{"id":3152,"date":"2007-05-05T12:28:52","date_gmt":"2007-05-05T11:28:52","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pages.mi.it\/index.php\/2007\/05\/05\/food-design-sesta-esercitazione\/"},"modified":"2008-02-06T21:59:20","modified_gmt":"2008-02-06T20:59:20","slug":"food-design-sesta-esercitazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/index.php\/2007\/05\/05\/food-design-sesta-esercitazione\/","title":{"rendered":"FOOD-DESIGN &#8211; Sesta Esercitazione"},"content":{"rendered":"<p align=\"center\"><strong>Food-design.<\/strong><br \/>\n  (Sesta esercitazione.  Si compone di due prove indipendenti.) <\/p>\n<p align=\"center\">*****<br \/>\n    <u>Prima prova<\/u><\/p>\n<p>    <strong>Realizzare la ricetta del <em>p&acirc;t&eacute;<\/em> interpretandola in modo classico. <\/strong><br \/>\n  (Cerca nella rubrica  sui &ldquo; <a href=\"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/index.php\/category\/la-storia-e-i-suoi-teatri-gourmand\/\">teatri gourmand<\/a> &rdquo;, in questo stesso sito, gli eventuali suggerimenti.) <\/p>\n<p align=\"center\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/wp-content\/img\/2007\/05\/classica.jpg\" border=\"1\" \/><\/p>\n<p align=\"center\"><em>La prova dev&rsquo;essere commestibile e il voto dipende dalle sue qualit&agrave;  cucinarie.<\/em><\/p>\n<p align=\"center\">(Questa esercitazione  vale <strong>due<\/strong> punti, se &egrave; realizzata da  due studenti vale un punto a testa.) <\/p>\n<p align=\"center\">*****<\/p>\n<p align=\"center\"><u>Seconda prova<\/u><\/p>\n<p>    <strong>Realizzare la ricetta del <em>p&acirc;t&eacute;<\/em> destrutturandola nelle sue parti e nei suoi elementi. <\/strong><\/p>\n<p align=\"center\"><em>La prova dev&rsquo;essere commestibile e il voto dipende dalla sua qualit&agrave;  cucinaria.<\/em><\/p>\n<p align=\"center\">&nbsp;<\/p>\n<p align=\"center\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/wp-content\/img\/2007\/05\/lievre.jpg\" border=\"1\" \/><br \/><small>Interpretazione del  ristorante Transversal del Mus&eacute;e d&rsquo;art contemporain du Val-de-Marne della <em>Li&egrave;vre royal retour d&rsquo;Asie<\/em> di Paul  Bocuse<\/small><\/p>\n<p align=\"center\">(Questa esercitazione  vale <strong>tre<\/strong> punti, se &egrave; realizzata da  due studenti vale un punto e cinquanta a testa, se realizzata da tre studenti  vale un punto.) <\/p>\n<p align=\"center\">&nbsp;<\/p>\n<p align=\"center\">*****<\/p>\n<p align=\"center\"><strong><em>Come un  dilettante pu&ograve; preparare<\/em> <\/strong><br \/>\n    <strong><em>un <\/em>p&acirc;t&eacute; <em>di stagione alla moda dell&rsquo;Is&egrave;re<\/em><\/strong><br \/>\n    <strong><em>stando in  Italia. Per dodici commensali<\/em> <\/strong><\/p>\n<p>Far  marinare per quattro\/cinque ore, nel Ma&shy;dera, 400 g. di noce di vitello, 200 g. di filetto di maiale,  un fagiano di media grossezza. Le carni tagliate a pezzetti, il fagiano  disossato con il petto tagliato a striscioline. Sale e pepe quanto basta.  Scottare con due noci di burro due foglie di alloro, un rametto di rosmarino,  un pilucco di salvia, la punta di un coltello di pepe nero schiacciato con una  lama, il fegato del fagiano, una manciata di fegatini di pollo e una di  fegatini di coniglio, meglio se di tacchino. Tutti puliti con cura. Tritate e  poi battete in un mortaio le carni meno il petto del fagiano. Aggiungete 50 g. di lardo rosa battuto  fine, 50 g.  di strutto bianco, un bicchierino di Cognac e mezzo bicchierino di vino di Porto,  dodici marroni lessati e schiacciati, 30 g. di mandorle tritate fini, un cucchiaino  di noce moscata tritata, qualche pilucco di timo fresco, se &egrave; possibile, cinquanta  grammi di midollo di bue pulito, scottato e schiacciato con una forchetta.  Aggiungete met&agrave; del Madera rimasto, impastate bene e a lungo, con le mani.<br \/>\n  Stendete  la pasta (vedi avanti), foderateci uno stampo rettangolare (quello per il pane  a cas&shy;setta). Disponete sul fondo uno strato di fettine di lardo tagliate fini,  poi, met&agrave; della farcia. Aggiungete il petto del fagiano mescolato con due  tartufi neri tagliati a fiammifero, spruzzate con un po&rsquo; di cognac. Coprite con  il resto della farcia pre&shy;mendo bene con le mani. Riassettate la pasta e  chiudete sigillando i bordi dopo averli inumiditi. Praticate tre forellini di  circa un centimetro di diametro sul tetto e infilate in ognuno un rotolino di  carta oleata imburrata. Sono gli sfiatatoi per l&rsquo;umidit&agrave; che si forma durante  la cottura. Dorate con un tuorlo d&rsquo;uovo. Decorate il &ldquo;tetto&rdquo; con un traliccio  di pasta o con altre figure. Mettete in forno caldo (175&deg;) per un&rsquo;ora e poi a  calore ridotto per altri 20 minuti. Se durante la cottura tende a co&shy;lorirsi  troppo coprite il <em>p&acirc;t&eacute; <\/em>con un po&rsquo; di allu&shy;minio. Servite quando &egrave;  caldo\/tiepido. <br \/>\n  Pasta <em>&agrave;  foncer.<\/em><br \/>\n  Fate sul  marmo un cratere con 500 g.  di farina setacciata, aggiungete 300   g. di burro, 2 uova, 15 g. di sale, pepe, acqua un  po&rsquo; alla volta. Impastate bene e lasciate la pasta a riposare su una scodella  all&rsquo;aria per almeno due ore prima di stenderla.<\/p>\n<p align=\"center\"><strong>N.B.<\/strong><br \/>\n    <strong>&Egrave; possibile ridurre la preparazione a sei commensali riducendo del  cinquanta per cento gli ingredienti principali e del quaranta per cento le  materie grasse o aromatiche.<\/strong><\/p>\n<p align=\"center\">(I marroni possono essere sostituiti con tre cucchiai di farina di castagne. I tartufi con due cucchiai di burro o di olio aromatizzati al tartufo.)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<table width=\"100%\" border=\"0\">\n<tr>\n<td align=\"center\">\n    <a href=\"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/wp-content\/img\/2007\/05\/sesta01_big.jpg\" target=\"_blank\"><br \/>\n      <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/wp-content\/img\/2007\/05\/sesta01.jpg\" border=\"0\" \/><br \/>\n    <\/a>\n  <\/td>\n<td align=\"center\">\n    <a href=\"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/wp-content\/img\/2007\/05\/sesta02_big.jpg\" target=\"_blank\"><br \/>\n      <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/wp-content\/img\/2007\/05\/sesta02.jpg\" border=\"0\" \/><br \/>\n    <\/a>\n  <\/td>\n<\/tr>\n<\/table>\n<p align=\"center\">*****<\/p>\n<p align=\"center\"><strong>Sulla  farcia<\/strong><\/p>\n<p align=\"right\"><em>C&#8217;&egrave; del marcio in Danimarca! <br \/>\n<\/em>Shakespeare<\/p>\n<p align=\"right\"><em>Chi coltiva l&rsquo;illusione dello Stato &egrave;  destinato ad essere digerito e cacato.<\/em> <br \/>\n  Alla maniera di Rabelais<\/p>\n<p>La farcia  &#8211; come la politica nel mondo rove&shy;sciato della forma di Capitale &#8211; &egrave; il  capolavoro assoluto della putretudine. A differenza di questa, tuttavia, la  farcia &egrave; il terreno stesso della resurrezione del negativo, catarsi, vale a  dire, pirolettando su Hegel, uno dei culmini del sapere gastrologico.<br \/>\n  Parlando  di farce ci prenderemo alcune libert&agrave;, d&rsquo;includere fra quelle di dicembre anche  i &ldquo;pasticci&rdquo;, ovvero i <em>p&acirc;t&eacute;s &#8211; <\/em>questi testamenti del fegato! &#8211;  soprattutto i <em>p&acirc;t&eacute;s de venaison, <\/em>il <em>p&acirc;t&eacute; <\/em>di merlo della Corsica e  i <em>p&agrave;t&eacute;s de chat <\/em>di cui i politici sono gli applauditi <em>marchandes. <\/em>Poi,  le <em>terrines, <\/em>pensando a quelle di <em>foie de canard <\/em>di Toulouse e di  N&eacute;rac, le carpe farcite <em>au foie gras <\/em>di Neuvic e i <em>godiveau &agrave; la  bourgeoise <\/em>e quello alla Richelieu. Ancora, visto che la cucina &egrave; un  camposanto e che noi, a differenza di George Sand, non vogliamo ri&shy;pulire n&eacute;  questa, n&eacute; Rabelais, aggiungiamo i <em>p&agrave;t&eacute;s <\/em>all&rsquo;italiana, quegli &ldquo;affogati&rdquo;  nella gelatina che an&shy;nunciano i pranzi di nozze e fanno la gloria delle  rosticcerie sul corso, ma sarebbe gi&agrave; vergogna de&shy;finirli <em>aspic de farce de fois.<\/em><br \/>\n  La  pratica della sin&egrave;ddoche ci permette una paren&shy;tesi e un&rsquo;acrimonia, giacch&eacute; la  farcia &egrave; il blu di meti&shy;lene del politico e della sua cattiva coscienza. Am&shy;bedue  sottendono un ordine gerarchico, ma solo nella politica s&rsquo;invera la struttura  sacrificale della societ&agrave; che favorisce il sonno storico dell&rsquo;agnello\/operaio,  che &egrave; poi dire, senza rugosit&agrave; e ricorrendo al gergo analitico, che la farcia &egrave;  il con&shy;tenuto effettuale ed espressivo dell&rsquo;<em>Es<\/em>, &ldquo;il nipote invece dello zio&rdquo;,  una caricatura umorale delle cir&shy;costanze, per usare una colorita formula del  Gorini. <br \/>\n  Come  contenuto espressivo dell&rsquo;<em>Es<\/em> appalesa la pul&shy;sione mimetica  che spinge al consumo di cadaveri, pulsione che esacerba il desiderio di  distruggere e di assorbire la violenza-forza della vittima. Tuttavia,  incidendola col senso comune, questa pulsione ap&shy;pare oggi come un &ldquo;istinto&rdquo; che  ha perso la sua lai&shy;dezza. Prova non richiesta della domesticazione politica  delle emozioni, dell&rsquo;odore di rigovernatura delle democrazie borghesi.<br \/>\n  Quanto  alla piroetta hegeliana vale la pena di far notare come <em>l&rsquo;homo <\/em>&egrave; cos&igrave;  strettamente legato <em>all&rsquo;humus <\/em>da rendere apodittico l&rsquo;equilibrio lin&shy;guistico  di una <em>bonne farce. <\/em>Ma di questa dimostrazione deve rendere conto, ci&ograve;  che non siamo, il <em>philosophe de table. <\/em> <br \/>\n  Per  essere dialettici a noi basta la differenza, e lasciamo volentieri agli &ldquo;accademici&rdquo;  la <em>felix culpa <\/em>d&rsquo;imporre &#8211; nell&rsquo;insonnia neo-heideggeriana &ndash; l&rsquo;uno sull&rsquo;altro,  visto che nella nostra cucina un <em>amen <\/em>&egrave; sufficiente per passare dalla  vigilia all&rsquo;unto, per festeggiare la festa sugli altari decorati di <em>boudins <\/em>&#8211;  il cui ri&shy;pieno, drogato dal sangue e dagli escrementi, si digerisce meglio,  insegnano i beccai di K&ouml;nigsberg, se innaffiato con l&rsquo;<em>eau de mille fleurs. <\/em>La  festa scatena la prodigalit&agrave;, cosa c&rsquo;&egrave; di pi&ugrave; sospetto agli occhi feriali dei  nemici della dialettica?<br \/>\n  Per  passare oltre, la farcia &#8211; sotto l&rsquo;aspetto fe&shy;nomenologico &#8211; invera la figura  del &ldquo;corpo to&shy;tale&rdquo; &#8211; quella che nelle topiche di Jacques Lacan forza lo stadio  dello specchio, da essa sono esclusi le appendici e le protuberanze, tutti gli  orifizi e tutti i ger&shy;mogli, ogni traccia d&rsquo;incompiutezza, di crescita e di  moltiplicazione. <br \/>\n  Non nasce  forse con la diarrea la coscienza della rivolta? <br \/>\n  Cruda,  soprattutto quando &egrave; a base di fegati, essa ha lo stesso buon odore fiorito dei  &ldquo;gioielli discreti&quot;, poi, subentra il cotto come sua verit&agrave;, espressione  di una <em>p&eacute;psis, <\/em>nel compendio di Teofrasto, evento ontolo&shy;gico che prende  consistenza nell&rsquo;oscura chiarezza della cottura e che i <em>jurons <\/em>&#8211;  snocciolati sull&rsquo;impasto &#8211; profumano di speranze leccarde, come quella, dice  Rabelais, di veder cadere l&rsquo;arrosto dalla croce.<br \/>\n  Le  catacresi, che accompagnano lo smembra&shy;mento preparatorio dell&rsquo;animale, e le  metonimie, con le descrizioni di battaglie, rafforzano l&rsquo;alle&shy;goria  gastrologica della farcia di precipitare verso il basso, il materiale e il  corporeo, le illusioni politiche di Roncisvalle, il senso stesso di con&shy;flitto  e di violenza di cui si nutre la morale bor&shy;ghese. <br \/>\n  Cos&igrave;,  parafrasando Emmanuel L&eacute;vinas, &laquo;la cucina si oppone alla morale come la  filosofia all&rsquo;ingenuit&agrave;&raquo;. Questa funzione oppositiva della cucina svillaneggia  una presunzione del politico, di voler semplificare gl&rsquo;intrecci di senso a  scapito dei significati, senza rendersi conto che, ogni volta, a dispetto delle  apparenze, non &egrave; il &ldquo;senso&rdquo;, ma il &ldquo;nesso&rdquo; ad essere semplificato. Rileva que&shy;sto  nesso un discepolo di Hegel: &egrave; la guerra, epi&shy;fania solare delle illusioni  della politica. Una lu&shy;cidit&agrave; che non appartiene n&eacute; ai filo-nietzchiani, n&eacute; ai  pessimisti, cio&egrave;, a quelli che non sanno ve&shy;dere che lo spirito &egrave; qualcosa di  simile ad un osso.<br \/>\n  Considerato,  come spiega Freud, &laquo;che in certi casi la <em>Kreug<\/em>significa il suo dolore&raquo; ,  notiamo di passaggio, come il lardo dei politici &egrave; edipico, frutto di cattive  rimozioni pi&ugrave; che di pantagrueliche digestioni. <br \/>\n  Alle in&shy;famie  del politico preferiamo i paradossi del mondo alla <em>roversa<\/em>, dei goliardi, giusta l&rsquo;interpretazione glottologica di  &ldquo;golosi&rdquo;, di Eliogabolo, indoratore di pesci, di becchi d&rsquo;uccello e di zampe di  pavone, di Jeffrey Hudson, un nanetto alto diciotto pollici che Walter Scott  celebra con il nome di <em>Peveric of the  Peak<\/em>, di professione farcia nei <em>p&acirc;t&eacute;s <\/em>di Carlo di Scozia. Tagliata  la crosta l&rsquo;Hudson balzava fuori, recitava un breve com&shy;plimento di  circostanza, faceva la riverenza e se ne andava.<br \/>\n  Non  riusciamo ad immaginare una metafora pi&ugrave; ricca di saggezza senile di questa  irruzione del meraviglioso nel pranzo. Aggiungiamo che Jef&shy;frey Hudson si era  meritato, per questo, due invidiabili privilegi, di non togliersi mai il  berretto davanti alla corte e &#8211; con dispensa papale &#8211; di mangiar grasso tutti i  giorni dell&rsquo;anno.<br \/>\n  A  differenza della festa &#8211; che ha gli stessi leg&shy;giadri attributi dell&rsquo;acqua,  bevanda e specchio dell&rsquo;uomo &#8211; lo spettacolo, come la politica, sono una <em>forma  divorante. <\/em>Prendere le parti della cu&shy;cina vuol dire, allora, riconoscere l&rsquo;audacia,  ov&shy;vero, la chiaroveggenza dei tropi. Essi sono stati, nella fattispecie, come  scrive Ferdinando Neri, le vere <em>farcitures <\/em>dei secoli intorno all&rsquo;anno  mille. La concordanza genetica, che diamo per scontata, tra &ldquo;farcia&rdquo; e &ldquo;farsa&rdquo; &#8211;  comune nel basso latino -spiega il fine delle <em>&eacute;p&icirc;tres farcies &#8211; <\/em>per l&rsquo;arciere  e la freccia &egrave; lo stesso, il volo, battere senza piet&agrave; i<br \/>\n  santi e i  sintomi. <em>&laquo;C&#8217;est l&agrave; un vrai motif de  farce&raquo;<\/em>, scrive Henning Mortensen!<br \/>\n  Resta la  questione sulla legittimit&agrave; di contrap&shy;porre la farcia al politico. &Egrave; una  litote. Essa di&shy;scende dal fatto che nessuno mai si sarebbe so&shy;gnato nel XV  secolo di chiamare <em>farces <\/em>le <em>diableries <\/em>dei misteri.<br \/>\n  Il  concerto genetico si rafforza, infine, con la constatazione che la farsa &egrave;  tecnicamente, un <em>entremets, <\/em>una forma totale che spezza il mistero  tragico. Divaricandosi nel <em>ludus <\/em>e <em>nell&rsquo; interludium <\/em>essa perde,  rispetto alla &ldquo;farcia&rdquo; la consi&shy;stenza grottesca <em>dei due corpi in uno solo, <\/em>l&rsquo;inde&shy;cenza  chiassosa dei <em>chiarivari, <\/em>la follia festiva. Cos&igrave;, inaugurando il 18  Brumaio di Luigi Bonaparte a Marx non rimane che sancirne la <em>Spaltung<\/em>definitiva,  conseguenza di una tragedia, come spettacolo.<br \/>\n  La chiave  analitica mostra con sufficiente evi&shy;denza la forza del <em>transfert <\/em>se  intendiamo questa espressione come un punto di non ritorno, quello nel quale la <em>scaltrezza <\/em>della parola sopravvanza la <em>pesantezza dell&rsquo;esperienza  leccarda. <\/em>Questa scaltrezza rende sinonimi regressione e caduta forcludendo  gli &ldquo;enigmi profetici&rdquo; <em>degli &eacute;p&icirc;tres farcies, <\/em>l&rsquo;aspetto anti-moderno  della festa, di essere collettiva e storica, di fermare il tempo del pro&shy;gresso.<br \/>\n  Diciamo,  allora, che la farcia rivela l&rsquo;iperdeterminazione della parola nella politica <em>come  sintomo di una ferale debolezza, <\/em>allo stesso tempo in cui essa aspira ad  essere l&rsquo;&laquo;incendio mondiale&raquo; del desiderio, di cui parla Michail Bachtin.<br \/>\n  Il nodo e  la spada sono i simboli del buon go&shy;verno, all&rsquo;opposizione non resta che il  fuoco.<\/p>\n<p>(Tratto da, Gianni-Emilio  Simonetti, <em>Agguati<\/em>, Genova, 1992.)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Food-design. 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