  accademiche dai nomi di principi e puttane, indigeribili e foriere di incubi  notturni. &nbsp;Basta con la pasticceria che  sembra una gipsoteca di arte greca, la banalit&agrave; dei sapori, la dittatura del  burro.&nbsp; La cucina diventa di mercato,  agisce <em>en plein air.<\/em><br \/>\n  Basta con le liste di cibarie tronfie e immutabili, meglio menu agili, costruiti  giorno per giorno, con il cavalletto sulle spalle e una scatola di colori,  seguendo le verzure e i frutti che maturano, seguendo le antiche alchimie del  territorio, inventando nuovi profumi e nuovi colori, affidandosi ai tempi  imprevedibili, al sole o alle piogge, ai caldi snervanti o ai gelidi inverni,  senza mai profanare un sapore o alterare un aroma.<br \/>\n  Naturalmente dopo la stagione impressionista la cucina  moderna ha avuto le sue avanguardie storiche, le sue rivolte, le sue anomie  alimentari e i suoi ricorsi, si sono moltiplicati i linguaggi.<br \/>\n  Ci sono i <em>na&iuml;f,<\/em><em> il finger food<\/em><em>, <\/em>i  vernacolari, le <em>fusion<\/em>, i ritorni al  territorio, le diete catacombali, gli <em>slow food<\/em>,  la gastronomia industriale, il <em>Kitsch<\/em> dei McDonald.<br \/>\n  Abbiamo perfino una cucina <em>neo futurista<\/em> &ndash; &nbsp;come nel  caso di Heston Blumenthal,  tre stelle a Londra, che cucina con la fiamma ossidrica e il piaccametro &ndash; un  seguace di Marinetti e Fillia, ma che, per uno strano  paradosso delle passioni, vengono prima dell&rsquo;impressionismo in cucina, come la  scapigliatura &ldquo;dada&rdquo; dei lombardi, nelle arti visive, viene prima della  maturit&agrave; delle ninfee di Monet.<br \/>\n  Torniamo, per chiudere, a questa riscoperta della natura.&nbsp; &Egrave; un ritorno, tra l&rsquo;altro, che ha stimolato  l&rsquo;<em>ascesi<\/em><em>.&nbsp; U<\/em>n certo ascetismo, infatti, si &egrave;  diffuso tra gli atti alimentari sia sul piano formale che culturale, con un  forte interesse per l&rsquo;Estremo Oriente e il Giappone.&nbsp; Ha favorito le ansie dietetiche, il mito del <em>cibo buono<\/em> condito di lentezza e  nostalgie, e le &ldquo;piacevoli&rdquo; punizioni del piacere gustativo che si &egrave;  metamorfizzato in performance.&nbsp; <br \/>\n  La psicoanalisi, a questo proposito, aveva gi&agrave; mostrato che ascetismo e  godimento non sono mai in contrapposizione tra di loro, ma si completano a  vicenda ed ognuno favorisce l&rsquo;altro in una ricerca di un equilibrio  sostenibile.<br \/>\n  Ma c&rsquo;&egrave; anche dell&rsquo;altro, la gastronomia moderna non &egrave; solo  quella della leggerezza, dell&rsquo;impalpabilit&agrave;, delle <em>mousses<\/em>,  dei <em>coulis<\/em>, &egrave; anche una <strong><em>gastronomia del discorso<\/em><\/strong><em>,<\/em> discorso sui prodotti, discorso sulle cose, discorso sulle  preparazioni, discorso sulle quintessenze che confonde il cibo con il dire  gastronomico.&nbsp; Siamo lontani da Salvador Dal&igrave; che glossa Andr&eacute; Breton, invocando una <em>bellezza commestibile<\/em>, ma questo &egrave; un  altro capitolo della nostra storia.&nbsp; &nbsp;<\/p>\n<p><em>(fine)<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>IED &#8211; MILANO Cinque lezioni tra &laquo;art &amp; food&raquo;. Traccia del corso. 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