{"id":3216,"date":"2008-03-07T22:32:21","date_gmt":"2008-03-07T21:32:21","guid":{"rendered":"http:\/\/localhost\/pages\/index.php\/allegato-alla-prima-lezione-2007-08\/"},"modified":"2008-03-07T22:33:25","modified_gmt":"2008-03-07T21:33:25","slug":"allegato-alla-prima-lezione-2007-08","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/pages.mi.it\/oldpages\/index.php\/sussidi-lezioni-2007-08\/allegato-alla-prima-lezione-2007-08\/","title":{"rendered":"Allegato alla prima lezione 2007-08"},"content":{"rendered":"<p align=\"center\"><strong>FOOD-DESIGN. Allegato alla prima lezione.<\/strong><\/p>\n<p><strong>&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p align=\"center\"><strong> <\/strong><br \/>\n <em>Le regole di un menu non sono in se stesse pi&ugrave; o meno insignificanti delle regole del verso,<\/em><br \/>\n <em>&nbsp;a cui un poeta si sottomette. <\/em><br \/>\n (M. Douglas)<\/p>\n<p>Una considerazione introduttiva <strong>sul gusto e i segni.<\/strong><br \/>\n Il nostro cervello &egrave; una macchina insaziabile che divora in continuazione, elaborandoli, glucosio, segni e senso. <br \/>\n Nella modernit&agrave;, tra questi tre &ldquo;alimenti&rdquo;, ce n&rsquo;&egrave; uno che ha preso il sopravvento sugli altri due: sono i segni. <br \/>\n Lo intuirono per primi i futuristi, senza rendersene appieno conto, quando definirono la pastasciutta una &ldquo;assurda <em>religione<\/em> gastronomica italiana&rdquo;. Un&rsquo;apologia di segni significanti! <\/p>\n<p>Il fatto che negli atti alimentari tutto tende a trasformarsi in segno comporta due cose, che l&rsquo;immaginazione diventa uno degli stimoli formativi del gusto, che la coltivazione dei segni modifica, ancora una volta, la relazione tra la sostanza delle cose e la cultura materiale che le alleva. <\/p>\n<p>In questo modo, l&rsquo;origine e la natura del &ldquo;mangiato&rdquo; finiscono per essere devalorizzati rispetto agli aspetti formali che lo accompagnano ed acquista un&rsquo;importanza sempre maggiore l&rsquo;arte di manipolare e comunicare questi aspetti. <br \/>\n Non solo, si compie anche una importante metamorfosi strategica, questi aspetti formali avvolgono i segni con un valore etico derivato da quello estetico. <\/p>\n<p>Lo si constata sul registro della qualit&agrave; dove da tempo i suoi parametri tradizionali appaiono superati o si &egrave; alterata la scala della loro importanza. <\/p>\n<p>Forma, colore e struttura sono ora sempre pi&ugrave; essenziali alla formazione del gusto e all&rsquo;innovazione cucinaria ed esse si coniugano con le cerimonie conviviali dando vita ad un vero e proprio teatro <em>gourmand.<\/em> <br \/>\n Un teatro capace di svaporare la sostanza del desiderio dentro la sua forma letterale, come nel caso della giovinetta Meret Oppenheim, servita a tavola in pi&ugrave; di un&rsquo;occasione ai suoi scapoli immaginari, come nel &ldquo;cannibalismo&rdquo; dei futuristi o di certo cinema americano degli anni &rsquo;20, dove tutte le ragazze sono <em>sugar<\/em> o <em>honey<\/em>.&nbsp; <\/p>\n<p>In ultima analisi il gusto, liberato dalla sua millenaria guerra contro la lesina, si &egrave; rivelato avido di metafore, immagini, figure retoriche, finendo cos&igrave; per collocare le parole sopra i sapori e le sensazioni. <br \/>\n La scena alimentare &egrave; ora il luogo dove i nuovi commensali non vedono che segni e gli affamati non vedono che cose, o per altri versi, questa nuova cucina semiotica rovescia ci&ograve; che a suo tempo aveva notato Claude L&eacute;vi-Strauss: <strong>essendo buona da pensare non pu&ograve; non essere buona da mangiare. <\/strong>&nbsp;<\/p>\n<p>Sulle tavole della socialit&agrave; questo eccesso della dimensione simbolica dilata la &ldquo;significazione&rdquo; e il senso e da nuove dimensioni al gusto, soprattutto, fa <em>lievitare<\/em> la posizione della comunicazione a livello di espressione di questi. <\/p>\n<p>Cos&igrave;, la comunicazione del &ldquo;mangiato&rdquo; &egrave; diventata essenziale all&rsquo;esperienza di colui che mangia ed essa avviene a spese di ci&ograve; che un tempo era il cibo, direttamente nell&rsquo;immaginario. <br \/>\n Anche il sapore degli alimenti ha subito una svolta, non &egrave; pi&ugrave; separabile dal legame sociale che crea la <strong>commensalit&agrave;<\/strong>. <br \/>\n Un legame che si vincola al contesto attraverso il segno inscritto in una cornice metargomentativa, quella del <strong>senso<\/strong> <strong>gourmand<\/strong>.&nbsp; <\/p>\n<p>Nella modernit&agrave; il mondo del senso e quello dei sensi appare cos&igrave; sempre pi&ugrave; intrecciato con il segno, tanto che ne deriva una pratica alimentare che fa della parola una &ldquo;cuciniera&rdquo; della sensibilit&agrave; culturale, dove, scriveva Piero Camporesi, <em>la res coquinaria<\/em> si trasforma in<strong> una ermeneutica totalizzante della storia. <\/strong>&nbsp;<\/p>\n<p>Dentro questa cornice il <strong>teatro<\/strong> <strong>gourmand<\/strong> appare come un teatro dell&rsquo;esperienza dello spazio alimentare e, al tempo stesso, di quella comunicazione che mette in &ldquo;forma&rdquo; l&rsquo;alchimia del gusto, tra ci&ograve; che in esso &egrave; frutto dell&rsquo;estetica e ci&ograve; che gli deriva dalla dissoluzione dell&rsquo;<em>ars magirica<\/em>.&nbsp; <\/p>\n<p>In questo teatro, al dunque, domina il processo permanente della significazione dietro il quale si condensa l&rsquo;identit&agrave; del &ldquo;mangiato&rdquo; e il ruolo degli attori sociali, con il risultato di dare una forma alle parti variabili degli atti alimentari e di prefigurarli &ldquo;all&rsquo;ordine dell&rsquo;interazione&rdquo; (Erwing Goffmann) a cui appartengono. <\/p>\n<p>Questa forma &ndash; che comunica &ndash; ha per gli attori un carattere normativo, in pratica costituisce un modello canonico di organizzazione che la distingue dalla semplice consumazione alimentare. <br \/>\n Di pi&ugrave;, ha una funzione d&rsquo;iniziazione per gli attori che, per suo tramite, si possono, con un neologismo barbarico, &ldquo;performare&rdquo;, possono &ldquo;vivere&rdquo; la tavola e la sua liturgia. <\/p>\n<p>In questo modo &egrave; inevitabile una drammatizzazione degli atti alimentari che fa emergere le implicazioni sociali della recitazione, il ruolo degli attori e le loro competenze. <br \/>\n Dunque, <strong>mettersi a tavola significa sempre pi&ugrave; entrare in una <\/strong>rappresentazione, perch&eacute; colui che mangia ne vive la retorica. <\/p>\n<p>L&rsquo;immaginario alimentare, del resto, non si limita alla &ldquo;gustazione&rdquo; e al piacere orale, ma attraverso essi tende a rivelare tutta una serie di valori, un&rsquo;identit&agrave;, il ruolo dell&rsquo;alterit&agrave;, le vie che conducono alla simbolizzazione della scena alimentare che, nel suo significato primario, fu portata alla luce da L&eacute;vi-Strauss con la formula del triangolo culinario. <\/p>\n<p>Appare chiaro come il &ldquo;commensare&rdquo; rappresenta, in tutte le epoche e in tutte le culture, una delle forme pi&ugrave; vitali del <strong>legame<\/strong> <strong>sociale<\/strong>, tanto che il suo significato rituale e simbolico tracima sempre ben oltre il bisogno, dando vita alla <strong>liturgia<\/strong> <strong>della<\/strong> <strong>commensalit&agrave;<\/strong>, che qui possiamo intendere come l&rsquo;apice materiale delle forme della convivialit&agrave;. <\/p>\n<p>Al centro della commensalit&agrave; c&rsquo;&egrave; la tavola, nelle sue diverse configurazioni, come un oggetto inscritto in un ambiente ed attrezzato per uno scopo, come riflesso della natura e della qualit&agrave; dei cibi, come luogo d&rsquo;incontro e di scambio. <\/p>\n<p>Paradossalmente il problema, sul piano simbolico, non &egrave; mai il mangiare, ma il saper mangiare nel &ldquo;nome del padre che si fa legge&rdquo;. <\/p>\n<p>Solo a questa condizione la commensalit&agrave; &egrave; <strong><em>nomos<\/em><\/strong>, nutre, aggrega e crea coesione, cos&igrave; come, allo stesso tempo, la comunit&agrave; che la esprime si forma, si ritrova e si riconosce. <br \/>\n Esterna la sua unit&agrave;, i suoi legami, la sua capacit&agrave; di trasformarsi, di aprirsi, di proteggersi e di divertirsi. <\/p>\n<p>Verticalizzandosi, poi, la commensalit&agrave; manifesta la gerarchia, l&rsquo;ordine, i ruoli, i ranghi, le forme del potere, le posizioni amicali e familiari, il distacco e, insieme, il bello, il gusto, la capacit&agrave; di cogliere le <em>nuances<\/em> del sublime ed esprimere gli stili di vita. <\/p>\n<p>Essa &egrave;, come tutto, unificante e trascendente, esprime la <strong>follia<\/strong> <strong>festiva<\/strong> e struttura le forme sociali, rivela le libert&agrave; di dicembre e l&rsquo;interdetto.&nbsp; <br \/>\n <strong>Diventa la Calicut delle passioni e garantisce la stabilit&agrave; delle relazioni umane, cos&igrave; come, <em>allo<\/em> <em>stesso tempo, pu&ograve; rivelare la crisi di tutto ci&ograve;.<\/em> <\/strong><br \/>\n Vale a dire, annunciare la fine di ogni tradizione e la glaciazione della scena alimentare (per usare una efficace espressione di Jean-Paul Aron), rivelare l&rsquo;asepsi delle pratiche cucinarie, i nomadismi del consumo, le crisi identitarie, i radicamenti reazionari ad un territorio, la necessit&agrave; di sensazioni forti o smemoranti. <\/p>\n<p>Va notato, <em>en<\/em> <em>passant<\/em>, che la funzione simbolica del cibo appartiene anche al mondo animale, dove non &egrave; difficile constatare come spesso esso sia preso in comune e diviso. <br \/>\n Tra gli insetti sociali, per esempio, &egrave; un legame biologico che serve a costruire la loro societ&agrave;. Negli uccelli &egrave; un legame maternale condiviso. <br \/>\n Tra i mammiferi che vivono in gruppi &egrave; uno strumento che gerarchizza la loro struttura sociale. <\/p>\n<p>Tra gli uomini si stima che il fenomeno della <strong>simbolizzazione<\/strong> <strong>alimentare<\/strong> sia comparso circa cinquecentomila anni fa. <br \/>\n Questa data corrisponde grossomodo a quando la preparazione del cibo ha cominciato a svolgersi intorno ad un fuoco e si &egrave; diffuso il suo consumo in gruppo. <br \/>\n Elementi che hanno favorito lo svilupparsi di una radice funzionale della convivialit&agrave; e, di conseguenza, il nascere di luoghi privilegiati da adattare alla cucina e all&rsquo;incontro. <\/p>\n<p>A causa delle dinamiche sociali &egrave; anche facile immaginare che la scelta degli alimenti, che non poteva essere indifferente, ha prodotto da subito le prime ineguaglianze o, se si preferisce, la costituzione delle prime <em>&eacute;lite<\/em>. <\/p>\n<p>L&rsquo;ineguaglianza ha poi agito da volano sui processi di simbolizzazione, accentuandoli. <br \/>\n Come ha osservato L&egrave;vi-Strauss, <strong>l&rsquo;umanizzazione corre parallela alla cucina del simbolico<\/strong>. <\/p>\n<p>In altri termini, da subito il <strong>banchetto<\/strong> &egrave; apparso carico di contenuti magici e, comune a quasi tutte le culture, l&rsquo;abitudine di dividere con le divinit&agrave; gli animali uccisi. <br \/>\n Abitudine che, giocoforza, si &egrave; andata rafforzando in presenza di avvenimenti eccezionali come le nascite o le morti. <br \/>\n Questa cucina del simbolico ha <em>due<\/em> livelli. <br \/>\n Il <em>primo<\/em> &egrave; quello dell&rsquo;<strong>incorporazione<\/strong>, vale a dire, dell&rsquo;ingestione di valori positivi o negativi legati al cibo. <br \/>\n Il <em>secondo<\/em> &egrave; quello in cui il valore simbolico degli alimenti si costituisce in una forma di legame tra coloro che mangiano insieme, perch&eacute; la <strong>commensalit&agrave;<\/strong> si manifesta sia come azione del cibo sull&rsquo;individuo che come condizionamento delle scelte alimentari. <\/p>\n<p>La cucina di maiale nel medioevo europeo ha espresso la funzione di simbolo distintivo nei confronti del mondo islamico e degli ebrei, cos&igrave; come il vino, che ha marcato il distacco dalle regioni del sidro e della fermentazione dei cereali. <br \/>\n Dentro questa dimensione le pratiche conviviali sono una vera rappresentazione del <em>cum<\/em> <em>vivere<\/em>, anche ai suoi livelli pi&ugrave; materiali. <br \/>\n Ci sono molte culture in cui condividere un pasto significa contrarre un legame o un impegno, ci&ograve; che unisce pu&ograve; anche separare, a cominciare dagli dei. <br \/>\n I greci offrivano loro le ossa lunghe, il grasso, che brucia bene e le viscere. I romani uno spezzatino di avanzi. <br \/>\n Nel <em>symposion<\/em> i primi coltivavano l&rsquo;arte di bere, i secondi preferivano dividersi le carni. <br \/>\n Alcune culture nel banchetto ricercavano, attraverso la possessione dionisiaca, l&rsquo;erotismo, la profezia, la poesia. <br \/>\n Altre, l&rsquo;ascetismo e la legge. <\/p>\n<p>Bere nella stessa coppa ha significato per secoli stringere alleanze, annunciare la fratellanza, cos&igrave; come impegnarsi davanti agli dei. <br \/>\n La commensalit&agrave; spesso invita all&rsquo;oblio, ma sa circondarsi di regole. Rispettarle distingue il coltivato dal barbaro. I legami simbolici che essa crea sono possenti, ma possono essere disfatti, in un attimo, dalla perversione. <br \/>\n Se il cibo abbonda la tavola &egrave; il luogo della disponibilit&agrave;, se il bere abbonda l&rsquo;ebbrezza favorisce la confidenza o la congiura. <br \/>\n Intorno alla tavola si stringono spesso patti scellerati, si tradisce, si stipulano alleanza pi&ugrave; o meno tacite, soprattutto, <strong>si<\/strong> <strong>recita<\/strong>. <br \/>\n Un tempo era lo spettacolo intorno ad essa che misurava la sua teatralit&agrave;, oggi &egrave; essa stessa il luogo di un teatro <em>gourmand<\/em> che, in qualche modo, realizza l&rsquo;invito di Jean-Jacques Rousseau a fare spettacolo con gli spettatori. <br \/>\n La sua forma decide la cerimonia e i ruoli. Quella rotonda &egrave; con il pane e il vino il fondamento eucaristico del nostro immaginario, i fasti e le feste che la storia ha inventato, mostra la dimensione del suo significato simbolico.<strong><\/strong><\/p>\n<p>******************************************************************************<\/p>\n<p><strong>Esotismo e globalizzazione. Il mondo in cima ad una forchetta.<\/strong><\/p>\n<p align=\"right\">Anthelme Brillat-Savarin diceva, fammi vedere come mangi<br \/>\n e ti dir&ograve; da dove vieni.<\/p>\n<p>L&rsquo;<strong>esotismo<\/strong> oggi &egrave; penetrato nella nostra vita corrente sia come valore che abitudine legata agli atti alimentari. <\/p>\n<p>Anche al di fuori dei centri urbani delle grandi citt&agrave; molti prodotti e piatti esotici sono oramai a disposizione della nostra tavola. <br \/>\n I motivi per i quali questo modo di mangiare attrae sono diversi. <br \/>\n <strong>&#8211; L&rsquo;esotismo alimentare consente di variare il nostro menu. <\/strong><br \/>\n <strong>&#8211; Ci permette di consumare prodotti sui quali abbiamo fatto un investimento salutare se non addirittura terapeutico. <\/strong><br \/>\n <strong>&#8211; Ci fa viaggiare con la fantasia o ci ricorda il tempo di vacanza.&nbsp; <\/strong><\/p>\n<p>Che cos&rsquo;&egrave; l&rsquo;esotismo lo sanno tutti, definire la parola &egrave; pi&ugrave; difficile. <\/p>\n<p> Alla base della parola <strong>esotico<\/strong> (dal greco <em>ex&ocirc;tikos<\/em>) c&rsquo;&egrave; la radice greca <em>exo<\/em>, che significa &ldquo;al di fuori&rdquo; e che forgia l&rsquo;espressione greca che indica ci&ograve; che &egrave; straniero. <\/p>\n<p>Dal greco, poi, questa parola pass&ograve; nel latino (<em>exoticus<\/em>) e successivamente nelle lingue moderne, modificando in parte il suo significato che divent&ograve; quello di una &ldquo;distanza geografica&rdquo;, di una &ldquo;seduzione&rdquo; che deriva dall&rsquo;alterit&agrave; culturale. <br \/>\n La parola esotico, che compare addirittura in Fran&ccedil;ois Rabelais (nel 1548) a proposito di certe &ldquo;merci esotiche&rdquo;, divenne usuale solo a partire dal 1700, dunque, due secoli dopo la scoperta delle Americhe e sei secoli dopo le crociate, che ci fecero conoscere le arance, i limoni, i datteri, le banane e i fichi. <\/p>\n<p>Nella seconda met&agrave; dell&rsquo;800, poi, l&rsquo;esotismo si mut&ograve; in un carattere che evoca costumi e paesaggi lontani e si coniug&ograve; con le imprese coloniali agendo in un contesto dove l&rsquo;<strong>etnocentrismo<\/strong> era pensato e vissuto come un&rsquo;evidenza morale, religiosa, politica e culturale dell&rsquo;Europa. <\/p>\n<p>Anche nel costume l&rsquo;esotismo mostr&ograve; il suo fascino, le cineserie trionfarono nella porcellana e negli accessori di moda. <br \/>\n Claude Monet ha struggimenti per tutto ci&ograve; che &egrave; giapponese. <br \/>\n I cubisti s&rsquo;inspirano all&rsquo;arte africana. <br \/>\n Paul Gauguin si vanta di dipingere l&rsquo;&rdquo;autenticit&agrave;&rdquo; polinesiana. <br \/>\n Lo stile egizio domin&ograve; i salotti della buona borghesia.<\/p>\n<p>Non &egrave; un vero e proprio riconoscimento dell&rsquo;<strong>altro lontano<\/strong>, ma piuttosto una civetteria. <br \/>\n <strong>L&rsquo;Occidente ha sempre definito l&rsquo;esotismo come un richiamo ai sapori, ai sensi, alle atmosfere, mai ai saperi.<\/strong><br \/>\n Fu vissuto all&rsquo;inizio della modernit&agrave; come qualcosa di secondario, di periferico, di superfluo e in qualche modo d&rsquo;inessenziale. <br \/>\n L&rsquo;esotismo, alla resa dei conti, non riusc&igrave; mai ad essere pi&ugrave; di un&rsquo;attitudine.&nbsp; <br \/>\n <strong>Come da pi&ugrave; parti si &egrave; sottolineato, nell&rsquo;Ottocento europeo e in buona parte nel Novecento, &egrave; nella sostanza, &ldquo;un elogio nel disprezzo&rdquo;, o meglio, un elogio nell&rsquo;ignoranza dell&rsquo;altro che ci resta sconosciuto o tutt&rsquo;al pi&ugrave; ridotto a stereotipo. <\/strong><\/p>\n<p>In questo contesto nacque anche una sua variante, l&rsquo;<strong>orientalismo<\/strong>, che &egrave; un genere di esotismo che amalgama tutto ci&ograve; che sta all&rsquo;est dell&rsquo;Europa e nel nord dell&rsquo;Africa. <\/p>\n<p>Naturalmente l&rsquo;esotismo &egrave; un concetto instabile nel tempo, pi&ugrave; la cultura degl&rsquo;altri &egrave; conosciuta, in particolare, la loro cultura materiale e le loro abitudini alimentari, meno questa cultura resta straniera e misteriosa. <strong>Pi&ugrave; ci &egrave; vicina, meno &egrave; esotica.&nbsp; <\/strong><\/p>\n<p>Al tempo dell&rsquo;espansione coloniale i prodotti alimentari rappresentarono un terreno sul quale l&rsquo;esotismo dilag&ograve; dando vita ad una vera e propria corsa ai <strong>prodotti coloniali<\/strong>. <br \/>\n Ancora oggi in Europa (Milano compresa) ci sono negozi che anacronisticamente inalberano l&rsquo;insegna di <em>&ldquo;La Coloniale&rdquo;<\/em> o di <em>&ldquo;Compagnia delle Indie&rdquo;<\/em>, con riferimenti espliciti alle <strong>spezie<\/strong>, al <strong>rum<\/strong>, al <strong>caff&egrave;<\/strong>, alle <strong>banane<\/strong>, al <strong>cioccolato<\/strong>, alle <strong>arachidi<\/strong>. <\/p>\n<p>Oggi, sia pure con valenze diverse, il carattere di <strong>esteriore<\/strong> di <strong>straniero<\/strong> di <strong>esotico<\/strong> &egrave; ancora molto usato per <strong>classificare<\/strong>, <strong>attirare <\/strong>e <strong>vendere<\/strong>. <br \/>\n Ciononostante si &egrave; anche prodotta una forte spinta all&rsquo;assimilazione, vale a dire, si tende sempre di pi&ugrave; a consumare i prodotti stranieri nello stesso contesto dei prodotti nazionali, assimilandoli nelle procedure cucinarie che ci sono familiari. <\/p>\n<p>Questa assimilazione, frutto di strategie commerciali, ha come conseguenza la <strong>provincializzazione<\/strong> <strong>dell&rsquo;esotico<\/strong>. <br \/>\n Un ossimoro che indica come in un&rsquo;epoca dominata dalla globalizzazzione non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave; nulla di &ldquo;straniero&rdquo; nel <em>couscous<\/em> o nel <em>taboul&eacute;,<\/em> come nell&rsquo;uso del <em>curry<\/em>. <br \/>\n Non c&rsquo;&egrave; pi&ugrave; nulla di stravagante nella cucina cinese o nel fatto che si diffondono ristoranti con menu etnici. <br \/>\n Semmai &egrave; stravagante il modo con il quale queste cucine sono re-interpretate. <\/p>\n<p>In breve, il significato di <strong>esotico<\/strong> ha perso il suo contenuto di <strong>indigeno<\/strong>, per istallarsi saldamente all&rsquo;interno del villaggio globale cos&igrave; come &egrave; stato a suo tempo definito da McLuhan. <\/p>\n<p>C&rsquo;&egrave; anche da osservare che oggi la cucina, in cui domina di pi&ugrave; una preoccupazione estetica che il suo bilancio proteico, se vuole essere voluttuaria o gratificare le spinte naturiste ha sempre pi&ugrave; bisogno di prodotti provenienti da altri territori e questo ha contribuito a crearne un mercato in costante espansione. <\/p>\n<p>Ma che cos&rsquo;&egrave; esotico rispetto a noi? <br \/>\n Una ricerca di qualche anno fa di <strong>Faustine<\/strong> <strong>R&eacute;gnier<\/strong> &ndash; che dirige il laboratorio di ricerche sui consumi francesi &ndash; e sulla quale ritorneremo in seguito, ha rilevato che da un punto di vista geografico per le massaie francesi sono esotici i paesi dell&rsquo;Europa del sud, da cui ricavano circa il ventotto per cento delle ricette della loro cucina, i territori francesi d&rsquo;oltremare, con un undici per cento di ricette e, poi, l&rsquo;Europa Occidentale, gli Stati Uniti, l&rsquo;Estremo Oriente, le Indie e via di seguito fino all&rsquo;Africa Nera e all&rsquo;Indonesia che partecipa con un meno dell&rsquo;uno per cento con i suoi piatti alla tavola d&rsquo;oltralpe. <\/p>\n<p>Se poi si osservano questi dati in dettaglio, per le massaie francesi, il sessantacinque per cento delle ricette esotiche del sud dell&rsquo;Europa sono <strong>italiane<\/strong>. <br \/>\n Questo rivela come <strong>l&rsquo;esotismo &egrave; soprattutto un&rsquo;opinione o meglio un&rsquo;opinione che fluttua con le mode.<\/strong> <\/p>\n<p>Oggi, con il turismo di massa l&rsquo;esotismo cucinario si &egrave; espanso e rafforzato. <br \/>\n Rinvia sempre ad un altro luogo che l&rsquo;immaginazione ci fa credere misterioso o poco conosciuto. <\/p>\n<p>Come osserva R&eacute;gnier, <strong>l&rsquo;esotismo seduce perch&eacute; permette di viaggiare il tempo di un pasto, si situa agli antipodi del mondo quotidiano ed appare seducente tanto pi&ugrave; &egrave; diverso da esso.<\/strong> <\/p>\n<p><strong>Tzvetan Todorov<\/strong>, un filosofo bulgaro che vive in Francia ed esperto di filosofia del linguaggio, ha elaborato una <strong>regola<\/strong>, detta di <strong>Omero<\/strong>, secondo la quale <strong>il paese pi&ugrave; lontano &egrave; sempre il migliore<\/strong>. <\/p>\n<p>In cucina questa &ldquo;lontananza dalle solite cose&rdquo; non &egrave; per&ograve; negativa, combatte la passivit&agrave; e la noia e spesso ha un effetto paradosso, perch&eacute; sollecita a ripensare la tradizione.<\/p>\n<p>Di solito si parla di esotismo per indicare delle strategie che permettono di viaggiare nello <strong>spazio<\/strong>, ma esso pu&ograve; ugualmente farci viaggiare nel <strong>tempo<\/strong>. <\/p>\n<p><strong>Yvonne Verdier<\/strong>, una grande antropologa francese morta prematuramente nel 1989, parlava di un <strong>esotismo<\/strong> <strong>storico<\/strong>. <br \/>\n Di un <strong>tempo delle origini<\/strong> che <strong>evoca<\/strong> ed <strong>affabula<\/strong> e che ritroviamo soprattutto nella cucina della tradizione popolare e contadina. <\/p>\n<p>Un esotismo che le mode riconducono spesso ad una aneddotica superficiale che si mescola con il folclore e che rende piacevoli le immagini del passato accrescendone la seduzione.&nbsp; <strong>&nbsp;<\/strong>&nbsp;<\/p>\n<p>Da qui il crescente successo, anche politico, di fiere, sagre, carnevali, rassegne ed altro, che scavano nei <strong>localismi<\/strong> e in qualche modo resuscitano ricette, cibi, preparazioni desuete, cerimonie. <\/p>\n<p>Ancora, l&rsquo;esotismo non &egrave; solo un viaggio nello spazio e nel tempo, <strong>&egrave; anche un viaggio nelle parole.<\/strong><br \/>\n Come diceva la Verdier, <strong>sono i nomi che fanno la differenza<\/strong> e creano somiglianze e distanze che giocano sui registri pi&ugrave; diversi. <br \/>\n Un celebre aforisma di <strong>Claude L&eacute;vi-Strauss<\/strong>, dice che un cibo non pu&ograve; limitarsi ad essere buono solo da mangiare, deve essere buono anche da pensare. In questo senso l&rsquo;uso e l&rsquo;abuso in cucina di espressioni straniere ha il solo scopo di accrescere il mistero e l&rsquo;aura di un piatto, soprattutto quando, di queste espressioni, non ne conosciamo la traduzione. <\/p>\n<p> La R&eacute;gnier fa il caso della <strong>marmite criolla<\/strong>, un test realizzato con una rivista femminile. <br \/>\n La ricetta di questa preparazione, quando fu pubblicata, attrasse molte lettrici che ne ignoravano la provenienza e il significato del nome. <br \/>\n Quando poi fu ripubblicata con l&rsquo;indicazione che era una preparazione della cucina argentina e che la parola <strong><em>criolla<\/em><\/strong> significava <strong><em>creola<\/em><\/strong>, cio&egrave;, rinviava alla cucina dei bianchi nati in America Latina, l&rsquo;interesse scem&ograve; e torn&ograve; ad essere una zuppa speziata di crostacei con verdure. <\/p>\n<p>All&rsquo;esotico, come ideologia della lontananza straniera, si contrappone un&rsquo;altra ideologia, anch&rsquo;essa molto forte, quella <strong>dei localismi e della nostalgia.<\/strong><\/p>\n<p>I nostalgici considerano il tempo che fu come un modello di equilibrio, in opposizione allo spettro dell&rsquo;industria agro-alimentare nociva alla salute, alla gastronomia, ai costumi e alle tradizioni. <br \/>\n Siccome <strong>i cibi sono dotati di un significato di ordine sociale<\/strong>, <strong>morale<\/strong> <strong>ed<\/strong> <strong>economico<\/strong> molti vedono nel fallimento dei localismi il fallimento anche politico delle tradizioni regionali. <\/p>\n<p>Tutto questo ha poi contribuito a riaprire la discussione sul modo nel quale la nostra epoca attribuisce un senso ai nostri cibi. <br \/>\n Molti nostalgici sono cos&igrave; divenuti preda della <strong>nostomania<\/strong>, come si definisce <strong>la nostalgia quando diventa una patologia. <\/strong>&nbsp;<br \/>\n Preda cio&egrave; di quei sentimenti umorali che evocano con dolore l&rsquo;attaccamento alla terra natale, le stagioni, il tempo, i colori del paesaggio. <\/p>\n<p>Se li analizzate sono sentimenti senza un vero contenuto reale, ma esprimono il bisogno di dogmi e di simboli. <br \/>\n Il cibo di una volta &egrave; figurato come un nutrimento divino in cui si traducono molte speranze fallite, spesso manipolate dall&rsquo;industria dei prodotti locali e biologici che, molto spesso non esitano a cavalcare la contestazione. <br \/>\n <strong>Cos&igrave; il mito del territorio arriva molte volte a rivendicare identit&agrave; gastronomiche che sono vissute come se fossero di una volta, anche se non sono altro che invenzioni di oggi. <\/strong><\/p>\n<p>In questo contesto, paradossalmente, saper tracciare una linea di demarcazione tra realt&agrave; e finzione, storia locale e mito significa sapere ci&ograve; che si mangia. <\/p>\n<p>Va osservato che questo attaccamento alla tradizione alimentare antica &egrave; ancorata a dei valori sociali simbolici, morali e religiosi che fanno perno sull&rsquo;attivit&agrave; agricola. <br \/>\n Un attaccamento che se vogliamo possiamo addirittura far risalire alle <em>Bucoliche<\/em> di <strong>Virgilio<\/strong> o a un certo &ldquo;realismo rustico&rdquo; tipico della poesia di <strong>Teocrito<\/strong> (324c.a.-250), il poeta greco nato a Siracusa ed autore, tra l&rsquo;altro, degli <em>Idilli<\/em>, trenta componimenti in esametri sulla vita quotidiana. <\/p>\n<p>Pi&ugrave; vicino a noi ricordiamo l&rsquo;<em>Emile<\/em> di <strong>Jean-Jacques Rousseau<\/strong>, un&rsquo;operetta, in questa ottica, che possiamo definire politicamente scorretta che fustiga la decadenza industriale, la crisi dei costumi e della morale, per difendere attraverso un ritorno alla terra, la riabilitazione di un&rsquo;autentica ortodossia morale fondata sull&rsquo;organizzazione rurale. <\/p>\n<p>Insomma, la nostalgia e i localismi aureolano la terra di propriet&agrave; e di virt&ugrave;, bagnate dal sudore contadino, e fanno del mistero della <strong>semenza<\/strong> un&rsquo;apologia dell&rsquo;origine e della creazione, atrocemente uguale, sia pure su un altro registro, a quell&rsquo;<strong>apologia<\/strong> <strong>artificiale<\/strong> della creazione delle grandi compagnie che producono organismi geneticamente modificati.&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>FOOD-DESIGN. 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