{"id":3200,"date":"2008-01-26T16:41:31","date_gmt":"2008-01-26T15:41:31","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pages.mi.it\/index.php\/2008\/01\/26\/farinata-fegatini\/"},"modified":"2008-02-03T16:12:52","modified_gmt":"2008-02-03T15:12:52","slug":"farinata-fegatini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/index.php\/2008\/01\/26\/farinata-fegatini\/","title":{"rendered":"Farinata &#8211; Fegatini"},"content":{"rendered":"<p><strong>Farinata<\/strong> in tegghia (<em>fain&agrave; in tian<\/em> o <em>fain&acirc; de &ccedil;eixai<\/em>,cucina genovese). Stemperate la farina di ceci con molta acqua, in modo da farne un impasto abbastanza liquido. Regolate il sale e lasciate in infusione per un&rsquo;ora circa rimestando e schiumando ad intervalli regolari. Ungete una teglia con abbondante olio d&rsquo;oliva ligure e versateci l&rsquo;impasto, mescolando ancora affinch&eacute; l&rsquo;olio si possa distribuire in modo uniforme, livellate la superficie della farinata. Mettetela in forno caldo, quando sar&agrave; dorata toglietela, tagliatela a pezzi e servitela calda, su un piatto, dopo averla leggermente spruzzata con del pepe macinato di fresco. La farinata, in sostanza, &egrave; una torta salata molto bassa. In Italia &egrave; molto popolare sulla riviera, da La Spezia, che ne ha richiesto la DOP, a Ventimiglia. L&rsquo;origine affonda in una leggenda, che data verso la fine del 1200, di galee genovesi travolte da una tempesta che mescol&ograve; il carico, olio e farina di ceci, con l&rsquo;acqua salata. Il resto &egrave; conseguenza. I ceci sono ricchi di vitamina B e C e di fosforo. Le farinate migliori sono quelle che si cuociono nei forni a legna. Nella cucina toscana la farinata si chiama <em>cec&igrave;na<\/em> e si mangia anche con lo stracchino. <br \/>\n Nel palermitano si chiama <em>panella<\/em> e si mangia con i <em>cazzilli<\/em>, cio&egrave;, avvolta attorno a delle crocchette di patate. A Mentone, in Francia, si chiama <em>socca<\/em>, o come si dice in <em>langue d&rsquo;Oc<\/em>, <em>soca<\/em>. Si pu&ograve; fare anche con la farina di piselli e di zucca. <\/p>\n<p><strong>Farro<\/strong>, <em>Triticum dicoccum<\/em>, &egrave; un cereale parente stretto del grano. Da farro viene la parola <em>farina<\/em>. Era conosciuto sia dagli egizi che dai greci e dai romani. Il pane di farro veniva usato nel rito della <em>cumfarreatio<\/em>, cio&egrave;, il matrimonio nella forma solenne. Rispetto al grano la sua raccolta estiva &egrave; tardiva, la sua pianta &egrave; molto robusta e in genere resiste bene al freddo, alle malattie e agli agenti infestanti. Da qui la sua fama presso i naturisti. <strong> <\/strong> <\/p>\n<p align=\"center\">\n    <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/wp-content\/img\/lexicon\/F\/F3.jpg\" border=\"1\" alt=\"Dolci Fauchon\"\/>\n<\/p>\n<p><strong>Fava<\/strong> (<em>Vicia faba <\/em>o anche <em>faba vulgaris<\/em>, fr. <em>f&egrave;ve, <\/em>ingl. <em>broad bean, <\/em>ted. <em>Garten<\/em>oppure <em>Puffbohnen, <\/em>fiamm. <em>Platte boon, <\/em>ol. <em>Tuin boonen, <\/em>dan. <em>Valske bonner, <\/em>spagn. <em>haba, <\/em>port. <em>fava<\/em>)<em>, <\/em>pianta mangereccia della famiglia delle <em>Leguminosepapilionacee<\/em>, annua, comunemente semplice, alta fino ad un metro, le cui foglie, composto-pennate comprendono da due a quattro paia di foglioline che terminano in picciolo con una punta setacea. I fiori, grandi, bianchi o violetti, portano una macchia nera su ciascuna ala e sono raggruppati in grappoli. Forniscono gusci sessili, corti e grossi, che contengono da due a cinque grani voluminosi, piatti, con testa giallo-rossastra, che si chiamano fave come la pianta. La fava ha dietro di s&eacute; una lunga storia. Nell&rsquo;antichit&agrave;, l&rsquo;Egitto considerava la fava un legume immondo, i riti orfici e Pitagora ne vietavano l&rsquo;uso, perch&eacute; supposta generatrice di morte. Roma invece l&rsquo;apprezzava e la definiva: <em>novella, tenera, palustris, pallida, versicolor <\/em>e <em>picta. <\/em>&nbsp;Un verso di Marca Valerio Marziale (40-ca.102) ce ne fornisce una prima ricetta , <em>Et paliens faba cum rubente lardo<\/em>. La pianta &egrave; sconosciuta allo stato selvatico. Il linguaggio popolare ricorre spesso alla fava, come nel caso dei due piccioni con una fava, per definire un tentativo audace, o per nominare il sesso maschile, altrimenti <em>mentula<\/em>. I neri d&rsquo;Algeria celebrano ancora ogni anno la &ldquo;festa delle fave&rdquo;. Certi dolcetti a base di marzapane in forma di fave si chiamano fave dei morti. In molti paesi si celebra l&rsquo;Epifania, che notoriamente commemora l&rsquo;adorazione dei Re magi, con un dolce, che contiene una fava; chi la scopre nella sua porzione &egrave; proclamato Re, uso forse d&rsquo;origine pagana. In Francia una <em>f&egrave;ve<\/em> di cioccolato o una moneta sono ancora oggi infilate nell&rsquo;impasto delle &ldquo;gallette del re&rdquo;. Ve ne sono molte variet&agrave;, divise in due gruppi: la <em>faba major<\/em>a grossi grani e la <em>faba minor <\/em>a piccoli grani, di cui erbe e baccelli servono come foraggio. Ricchissime di legumina, le fave sono considerate nutrienti, ma in pari tempo flatulenti, di difficile digestione e causa d&rsquo;ostruzioni. Vanno sgranate al momento della cottura. Fatele bollire nell&rsquo;acqua bollente salata, con l&rsquo;aggiunta d&rsquo;un mazzolino di santoreggia, che &egrave; il condimento indispensabile delle fave. Una volta bollite, levate loro la pelle, risciacquatele, scolatele ed aggiungeteci fogliette tritate di santoreggia. <em>All&rsquo;inglese. <\/em>&Egrave; l&rsquo;unico caso in cui si lascia loro la buccia. Sgocciolatele e servitele con burro fresco a parte. &mdash; <em>Alla romana <\/em>(cucina romana). Preparate un soffritto di strutto, con cipolle affettate, sale, pepe e pezzetti di guanciale. Appena rosolato, aggiungeteci le fave fresche sbucciate, alzate la fiamma e bagnate il tutto con del brodo vegetale. <em>Zuppa alla romana.<\/em> Sono da preferire le fave secche, lasciatele a bagno freddo per due giorni, eliminate le impurit&agrave; e cocetele immergendole in acqua fredda salata. Nel frattempo, preparate un soffritto con cipolle affettate, dadini di prosciutto, prezzemolo, maggiorana, noce moscata. Dopo un primo bollore aggiungeteci del pomodoro fresco tagliato a pezzi, una punta di zucchero, della cotenna di lardo affettata. (Come pi&ugrave; volte consigliato cotenna e lardo devono sempre essere scottati e rinfrescati prima di usarli.) A questo punto aggiungeteci un po&rsquo; di brodo e continuate la cottura. Scolate le fave e gettatele nella casseruola del soffritto, sempre a fuoco moderato continuate la cottura per un quarto d&rsquo;ora ancora, in modo da permettere alle fave d&rsquo;insaporirsi. Servite questa zuppa su crostini di pane. &Egrave; tradizione romana prepararla per il giorno dei Morti. Le varianti dipendono dalle preferenze personali, come ad esempio la sostituzione, parziale o totale, delle cipolle con spicchi d&rsquo;aglio schiacciato. <em>F&egrave;ves frais au beurre, &agrave; la cr&egrave;me, pur&eacute;e de f&egrave;ves, <\/em>cucinatele come si fa con i piselli freschi ma, secondo la cucina francese, sempre accompagnate da santoreggia. <em>Hors-d&rsquo;oeuvre de f&egrave;ves <\/em>(cucina francese). Servitele crude nel loro guscio con sale grosso di cucina dopo averle lavate ed asciugate. Questo antipasto ha un nome particolare: <em>craque-au-sel.<\/em> Piatti regionali italiani. <em>Favata<\/em>(Sardegna). Pietanza di montagna per il gioved&igrave; grasso. &Egrave; una minestra che si compone di molto lardo, di salsicce, finocchi, erbe aromatiche e fave. <em>Alla trappitura <\/em>(Ragusa, Sicilia). Bollite prima, poi cotte nell&rsquo;olio. <em>Con le cotiche <\/em>(Todi, Umbria). Lessate, con un soffritto di cotiche di maiale fresco gi&agrave; cotte, pancetta e rosmarino.<\/p>\n<p><strong>Fave dei morti<\/strong>. Sono piccoli dolci, che si mangiano il giorno dei morti. Hanno la forma di fave ed &egrave; un&rsquo;usanza, diffusa in tutta l&rsquo;Italia, di origine pagana. Le fave erano reputate dai Romani cibo d&rsquo;espiazione, che si consumavano nelle <em>epulae ferales, <\/em>i banchetti funebri. Si credeva, in particolare, che quelle nere racchiudessero le anime dei defunti. <em>Lombardia. <\/em>&nbsp;Si confezionano con farina lievitata, uva secca, mandorle, nocciole, pignoli, vino bianco dolce e sciroppo di frutta. <em>Trieste<\/em>. Con amaretti al cedro, alla rosa, alla cioccolata. Ottime sono quelle di Bologna<em>, <\/em>della Romagna e di Roma. <\/p>\n<p><strong>Favre<\/strong>, Joseph (1848-1903), svizzero, grande cuoco e profondo conoscitore dell&rsquo;arte gastronomica, scrisse un <em>Dizionario universale della Cucina e dell&rsquo;Igiene alimentare, <\/em>in quattro volumi, che contiene anche dati storici interessanti. Qui, per&ograve;, vogliamo ricordare di Favre che fu anche un membro della <em>PrimaInternazionale<\/em>.<\/p>\n<p align=\"center\">\n    <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/wp-content\/img\/lexicon\/F\/F4.jpg\" border=\"1\" alt=\"Teste di manichini\"\/>\n<\/p>\n<p><strong>Fecola<\/strong> (dal lat. <em>faecula, <\/em>dim. di <em>faex, <\/em>sedimento, fr. <em>f&eacute;cule, <\/em>ingl. <em>fecula, <\/em>ted. <em>St&auml;rkmehl<\/em>) &egrave; un termine riservato alla farmacia ed alla gastronomia, mentre si chiama <em>amido, <\/em>se destinato a scopi industriali. &Egrave; un <em>idrato di carbonio<\/em>, esistente in quasi tutte le parti dei vegetali, nelle foglie, nei fiori, nei gambi, nei semi, soprattutto nelle radici, nei rizomi e nelle patate. La fecola si presenta in forma di farina, generalmente bianca, insolubile nell&rsquo;acqua fredda, che si deposita in forma di sedimento in fondo del liquido. &Egrave; curioso un verso di Orazio: <em>Pervellant stomachum siser, alec, faecula Coa <\/em>(stimolano lo stomaco il raperonzolo, i piccoli pesci e la fecola di Coo). Questo verso sembra indicare la ricetta d&rsquo;un aperitivo o d&rsquo;un antipasto e la conoscenza dell&rsquo;azione della fecola. In ogni caso Orazio doveva sapere che a Coo era nato Ippocrate. Nell&rsquo;economia domestica si ricorre alla polvere d&rsquo;amido puro, insolubile nell&rsquo;acqua fredda e solubile in quella calda, per legare le vivande. La composizione chimica della fecola &egrave; varia, per esempio, troviamo idrato di carbonio 82 e calorie 344 nell&rsquo;<em>arrowroot<\/em>, e idrato di carbonio 78 e calorie 324 nelle patate.<\/p>\n<p><strong>Fedde<\/strong><strong> de&#8217; Cancelliere. <\/strong>Deliziosi<strong> <\/strong>pasticcini preparati dalle suore benedettine di Palermo. Le stesse suore preparano anche gli agnelli pasquali in marzapane e delle intriganti <em>minni di virgine<\/em>. Cio&egrave;, tettine di vergine. Perch&eacute; intriganti? Perch&eacute; la &ldquo;v&rdquo; minuscola non rimanda al culto mariano ma alla pederastia.  <\/p>\n<p><strong>Fegatelli<\/strong> &egrave; un termine usato in gastronomia per indicare le pietanze preparate col fegato di maiale. Degni di nota sono i <em>fegatelli alla romana, cotti<\/em> allo spiedo, alternati con pezzi di pane e fette di prosciutto; alla <em>fiorentina, <\/em>pure loro <em>spiedati<\/em> dopo averli intrisi in un miscuglio di pangrattato, pepe, fiori di finocchi sminuzzati, avvolti nella rete ed alternati con crostini e foglie d&rsquo;alloro, infine quelli alla <em>Valdarnese, <\/em>sempre allo spiedo, alternati con pezzi di agnello, o di tordo, o di allodola.<\/p>\n<p><strong>Fegatini.<\/strong> Mentre si da il nome di fegatelli alle preparazioni di fegato di maiale, si chiamano fegatini quelle di pollame, che, in linea di massima, si possono cuocere interi purch&eacute; non contengano bile. In genere si utilizzano come guarnizione dei funghi, del risotto, del pilaf. Si possono anche cuocere allo spiedo. <em>Sformato di fegatini <\/em>(pollo, oca, anitra, cacciagione). Pestate una certa quantit&agrave; di fegatini in un mortaio, aggiungete uno alla volta tre uova. Questa operazione deve durare almeno un quarto d&rsquo;ora, cinque minuti per ciascun uovo. Aggiungeteci, per amalgamare il tutto, latte o preferibilmente panna liquida fresca e, poi, un pizzico di noce moscata e un chiodo di garofano, travasate in uno stampo imburrato e scaldate a bagnomaria. Servite lo sformato con una salsa di pomodoro. Sale e pepe a volont&agrave;. <em>Fegato di razza e lasca. <\/em>Fatelo bollire in un <em>court buillon<\/em>, molto aromatizzato, scolate e dividetelo a dadini. Riempiteci dei <em>toast <\/em>d&rsquo;un certo spessore, in cui avrete ricavato una tasca, poi, cospargeteli di burro color nocciola, un po&rsquo; di succo di limone e prezzemolo. I <em>toast<\/em>, prima di usarlidevono essere fritti e ancora tiepidi. &Egrave; un ottimo antipasto caldo. (La lasca &egrave; un ciprinide, un tempo molto diffuso nelle acque umbre.) Quanto alle cucine regionali italiane, citiamo la <em>Minestra di riso con sbiraglia <\/em>(regaglie) di Venezia, la <em>Minestre di riso con fegatini di pollo <\/em>di Lombardia ed infine, la preparazione pi&ugrave; caratteristica, il <em>Risotto alla fiorentina<\/em>. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Farinata in tegghia (fain&agrave; in tian o fain&acirc; de &ccedil;eixai,cucina genovese). Stemperate la farina di ceci con molta acqua, in modo da farne un impasto abbastanza liquido. Regolate il sale e lasciate in infusione per un&rsquo;ora circa rimestando e schiumando ad intervalli regolari. 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