{"id":3169,"date":"2007-08-27T13:32:11","date_gmt":"2007-08-27T12:32:11","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pages.mi.it\/index.php\/2007\/08\/27\/la-cosa-cucinaria\/"},"modified":"2008-02-06T21:39:57","modified_gmt":"2008-02-06T20:39:57","slug":"la-cosa-cucinaria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/index.php\/2007\/08\/27\/la-cosa-cucinaria\/","title":{"rendered":"La cosa cucinaria"},"content":{"rendered":"<p align=\"right\"><em>L&rsquo;uomo &egrave; l&rsquo;unico animale cuciniere.<\/em><br \/>\n  Marcel Mauss.<\/p>\n<p align=\"center\">\n    <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" border=\"1\" src=\"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/wp-content\/img\/2007\/08\/magritte.jpg\" width=\"400\" height=\"565\" alt=\"La cosa cucinaria\"\/>\n<\/p>\n<p>Se pensiamo il procedimento analogico come un processo con  il quale, poste due situazioni che si ritengono simili tra di  loro per alcuni caratteri, si possono dedurre delle equivalenze, tra i  caratteri che non ignoriamo in una di esse, con quelli che non conosciamo  nell&rsquo;altra, allora la sublimazione freudiana ci consente di enucleare le  ragioni di quella inevitabile glaciazione del gusto cos&igrave; come &egrave; stata per la  prima volta rilevata da Jean-Paul Aron  nell&rsquo;encomiabile saggio in cui essa appare come un carattere della cultura in  generale e della cucina in particolare.&nbsp; <br \/>\n  Un saggio costruito sulla filigrana ghiacciata di un vento che, nel 1937, Roger Caillois dichiara sovversivo, freddo e rigoroso.&nbsp; Mortale per i malati e gli uccelli perch&eacute;  appartiene alla famiglia di quei venti <em>qui  ne laissent pas passer l&rsquo;hiver<\/em>.&nbsp; <br \/>\n  In altri termini, la figura della sublimazione ci permette  di sdoppiare negli atti alimentari un senso manifesto da uno latente in modo da  far affiorare su questa opposizione una topica che rivela l&rsquo;ingenuit&agrave; di  pensare di poter perimetrare l&rsquo;esperienza del gusto  come se fosse empirica e dominata dal godimento.&nbsp; <br \/>\n  O, per altri versi, di eliminare la scipitaggine  di considerare la dimensione dei contenuti in qualche modo significativa  nell&rsquo;analisi degli atti alimentari, invece che il riflesso di una <em>impasse<\/em>, con  il fine evidente di denunciare la glaciazione come il sale proprio delle cose cucinarie della modernit&agrave;.&nbsp; <br \/>\n  Su cosa &egrave; fondato questo convincimento?&nbsp; Sulle spalle di G.W.  Friedrich Hegel.&nbsp; Il simbolico &egrave; ci&ograve; che annienta  l&rsquo;immediatezza della gustazione, cos&igrave; come la  sublimazione crea dei valori del gusto all&rsquo;interno di una problematica dominata  dall&rsquo;<em>ethos<\/em>.&nbsp; Peccato che, per cominciare, la sublimazione  sia un enigma, se partiamo dalla centralit&agrave; dell&rsquo;empiria,  cio&egrave;, da quella presenza culturale che &egrave; il fuoco.&nbsp; Lo sostiene Claude L&eacute;vi-Strauss, che declina il modo di usarlo come un  linguaggio in cui una societ&agrave; rassegnata svela le sue contraddizioni, cio&egrave;,  scivola sul pavimento della storia reso viscido dalla potenza  retorica-linguistica dell&rsquo;inconscio.&nbsp; <br \/>\n  In fondo lo sapevamo da quando  abbiamo letto Fran&ccedil;ois Rabelais,  l&rsquo;ordine simbolico &egrave; un&rsquo;organizzazione difensiva rispetto al reale della  pulsione di morte, rispetto alla &ldquo;cosa cucinaria&rdquo; che invita a spellare le  anguille da vive e ad affogare nel Cognac gli anatroccoli.&nbsp; Nella prospettiva del significante questa cosa &egrave; un vuoto a cui dobbiamo rassegnarci.&nbsp; <\/p>\n<p align=\"center\">\n    <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" border=\"1\" src=\"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/wp-content\/img\/2007\/08\/porco.jpg\" width=\"400\" height=\"533\" alt=\"L'eccellenza e il trionfo del porco\"\/>\n<\/p>\n<p>  La &ldquo;cosa cucinaria&rdquo;, del resto, non si limita a decorare o a  illustrare l&rsquo;atto alimentare, lo istituisce, vale a dire lo rappresenta in un  linguaggio che &egrave; l&rsquo;espressione di una soggettivazione, in questo senso, lo  sguardo agisce come un oggetto causa del desiderio.&nbsp; Essa, poi, ha imparato a rifiutare il senso  perch&eacute; la cosa minuscola, per citare alla <em>roversa<\/em> Jacques  Lacan, ha cominciato a sognare, si &egrave; arricchita con  ci&ograve; che la deborda e pretende di essere sufficiente in s&eacute;.&nbsp; Diventa segno e rifiuta il soggetto, il  mangiato si scolla dal chi mangia.&nbsp; Un <em>clivage<\/em> necessario, nel senso freudiano di fenomeno proprio al feticismo, che qui  traduciamo per sortilegio, di condizione assoluta del desiderio, che risparmia  alla condizione femminile l&rsquo;erotizzazione della fame  o, pi&ugrave; brutalmente, ci&ograve; che si nasconde dietro il fantasma edipico della <em>fellatio<\/em>, la  fecondazione orale, una perversione della pulsione di riproduzione che Sigmund Freud assegnava ai tipi  melanconici.&nbsp; <br \/>\n  Capita ad Otto Fenichel, che legge <em>Lutto e malinconia<\/em> di Freud, di associare l&rsquo;incorporazione  orale alla malinconia, sar&agrave; Jean-Pierre Poulain a cogliere nell&rsquo;ansia la dimensione psicologica  dell&rsquo;angoscia che fa dell&rsquo;onnivoro un soggetto ossessivo-compulsivo.&nbsp; <br \/>\n  Scrive Aron, il rifiuto del soggetto nei regimi glaciali  tracima e riattecchisce in un rifiuto di qualcosa di  pi&ugrave; fondamentale ancora, di pi&ugrave; primitivo, <em>le  refus de la chose<\/em>, il  rifiuto della cosa.&nbsp; Intorno al vuoto  fioriscono i discorsi sulle cose, gli annaspamenti delle poetiche, i seminari  sulle compromissioni.&nbsp;  Florilegi di discorsi in forma di discorsi.&nbsp; <br \/>\n  Aron quando parla della sua &ldquo;cosa&rdquo; parla della <em>Chose<\/em><em> lacanienne<\/em>,  anzi, non ne parla, perch&eacute; non c&rsquo;&egrave; bisogno di citare Roland  Barthes, L&eacute;vi-Strauss o &ndash; &egrave;  testuale &ndash; il dottor Jacques Lacan,  ma semplicemente di interrogare il mondo che ci circonda.&nbsp; Cos&igrave; facendo si diverte ad alludere ad un  documento ancora pi&ugrave; radicale, quel <em>Retour<\/em><em> de la Colonne Durruti<\/em> distribuito dagli studenti di  Strasburgo alla vigilia dell&rsquo;anno terribile.&nbsp;  Due mandriani a cavallo conversano.&nbsp;  Uno chiede all&rsquo;altro.&nbsp; Di cosa ti  occupi?&nbsp; L&rsquo;altro risponde, della  reificazione.&nbsp; Il primo replica, capisco,  un lavoro molto serio con grandi libri e molte carte sul tavolo.&nbsp; L&rsquo;altro lo interrompe, no, io passeggio,  soprattutto io passeggio.&nbsp; Le <em>flaneur<\/em> Aron  conclude, (nella cultura glaciale) <em>&ldquo;le v&eacute;cu, c&rsquo;est l&rsquo;ennemi&rdquo;<\/em>.&nbsp; Un modo elegante per dire che il sapere che  si fa sistema fa del segno un oggetto e di un <em>saucier<\/em> un filosofo delle forme  simboliche, perch&eacute; non solo le essenze non si distinguono pi&ugrave; dalle apparenze,  ma quest&rsquo;ultime, diventate mera illusione, si sono metamorfizzate  in simulacri.&nbsp; <\/p>\n<p align=\"center\">\n    <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" border=\"1\" src=\"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/wp-content\/img\/2007\/08\/simulacri.jpg\" width=\"400\" height=\"433\" alt=\"Le essenze non si distinguono pi\u00f9 dalle apparenze\"\/>\n<\/p>\n<p>  Qualche tempo fa, nel marzo del 2007, un Cristo in  cioccolata, di un artista canadese che aveva gi&agrave; rivestito con cinque  tonnellate di formaggio una casa nel Wyoming, &egrave; stato ritirato da  un&rsquo;esposizione d&rsquo;arte newyorkese perch&eacute; definito  dalla Catholic League &ldquo;un  segno di bancarotta morale&rdquo;.&nbsp; L&rsquo;opera  s&rsquo;intitolava: <em>My<\/em><em> sweet Lord<\/em>.&nbsp; Il contatto tra la dolcezza del Cristo e  quella della cioccolata, scrive James Frazer &ldquo;trasmette qualcosa, lascia delle tracce, infetta  con un&rsquo;essenza che si crede incancellabile e che non sempre dei riti <em>ad<\/em><em> hoc<\/em> possono togliere.&rdquo;&nbsp; Quando Frazer  licenzi&ograve; la prima edizione di <em>Il<\/em><em> ramo d&rsquo;oro<\/em>, non  aveva letto Freud, dunque non poteva saperlo, le  pulsioni non possono essere integralmente sublimate, per ci&ograve; che resta, <em>once  in contact always in contact!&nbsp; <\/em>&nbsp;<br \/>\n  Il luogo &egrave; un attributo della sostanza.&nbsp; Anche se la casa &egrave; di formaggio, dice Lao Tze, &ldquo;una casa &egrave; il vuoto, perch&eacute; &egrave; l&igrave; che io abito&rdquo;, le <em>vide<\/em> &egrave; lo <em>yoni<\/em>.&nbsp; <br \/>\n  <em>Pi&ugrave; in l&agrave;.<\/em>&nbsp; Lacan constata il  miracolo laico della forma non nel vuoto della rappresentazione, ma piuttosto,  nella rappresentazione del vuoto.&nbsp;  Esattamente come la setta cristiana, eterodossa a quella ebrea, vide  l&rsquo;eccessiva prossimit&agrave; alla Cosa in un sepolcro in cui la <em>tyche<\/em> diventa  rappresentazione.&nbsp; <em>&nbsp;<\/em><br \/>\n  Qui non esitiamo, in virt&ugrave; dell&rsquo;interdetto dell&rsquo;incesto, che  connota il corpo della madre come il cibo assoluto del godimento, ad affermare  un&rsquo;analogia tra la <em>Chose<\/em> lacaniana (<em>das<\/em> <em>Ding<\/em>)  con la &ldquo;cosa cucinaria&rdquo; in modo che, sul registro della sublimazione, questa  &ldquo;cosa&rdquo; sar&agrave; sempre rappresentata da un vuoto o, meglio, non potr&agrave; mai essere  rappresentata da un&rsquo;altra cosa.&nbsp; Se  riconosciamo che in tutte le forme di sublimazione il vuoto &egrave; determinante, la  &ldquo;cosa cucinaria&rdquo; &egrave; ci&ograve; che caratterizza, attraverso un percorso procedurale  ossessivo (costituito dai ricettari) questo vuoto come una forma estetizzata di  cui non conosciamo l&rsquo;oggetto.&nbsp; La &ldquo;cosa  cucinaria&rdquo;, infatti, si eleva, attraverso la sublimazione da cibo ad oggetto  immaginario, cos&igrave; diventa plastica, muta, scivola sui gusti acquisiti e si  moltiplica.&nbsp; <br \/>\n  Se pensiamo ai ghirigori del gusto c&rsquo;&egrave; qualcosa di non detto  che possiamo far affiorare, vale a dire, &ldquo;essi sono tra di  loro in relazione come una rete di canali comunicanti pieni di liquido.&rdquo;&nbsp; (Freud, <em>Introduzione alla psicoanalisi<\/em>).&nbsp; Da qui la loro plasticit&agrave; argomentativa  che esalta il narcisismo degli <em>&ldquo;chef&rdquo;<\/em>,  di pensarla (questa plasticit&agrave;) cucinaria, ma &egrave; un problema edipico.&nbsp; Antonin Car&ecirc;me, che non conosceva Freud  l&rsquo;attribuiva alla continua vicinanza dei genitali alla fiamma dei  fornelli.&nbsp; Possiamo non ripetere  l&rsquo;errore, &egrave; qualcosa di pi&ugrave; scottante, &egrave; il <em>nom-du-p&egrave;re<\/em> che diventa regime.&nbsp; <\/p>\n<p align=\"center\">\n    <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" border=\"1\" src=\"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/wp-content\/img\/2007\/08\/corsofooddesign.jpg\" width=\"450\" height=\"358\" alt=\"Corso di Food Design\"\/>\n<\/p>\n<p>  Infatti, il passaggio edipico dalla natura alla cultura  opera cos&igrave;: essendo l&rsquo;incarnazione del significante (ci&ograve; della causa che dona  il nome) il padre interviene &ndash; <em>post homines natos<\/em> &ndash; come colui  che gli sottrae la madre, dando cos&igrave; <em>luogo<\/em> al suo ideale di &ldquo;io&rdquo;.&nbsp;  Quando non si struttura su questa ricetta il <em>nom-du-p&egrave;re<\/em> ritorna nel reale &ndash; cio&egrave;, precipita sulla &ldquo;cosa cucinaria&rdquo; &ndash; sotto la forma di  un delirio.&nbsp; Il <em>Larousse<\/em><em> gastronomique<\/em>, prima che diventasse un  libro di figurine a colori, affermava che va definita  come classica l&rsquo;opera riconosciuta come un <em>modello<\/em> nel suo genere.&nbsp; Di essa  ci&ograve; che conta <em>&egrave; la ripetizione nel corso  del tempo, una ripetizione che diventa un filtro che elimina gli errori, le  complicazioni e le illogicit&agrave;<\/em> (il corsivo &egrave; nostro), in altri termini, un  piatto classico &egrave; razionale dal punto di vista dell&rsquo;esperienza, anche se non  sar&agrave; mai reale, almeno a partire da Hegel.&nbsp; Diventa &ldquo;nuova cucina&rdquo;  quando la curiosit&agrave; sessuale si trasforma in un ricordo insopportabile e  muta &ndash; grazie alla potenza della glaciazione &ndash; in una chimera, cio&egrave;, nel  fantasma di un <em>refoulement<\/em>.&nbsp; <br \/>\n  Lacan &egrave; perentorio: <em>l&rsquo;objet qui ne sera  jamais retrouv&eacute;, c&rsquo;est la Chose!<\/em>&nbsp; Ma i &ldquo;nuovi cuochi&rdquo; non lo sanno, essi hanno  cominciato a <em>sventrare<\/em> la &ldquo;cosa  cucinaria&rdquo; e a servirla a tavola dopo averla ricomposta nelle &ldquo;formine&rdquo;, un  beato ricordo di vacanze marine lontano dai padri!&nbsp; <br \/>\n  Come sempre c&rsquo;&egrave; del metodo nella follia.&nbsp; Questo aprire il ventre della &ldquo;cosa  cucinaria&rdquo;, dopo L&eacute;vi-Strauss, si chiama  &ldquo;de-costruzione&rdquo;, appare come una propriet&agrave; della catena significante che da  subito diventa ripetizione, s&rsquo;annuncia come contingente e si rivela necessaria,  perch&eacute; si organizza intorno al vuoto.&nbsp;  Possiede <em>une orientation  litt&eacute;rale<\/em>.&nbsp;  Ha osservato Nelsen Goodman,  la cucina classica, nello schema epistemologico, &egrave; un&rsquo;arte allografica  in quanto la ricetta &egrave; una guida<strong> <\/strong>operativa.  Nella nuova cucina<strong> <\/strong>si muta in<strong> <\/strong>un&rsquo;arte autografa<strong> <\/strong>perch&eacute;<strong> <\/strong>la mano diventa  demiurgica, fa della pulsione estetica un valore originale.&nbsp; Su un altro registro si chiama isteria ed &egrave;  al servizio della dissipazione della &ldquo;cosa cucinaria&rdquo;.&nbsp; <br \/>\n  In ogni modo, qualunque sia il grado di teorizzazione  del gusto l&rsquo;ordine proprio del desiderio primeggia sui fatti  dell&rsquo;organizzazione sensoriale.&nbsp; &ldquo;La  dimensione del desiderio&rdquo;, scrive Serge Leclaire, &ldquo;non pu&ograve; essere altrimenti concepita.&rdquo;&nbsp; <em>En passant. <\/em>Che  cosa rappresenta in questo contesto la &ldquo;cosa cucinaria&rdquo;?&nbsp; Non lo sappiamo ancora, tuttavia essa ci  mostra come la natura di questa cosa &egrave; lo studio che definisce la sua  ontologia.&nbsp; <br \/>\n  &nbsp; <br \/>\n  La commensalit&agrave;, di ritorno,  invita all&rsquo;oblio, ma sa circondarsi di regole, rispettarle distingue lo stato  dell&rsquo;arte, il limite e la barriera dell&rsquo;apollineo, dopo vengono i regimi.&nbsp; <br \/>\n  I legami simbolici che questa commensalit&agrave;  crea sono possenti, ma possono essere disfatti, in un attimo, dalla  perversione.&nbsp; Se il cibo abbonda, la  tavola &egrave; il luogo della disponibilit&agrave;.&nbsp;  Se il bere abbonda, l&rsquo;ebbrezza favorisce la confidenza o la congiura.&nbsp; Intorno alla tavola si stringono patti  scellerati, si tradisce, soprattutto, si recita.&nbsp; Un tempo era lo spettacolo intorno ad essa che rinviava all&rsquo;altrove, oggi &egrave; essa stessa il luogo  di un teatro <em>gourmand<\/em> che, in qualche modo, realizza l&rsquo;invito di Jean-Jacques  Rousseau a fare spettacolo con gli spettatori.&nbsp; <br \/>\n  La sua forma ha sempre deciso la cerimonia e i ruoli.&nbsp; Quella rotonda &egrave; con il pane e il vino il  fondamento eucaristico del nostro immaginario, i fasti e le feste che la storia  ha inventato, la dimensione del suo significato simbolico.&nbsp; Quando &egrave; a ferro di cavallo emargina sulle  punte coloro a cui sono destinati i &ldquo;bocconi amari&rdquo;,  perch&eacute; il gusto &egrave; anche un evento sociale attraverso il quale si costituisce  l&rsquo;identit&agrave;, peccato che molto spesso a questo punto l&rsquo;altare sostituisca la  tavola e le strutturazioni metonimiche affondino con l&rsquo;evidenza ogni forma di  godimento.&nbsp; <\/p>\n<p align=\"center\">\n    <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" border=\"1\" src=\"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/wp-content\/img\/2007\/08\/intornoallatavola.jpg\" width=\"400\" height=\"533\" alt=\"Intorno alla tavola si recita\"\/>\n<\/p>\n<p>  Pi&ugrave; che distinguere l&rsquo;uomo dall&rsquo;animale il gusto &egrave; stato la  spia dell&rsquo;attivit&agrave; del senso alla costruzione del senso, nell&rsquo;ordine delle  forme simboliche e della gerarchia.&nbsp; In  altri termini, ha contribuito alle derive antropocentriche del <em>pan<\/em> <em>sapiens<\/em>,  cos&igrave; come alla fratellanza di latte tra il mangiare bene e il ben pensare.&nbsp; In cucina &egrave; l&rsquo;<em>anima<\/em> che progetta lo &ldquo;strumento&rdquo; (l&rsquo;<em>appareil<\/em>, nel gergo dei cucinieri), ma questo, pensato solo attraverso la gustazione, fa della differenza darwiniana  una differenza di qualit&agrave; a prezzo di un&rsquo;innesco  psicotico.&nbsp; <br \/>\n  Di fatto, il punto di vista della libido, dopo l&rsquo;analisi  marxiana del primo libro del <em>Capitale<\/em>,  esiste nella forma di un arcano della merce, e la forma di merce, &egrave; sempre Karl  Marx che lo afferma, ha i suoi grilli!&nbsp; <br \/>\n  Cos&igrave;, non &egrave; l&rsquo;onnivoro che si sbaglia a proposito della gustazione, &egrave; questa che lo inganna da  quando la glaciazione l&rsquo;ha resa auto-referenziale.&nbsp; Il suo carattere di feticcio non &egrave; l&rsquo;effetto  dell&rsquo;alienazione della sensualit&agrave;, ma l&rsquo;effetto del fraintendimento delle forme  cerimoniali, ed esso non &egrave; un prodotto singolare, come i pregiudizi di classe  insinuano, ma il prodotto generale e oggettivo di una storia sociale la quale  inizia con un pugno di braci e un pasticcio generazionale che l&rsquo;incesto si  porta con s&eacute;, come il frutto subentra al fiore.&nbsp; <br \/>\n  In definitiva, ci&ograve; che lega la forma di feticcio al gusto &egrave;  l&rsquo;ablazione delle essenze, che Platone oppone alle apparenze e che legittima i  simulacri alimentari nelle vetrine di Place de la Madeleine.&nbsp; Il rimedio trovato nelle  nuove cucine &egrave;, a questo proposito, di natura induttiva, ma per funzionare ha  bisogno di una congettura eccessiva, di un processo paranoide.&nbsp; Sotto il governo dello spettacolo, scrive Guy Debord, &ldquo;possiamo vedere  scatenarsi all&rsquo;improvviso, con un tripudio carnevalesco, una fine parodistica  della divisione del lavoro&hellip;un finanziere canta&hellip;un fornaio espone le sue  preferenze letterarie, un attore governa, un cuoco disserta sui tempi di  cottura come momenti essenziali della storia universale&rdquo;.&nbsp; <\/p>\n<p>Nel feticismo compare una prevalenza della visibilit&agrave;,  osserva Stefano Mistura in le <em>Figure del  feticismo.&nbsp; <\/em>Nei deliri gastrolatrici, aveva notato Aron, <em>&ldquo;c&rsquo;&eacute;tait la mise en pi&egrave;ces  de toute une repr&eacute;sentation  gastronomique&rdquo;.<\/em>&nbsp;  Gli atti alimentari, con la nuova cucina, non hanno pi&ugrave; un senso,  invitano all&rsquo;ascesi, temono la &ldquo;cosa cucinaria&rdquo;, si rifugiano nel nome del  discorso, diventano mere icone.&nbsp; In  questo modo sopravvivono dentro un&rsquo;insopportabile contingenza, coatti ad una  ben strana creativit&agrave;.&nbsp; Essa esprime meno  la sua epoca di quanto non la esalti in ci&ograve; che essa non &egrave; stata.&nbsp; A met&agrave; del Trecento Firenze e Siena furono  devastate dalla peste, ma la pittura, che continua a  produrre Vergini opulente e placide, la ignora. &nbsp;Nel luogo comune di arte c&rsquo;&egrave; una cosa che non  si pu&ograve; rompere, l&rsquo;illusione della rappresentazione, anche se questo concetto &egrave; informulabile se non per metonimia, il suo fine &egrave; la sua  ragione, consente all&rsquo;arte di rappresentare il sacro nelle sue forme attualizzate,  almeno fino a quando non si pone il problema dell&rsquo;arte  nella sua corretta prospettiva, essa non &egrave; qualcosa che, come un&rsquo;escrescenza  creativa dell&rsquo;uomo si constata, ma esige di essere costruita nei suoi  pre-concetti.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&rsquo;uomo &egrave; l&rsquo;unico animale cuciniere. 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