{"id":1102,"date":"2006-06-18T11:17:25","date_gmt":"2006-06-18T09:17:25","guid":{"rendered":"http:\/\/www.pages.mi.it\/index.php\/2006\/06\/18\/il-santo-e-le-seigneur\/"},"modified":"2008-02-06T21:40:16","modified_gmt":"2008-02-06T20:40:16","slug":"il-santo-e-le-seigneur","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/index.php\/2006\/06\/18\/il-santo-e-le-seigneur\/","title":{"rendered":"Il santo e \u00ab le seigneur \u00bb"},"content":{"rendered":"<p align=\"right\"><em>C&#8217;est, dist Panurge, ce qu\u00e9 l&#8217;en dit en prouverbe commun<br \/>\n<\/em><em>Le mal temps passe, et retourne le bon<br \/>\n<\/em><em>Pendant qu&#8217;on trinque au tour du gras jambon. <\/em>\n<\/p>\n<p align=\"right\"><em>(<\/em>Rabelais <em>, Pantagruel) <\/em><\/p>\n<p>1 &#8211; <em>La sublimazione eleva l&#8217;animale alla dignit\u00e0 di Cosa<\/em>. Le sue carni, per alcune superstizioni religiose, sono immonde, per altre, arrostite, intercedono le collere divine e celebrano il nome di dio. Non per caso esse sono state le pi\u00f9 consumate fino al diciannovesimo secolo. Nell&#8217;iconografia popolare sta ai piedi di Antonio Abate, un Prometeo della cristianit\u00e0, il \u201cbriccone divino\u201d con un largo seguito di pietosi ed aristocratici tra gli italiani e gli spagnoli. Il suo nome scientifico \u00e8 <em>sus<\/em>, seguito dai predicati che identificano la variet\u00e0. I borghesi fanno derivare il suo nome da Maja, la figlia di Atlante e Pleione. I contadini lo chiamano porco e, da tempi antichissimi, se lo mangiano dallo zampetto al grugno, intinti in bagnetti verdi. Ne sono stati trovati dei resti in giacimenti del quaternario. A rigor di termini, il maiale \u00e8 il porco castrato. La femmina \u00e8 detta troia o scrofa, le cui mammelle non succhiate, la maternit\u00e0 le deteriora, erano particolarmente apprezzate nella cucina romana e medioevale. Verro \u00e8 il maschio adulto. Quando sta ai piedi di Antonio \u00e8 il simbolo dei desideri dominati ed asserviti. Un <em>objet petit a<\/em>, prima della lettera, che allude alla castrazione del santo, condannato alla mancanza simbolica di un oggetto immaginario: i piaceri immondi che hanno macchiato, nel racconto popolare, la sua ascesi.<\/p>\n<p align=\"center\"><a class=\"imagelink\" title=\"naturamorta.jpg\" href=\"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/wp-content\/img\/2006\/06\/naturamorta.jpg\"><img decoding=\"async\" id=\"image103\" alt=\"naturamorta.jpg\" src=\"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/wp-content\/img\/2006\/06\/naturamorta.miniatura.jpg\" \/><\/a><\/p>\n<p>Per il calendario liturgico Antonio si festeggia il diciassette gennaio con l&#8217;accensione di grandi fal\u00f2. Questi fuochi contadini annunciano il Carnevale, la morte della lesina, il rifiorire degli appetiti, gli stessi che travolsero i suoi genitori, pellegrini con voto di castit\u00e0 a Santiago di Compostela. Concepito cos\u00ec era inevitabile che finisse al servizio del diavolo e ne apprendesse l&#8217;astuzia e i poteri, come quello che gli permise di attenuare il fuoco dell&#8217; <em>herpes zoster<\/em>, una malattia cutanea che funest\u00f2 per secoli l&#8217;Europa cristiana e che il linguaggio comune gli ha dedicato.<\/p>\n<p>A partire dal quindicesimo secolo, dunque, la figura di Antonio \u00e8 associata a quella del maiale, prima nella forma di un cinghiale, poi di un porco civilizzato, uno dei suoi quattro attributi, come mostra la statua lignea del santo conservata nel museo storico della facolt\u00e0 di medicina di Lione. Gli altri tre sono il bastone sormontato da un <em>tau<\/em>, una campanella, le fiamme, che gli circondano i piedi. Una propriet\u00e0 in odore di totemismo, che rinvia al culto del cinghiale, conosciuto a Babilonia e da l\u00ec migrato in Fenicia, a Cipro, in Grecia e, poi, a Roma. Sacrificato all&#8217;Afrodite di Cipro, il porco esprime il doppio legame di animale sacro ed impuro e, pi\u00f9 in l\u00e0, di oggetto di culto femminile. Vi si dedicavano delle donne che si ritenevano \u201ctroie\u201d e che, una volta l&#8217;anno, lo uccidevano, se lo mangiavano e poi lo piangevano. Un&#8217;elegante simbologia dell&#8217;inverno che spegne la vita della natura, dietro la quale si maschera la gelosia di Ares per Adone, al quale un cinghiale, istigato dal dio della guerra, mangi\u00f2 i genitali facendo fiorire, dal sangue caduto sull&#8217;erba, gli <em>anemoni coronarie<\/em>.<\/p>\n<p>Ad altre interpretazioni, invece, si presta il maiale dipinto ai piedi del santo da Mathias Gr\u00fcnewald e conservato al museo di Colmar. Per molti devoti \u00e8 un simbolo della donna, la metafora della lussuria che scorazza per le strade, la figura della cortigiana che fa bollire i desideri e tutto infetta. C&#8217;\u00e8 un riscontro nella chiesa del piccolo paesino di N\u00e9vache, ad un passo dal Piemonte, nel Delfinato, \u00e8 un affresco che rappresenta una donna semisdraiata su un maiale, fa il paio con quello della chiesa di Notre-Dame-du-Bourg, a Digne, una donna a cavalcioni di una troia con questa iscrizione: <em>\u201cQuar a luxurie me soy donea\/ En enfer me porta la troya\u201d<\/em>.<\/p>\n<p>Di nuovo mali ardenti spenti con il grasso del maiale, di nuovo donne vittime del <em>feu sacr\u00e9<\/em>. Ma era veramente grasso di maiale? A Grenoble l&#8217;ordine degli antoniani acquistava prosciutto e lardo, mai strutto, lo si deduce leggendo i documenti del fondo omonimo dedicato al santo, negli Archives du Rh\u00f4ne. Nell&#8217;agiografia, intanto, donne e troie si mescolano. C&#8217;era una volta un re di Catalogna che scopr\u00ec il diavolo mentre possedeva sua moglie, il santo, mosso a compassione, liber\u00f2 la regina dall&#8217;incomodo amante. A suo tempo nacque un porcellino senza occhi n\u00e9 zampe. La leggenda, in arabo, compare in uno scritto pubblicato nel 1646 da Abraham Ecchelensis maronita sul Mont-Liban.<\/p>\n<p>I porci, come i cani di Monseigneur Saint-Hubert, hanno fatto parecchia strada nell&#8217;immaginario, fino a meritarsi una messa che veniva detta una volta l&#8217;anno nella chiesa di San Antonio in Roma, di solito nello stesso periodo in cui si castravano gli asini e si selezionava la mula bianca, cavalcatura del papa. Una coincidenza che ci parla di un rapporto con il Nome del Padre fondato sull&#8217;angoscia di castrazione, sulla paura di venire <em>femminilizzato<\/em>. Meglio, allora, lo stare sui carboni ardenti, meglio sentirsi travolto dai sintomi somatici che bruciano l&#8217;io-pelle, che affrontare il godimento. Jeronimus Bosch lo aveva intuito quando combin\u00f2 membra umane, utensili da cucina, pesci, sauri e volatili, tutto un catalogo degli incubi che si evolve intorno al santo eremita e lo condanna alla cecit\u00e0 isterica. Si osservi Antonio, il collo teso in avanti e gli occhi fissi sul vuoto, accucciato nel ventre cavo di un tronco d&#8217;albero. Come dice Freud? Poich\u00e9 desideri cos\u00ec tanto vedere cose sessuali, ebbene non vedrai pi\u00f9 nulla del tutto.<\/p>\n<p>Molto pi\u00f9 problematiche sono le <em>tentazioni <\/em>di Victor ed Heinrich Dunwegge conservate nella collegiata della chiesa di Xanten in Prussia. In questo dipinto della fine del quindicesimo secolo, certamente meno famoso della <em>crocifissione <\/em>di Monaco, Antonio \u00e8 ritratto mentre affronta le lusinghe terrestri. Le grandi in primo piano, le altre che sfumano sullo sfondo. Sono tre dame sorridenti e un gigantesco diavolo depilato sul davanti e con i seni. L&#8217;ovviet\u00e0 di ci\u00f2 che da sempre tenta gli uomini finir\u00e0 per trasformare questo santo egiziano, era nato a Coma, in un&#8217;icona buona per tutte le latitudini e rafforzer\u00e0 la battaglia contro la <em>libido <\/em>femminile dietro la quale balugina quella tra il sesso e il genere. La terapia \u00e8 chiara, per liberarsi dalle catene del desiderio occorre fare a pezzi la \u201ctroia\u201d che lo incarna, un affare da <em>charcutiers<\/em>. Ma la sublimazione richiede l&#8217;intervento di una perversione, l&#8217;appagamento desessualizzato \u00e8 di natura narcisistica.<\/p>\n<p>Alla superficie delle cose mondane il maiale \u00e8 integrato con l&#8217;ordine ospedaliero del santo, gli viene asportato un pezzo di orecchio, lo marchiano con un <em>tau <\/em>per riconoscerlo ed \u00e8 nutrito a spese della comunit\u00e0. Poi, una volta l&#8217;anno lo si lava, lo s&#8217;infiocchetta e lo si trascina in chiesa ad assistere ad un <em>obitus<\/em>. Alla fine si fa a pezzi e, come avviene in Alsazia o nel centro Italia, gareggiando per il prosciutto pi\u00f9 grande o il <em>p\u00e2t\u00e9 <\/em>meglio riuscito. Il fallo, in queste cronache, non \u00e8 solo una forma o un&#8217;immagine e tanto meno un fantasma, \u00e8 il significante del desiderio in tutte le sue metamorfosi. Esemplare \u00e8 quella che lo lega all&#8217;incidente del 13 ottobre 1131 in cui perse la vita il delfino di Francia, che inciamp\u00f2 con il suo cavallo in un porco lungo una strada di Parigi. Mezzo secolo dopo Luigi XI prese una sofferta decisione. Solo i porci di \u201cMonseigneur sainct Anthoyne\u201d potevano circolare per le strade, a patto che avessero al collo una campanella. Era un riconoscimento del potere di questo <em>\u201ccommandeur jambonnier\u201d<\/em>, come Rabelais, medico, definisce il santo. Un potere che si riflette sui privilegi di certi ospedali, come il San Antonio di Genova, che a met\u00e0 del Quattrocento aveva cos\u00ec tanti maiali da costituire un pericolo per chi si avventurasse dalle sue parti.<\/p>\n<p align=\"center\"><a class=\"imagelink\" title=\"Drogo.jpg\" href=\"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/wp-content\/img\/2006\/06\/Drogo.jpg\"><img decoding=\"async\" id=\"image104\" alt=\"Drogo.jpg\" src=\"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/wp-content\/img\/2006\/06\/Drogo.miniatura.jpg\" \/><\/a><br \/>\n<small>Gran Bretagna. Castello di Drogo. La cucina.<\/small><\/p>\n<p align=\"right\"><em>Saint Panchard n&#8217;a point soup\u00e9<br \/>\n<\/em><em>Donne-z-y eune crout&#8217; d&#8217;p\u00e2t\u00e9<br \/>\n<\/em><em>Taillez haut, taillez bas<br \/>\n<\/em><em>Ch&#8217;est son cul qu&#8217;ch&#8217;tient l&#8217;plus gras. <\/em><\/p>\n<p><em>2 \u2013 L&#8217;economia e la politica sono maniere differenti di trattare il vuoto della Cosa<\/em>. Grimod de la Reyni\u00e8re, famoso per il suo <em>Almanach des Gourmands<\/em>, ne aveva uno che mangiava spesso alla sua mensa e dormiva con lui nella stessa stanza. Un amico al quale, si racconta, consacr\u00f2 le sue lacrime pi\u00f9 sincere quando la fatalit\u00e0 mise termine alla loro curiosa amicizia. Dicono che lo fece seppellire e che brig\u00f2, invano, per far celebrare la funzione ad un rabbino. Preferiva confidare nel potere della <em>kasherut <\/em>piuttosto che nella temperanza dei preti. Da tempo, le forme economiche inverano nella nevrosi il nome del padre per meglio celare le analisi costi-benefici. In questo modo una curiosa coincidenza topica lega il mangiare al dire e il vietato alla logica dell&#8217;inconscio. Il porco \u00e8 immondo perch\u00e9 minaccia la nostra saziet\u00e0, non si nutre di vegetali ad alto contenuto di cellulosa, indigesti per l&#8217;uomo, ma ingrassa con le patate, la soia, il mais, il frumento e, se \u00e8 fortunato, con le mele. Le ghiande di fatto, fuori dalle favole, servono solo a mantenerlo in vita senza farlo ingrassare.<\/p>\n<p>Nella logica della prossimit\u00e0 le ragioni sono pi\u00f9 antropologiche. La domesticazione del cinghiale a maiale, nella tesi evoluzionista di Geoffroy Saint-Hilaire, ha sviluppato in alcune culture un tab\u00f9 per le sue carni, che si spiega con gli artifici delle ideologie primitive, cos\u00ec come, in altre ha fatto fiorire un&#8217;angoscia, che la religione cristiana ha preteso di risolvere con l&#8217;abbaglio della transustanziazione. Un&#8217;angoscia che il nome, con il quale spesso lo si battezza, aggrava e fa di esso il significato di una funzione paterna, di colui-che-a-tutto-provvede, sul quale si rovescia la finalit\u00e0 fondamentale, come scrive Jacques Lacan, di <em>maudire Dieu<\/em>. Ecco perch\u00e9 nell&#8217;Europa contadina i maiali lo ricevevano e il loro pasto, chiamato \u201czuppa\u201d o \u201cbroda\u201d, era assimilato a quello di coloro che li allevavano. Era un dovere delle donne di casa fare la sua \u201c <em>marmite <\/em>\u201d e portargliela accompagnandola con qualche carezza. Cos\u00ec, quando il momento di ucciderlo arrivava, lo si accusava di essersi trasformato in una bestia immonda o, meglio, in un \u201csignore\u201d da assassinare rispettando determinate regole d&#8217;ordine magico religiose, mai il venerd\u00ec, mai in presenza di donne che \u201cnon prendono\u201d, cio\u00e8, che non \u201cmontano\u201d, perch\u00e9 mestruate. Un doppio registro, in cui intervenivano, sul piano della collettivit\u00e0, anche le forme del politico, non per caso la sua uccisione prendeva spesso gli <em>allures <\/em>dei simulacri rivoluzionari. I signori, infatti, qualunque sia la loro specie, non hanno il diritto d&#8217;ingrassare a spese dei contadini, soprattutto se hanno, come dicono i francesi e i piemontesi la \u201cveste di seta\u201d. Con un nonnulla di arguzia si pu\u00f2 vedere, in questo schema di \u201cfamiliarizzazione\u201d e \u201cdistacco\u201d, anche dell&#8217;altro. Le figure del <em>fort\/da <\/em>con le quali il bambino esprime la sua ostilit\u00e0 e, dunque, il suo desiderio di vendetta verso chi \u00e8 causa dell&#8217;angoscia che lo assilla. La stessa angoscia che si nasconde nel mangiare colui che ha ricevuto un nome e che si esorcizza con una cerimonia parossistica, diventando il sintomo di una deriva inconsciamente scatologica dietro la quale si scorge un ritorno del piacere anale, necessario, perch\u00e9 ogni incorporazione corrisponde ad un fantasma, cio\u00e8, in qualcosa che la \u201clegge\u201d trasforma in una parte dell&#8217;io passando per i misteri della biochimica corporea. Questo fantasma, come osserva Sigmund Freud, annuncia la malinconia. Essa ci dice qualcosa di perfido, che nel mito cannibalico con il quale si \u201cgiustizia\u201d il maiale si nasconde un <em>incesto alimentare <\/em>al quale il costume contadino ha dato mille volti. In Grecia, una \u201ctroia\u201d ha nutrito Zeus. Nelle campagne \u00e8 il terzo figlio che accudisce i maiali che lo hanno nutrito e, come sottolinea Omero, lo si cucina bollendolo, per nascondere l&#8217;odore dell&#8217;arrostito agli dei e sottolineare, come osserva Claude L\u00e9vi-Strauss, il segno sociale dell&#8217;ordine che si costituisce.<\/p>\n<p>Facciamo un passo indietro, l&#8217;analisi costi-benefici mostra anche una ragione storica per quanto riguarda la cultura ebraica e quella mussulmana. Prima di diventare un&#8217;interdizione alimentare, infatti, il maiale era detestato dagli egiziani perch\u00e9 mangiava i rifiuti, era antropofago e portatore di parassiti, addirittura era sospettato di trasmettere la lebbra, cos\u00ec, gli era proibito l&#8217;ingresso nei templi, era scacciato dalle strade e mai una volta fu dipinto sulle pareti delle tombe o dei palazzi. Ora, nel <em>Levitico <\/em>\u00e8 dichiarato impuro, al punto che era proibito toccarlo, proprio da Mos\u00e8, allevato presso i Faraoni. Una siffatta proibizione passando agli arabi si rafforz\u00f2 a tal punto che il <em>Comte <\/em>de Buffon, naturalista, \u00e8 dell&#8217;opinione che questo tab\u00f9 fece da freno all&#8217;espansione islamica in Cina, un paese che ama i maiali forse pi\u00f9 delle carpe e delle anatre. Un vizio condiviso con i Greci, ghiotti del suo fegato \u201ccotto tra due piatti\u201d, come scrive Aristofane in <em>Donne all&#8217;assemblea<\/em>.<\/p>\n<p align=\"center\"><a class=\"imagelink\" title=\"Cavrois.jpg\" href=\"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/wp-content\/img\/2006\/06\/Cavrois.jpg\"><img decoding=\"async\" id=\"image105\" alt=\"Cavrois.jpg\" src=\"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/wp-content\/img\/2006\/06\/Cavrois.miniatura.jpg\" \/><\/a><br \/>\n<small>Robert Mallet-Stevens, Cucina di villa Cavrois, 1931<\/small><\/p>\n<p align=\"right\"><em>E se cercando vai\/ se da l&#8217;uomo a la donna \u00e8 differenza\/<br \/>\n<\/em><em>nel modo de l&#8217;usar questa faccenda,\/ secondo la sentenza\/<br \/>\n<\/em><em>di chi par che del cibo se n&#8217;intenda,\/ dico che in ogni parte\/<br \/>\n<\/em><em>il mangiarla \u00e8 loro arte,\/se non se certe mone schifa il poco,\/<br \/>\n<\/em><em>che ne vogliono drieto poco poco. <\/em>\n<\/p>\n<p align=\"right\"><em>( <\/em>A. Fiorenzuola <em>, In lode della salsiccia) <\/em><\/p>\n<p><em>3 \u2013 Quel che c&#8217;\u00e8 di aperto, di mancante, di spalancato al centro del nostro desiderio \u00e8\u2026la Cosa<\/em>. La forma omologa, constata Ludwig Wittgenstein nel <em>Tractatus<\/em>, accomuna, ma non pu\u00f2 essere afferrata, perch\u00e9 non possiamo \u201csituarci fuori del mondo\u201d dove questa forma si rivelerebbe. Cos\u00ec, siamo destinati ad <em>ex-sistere<\/em>, a sopportare un continuo procedere oltre, smarriti in una \u201cradura\u201d che, se la intendiamo nel senso heideggeriano di <em>Lichtung, <\/em>\u00e8 una metafora della castrazione, un <em>limen <\/em>che si apre nella selva. Nella cultura contadina la chiave di questa radura, che sta alla confluenza di due sentieri, il principio di piacere e il principio di realt\u00e0, \u00e8 spesso nascosta nei riti festivi che accompagnano la morte dell&#8217;animale. Per questo, in molte parti d&#8217;Europa, invece che ad un compromesso Antonio si preferisce rendere grazie, il ventinove gennaio, a Saint Gildas, detto il Saggio, riformatore della chiesa celtica. Quel giorno alla sua effige si offre del lardo salato, lo stesso che si mette sotto sale la vigilia del marted\u00ec grasso, per poterlo resuscitare il mattino del mercoled\u00ec santo. Lardo candido, appena attraversato da venature rosate, non toccato dalle mani infette di donne mestruate che lo farebbero irrancidire. Lardo e non prosciutti, per non riaprire una dolorosa <em>querelle<\/em>, quella che contrappose la regina Fredegonda al vescovo Nectaire, futuro santo protettore dell&#8217;isola misogina di Egina, accusato da questa di aver rubato un prosciutto nella cucina di Chilp\u00e9ric, in un goffo tentativo di allontanarlo da un sinodo, quello di M\u00e2con, dove si doveva rispondere ad una tema di grande importanza, giocato sull&#8217;estensione del significato di <em>vir. <\/em>Se la donna, come <em>mulier<\/em>, possedesse un&#8217;anima.<em>Le temps de cochon <\/em>ha una liturgia secolare, con i ruoli degli attori ben definiti. Tutto ha inizio la notte della vigilia, durante la quale le donne raccolgono nei prati le erbe aromatiche per i sanguinacci e le salsicce. Si arriva fino ad una dozzina di aromi, di cui ogni cucina ha il suo segreto. Il cuore della cerimonia si svolge in due tempi, la mattina con la messa a morte, a cui segue un pranzo di circostanza la notte e il giorno dopo, per la salatura e la ripartizione delle quote. Infine, la festa finale, che pu\u00f2 anche essere officiata la domenica dopo. Se c&#8217;\u00e8 la luna piena, fa freddo e non c&#8217;\u00e8 umidit\u00e0, tanto meglio. Quello che non si dice \u00e8 che pi\u00f9 l&#8217;agonia dell&#8217;animale \u00e8 lunga, migliore \u00e8 il lardo. Che cosa ha di particolare questo calvario? La festa del maiale \u00e8 una delle cerimonie del mondo contadino dove meglio si esprime la separazione tra i sessi e la condivisione dei ruoli. L&#8217;uomo ha il suo coltello, la donna le sue padelle. Quando la lama colpisce \u00e8 lei che in ginocchio raccoglie il sangue fumante nell&#8217;alba grigia e gelida. Di questo sangue sar\u00e0 la cuoca e ne esalter\u00e0 le virt\u00f9 con la cipolla o il cioccolato amaro. Poi, con le altre donne, mentre prosegue l&#8217;opera di morte degli uomini, cuciner\u00e0, mescolandola con le patate, la carne tagliata intorno alla ferita sul collo. Nel pomeriggio iniziano i lavori che introducono alla conservazione, cominciando dalla lavatura accurata dell&#8217;animale morto, trippe comprese, se si vogliono salsicce eccellenti. Come a teatro, i ruoli ben definiti consentono di equivocare le funzioni. Le donne che preparano le salsicce sanno bene a che cosa gli uomini alludono con i loro sorrisi e i loro ammiccamenti. C&#8217;\u00e8 nell&#8217;aria, per tutto il tempo di questa cerimonia, una galanteria scatologica che culminer\u00e0 nella festa finale. L&#8217;operazione pi\u00f9 emblematica \u00e8 comunque quella della salatura, rigorosamente preclusa alle donne, prima di tutto a quelle indisposte e poi alle altre, per sicurezza, infatti, non si sa mai quando questa indisposizione comincia e quando finisce. In questi giorni non sono fertili, non \u201cmontano\u201d, anzi, mandano in malore le chiare d&#8217;uovo battute, fanno abortire la maionese, irrancidiscono il burro, rovinano le salse insieme a tutte le gestazioni lente del mondo contadino, il vino nelle cantine, il miele negli alveari e soprattutto il lardo nel sale. In Polinesia la radice della parola <em>tab\u00f9 <\/em>o <em>tap\u00f9<\/em>, si trova nel termine <em>tapa<\/em>, che significa mestruo. I \u201csabba\u201d, nella tradizione germanica, avevano un&#8217;origine mestruale. Il sangue mestruale \u00e8 un&#8217;acqua nefasta dentro la quale si specchia una femminilit\u00e0 che inquieta, che si pu\u00f2 associare al peccato originale, al serpente che la tenta e alla moltiplicazione delle sofferenze della gravidanza. \u00c9 come se un effetto di chimica sanzionasse una rottura nell&#8217;ordine delle forme sociali e, pi\u00f9 in l\u00e0, della sessualit\u00e0. La salatura delle carni e del lardo, dunque, \u00e8 un affare di uomini, come la cucina e la preparazione degli insaccati sono un affare di donne, una metafora fallica ancora pi\u00f9 evidente se la si confronta con la maturazione che segue la salatura maschile, che \u201cnutre\u201d il lardo diventando un suo attributo fecondatore. Il sale, in questo contesto, come scrive Nicolas de Locques, \u00e8 come l&#8217;oro degli alchimisti, il principio sostanziale delle cose e la loro essenza incarnata, \u00e8 \u201cil grasso del mondo\u201d. A questo simbolismo dei gesti e dei preparati alimentari si deve poi aggiungere la simbologia del linguaggio osceno che li contorna e che lega la salsa alla salatura, dentro un&#8217;etimologia che rivela il \u201csapore\u201d delle cose. In molte regioni contadine solo i temporali sono potenti quanto il sangue mestruale. I temporali, una salsa di pioggia, di venti caldi e freddi che soffiano scontrando le loro direzioni. Snervano, dicono i contadini e, come l&#8217;acqua fredda, alterano il corso delle \u201cregole\u201d. Ma che cosa temono nel profondo gli uomini? Che nelle attivit\u00e0 domestiche si riveli la misura dell&#8217;ardore amoroso delle loro donne, che fa appassire i fiori e inabissa le anime nel solco che ha smesso di essere fertile. Le mestruazioni sono una epifania del desiderio, l&#8217;odore che l&#8217;accompagna una misura della sua forza. Sono una metafora del furore lubrico femminile, che rende la donna simile ad un animale, capace di trascinare gli uomini al suo livello, qualche volta, dannandoli. Una dannazione che sar\u00e0 esaltata dalla poesia surrealista, quando rivisita il grande schema antropologico dell&#8217;inghiottimento e privilegia la mollezza come un&#8217;espressione della \u201cbellezza commestibile\u201d. Il cinismo delle statistiche \u00e8 esemplare, quasi tre quarti degli stupri avvengono in questo periodo. Cos\u00ec, <em>le temps de cochon <\/em>\u00e8 anche un tempo di presagi e di desideri, come la tempesta interiore delle donne \u00e8 portatrice di un&#8217;accelerazione del corso delle cose che fa di maggio il mese in cui le conseguenze del desiderio si vestono dei loro risvolti sociali. Le allusioni, il riso, i sotterfugi, gli incontri, i rimedi, le precauzioni fanno il loro tempo, lo fanno accompagnando il destino della salatura.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C&#8217;est, dist Panurge, ce qu\u00e9 l&#8217;en dit en prouverbe commun Le mal temps passe, et retourne le bon Pendant qu&#8217;on trinque au tour du gras jambon. (Rabelais , Pantagruel) 1 &#8211; La sublimazione eleva l&#8217;animale alla dignit\u00e0 di Cosa. 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